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Ora, se quei quattro anni dovevano formare un esperto in filosofia, c’erano molti esami che con la filosofia non c’entravano, come latino, italiano, o quattro di storia. Per quanto fosse eccitante e più formativo di diciotto mesi di militare dare latino con Augusto Rostagni (che richiedeva un corso monografico sulla letteratura della decadenza, con tutti i testi di Ausonio, Claudiano, Rutilio Namaziano e via dicendo, più tutto - dico tutto - Virgilio o tutto Orazio da tradurre all’impromptu), visto che all’epoca si erano già fatti italiano, storia e latino alle medie, si sarebbero potuti eliminare almeno tre di quegli esami. Ed ecco che si sarebbe arrivati a quindici esami di materie filosofiche, liquidabili in tre anni (senza tesi finale), imparando tutto quello che c’era da imparare, leggendo i classici, e senza moduli ridotti. Perché non si è fatto così? Perché si è data un’interpretazione restrittiva e fiscale dei “crediti”, mentre non era indispensabile. Ma questo è un altro discorso”.
— Umberto Eco “I ‘dottori’ del triennio”, su L’Espresso di questa settimana: questa la chiusa finale, che parte dalla rievocazione della facoltà di filosofia ai propri tempi; all’incirca erano 3 anni di sodi studi specifici (a non contare tesi ed esami extra-filosofici, di “formazione di base”), con ponderose e formative letture integrali; quindi - è la tesi di Eco- ad essere carente non è tanto la quantità dell’insegnamento, ma la qualità, nelle attuali lauree brevi universitarie.