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Ancora sulla Domus Augusti: lo studiolo del princeps
la Repubblica domenica 09.03.2008
La CASA di AUGUSTO
UNA VISITA ALL’IMPERATORE
Dopo i restauri, torna all’antico splendore l’abitazione di Ottaviano sul colle Palatino. Riaffiorano i colori dello “studiolo”, caposaldo della pittura decorativa romana
MAURIZIO BETTINI
Tutto comincia con una frase di Svetonio. «Augusto» scrive il biografo «fu uomo di grande moderazione e non sospetto di alcun vizio… Per più di quarant’anni dormì nella stessa stanza da letto, in ogni stagione, e benché passare l’inverno in città non giovasse alla sua salute, mai si recò a svernare altrove. Se poi desiderava dedicarsi a qualche attività più riservata, senza essere interrotto, si ritirava in un luogo appartato, posto nella parte alta della casa, che chiamava Syracusae o technyphion». Ecco dunque Augusto nel suo locus singularis, alla ricerca di quiete e di riservatezza. In questo senso egli anticipa l’immagine di Francesco Petrarca, o di Federico da Montefeltro, chiusi dentro «studioli» tanto raccolti quanto preziosi. Il technyphion, come Augusto lo definiva, ci appare anzi il prototipo di quell’istituzione, architettonica e letteraria nello stesso tempo, che è appunto lo «studiolo» rinascimentale. Il Tasso, parlando di quello del Malpigli, lo descriverà come posto «ne la più alta parte de la casa», proprio come quello di Augusto.Ma perché mai il princeps avrà definito il suo con i nomi di Syracusae e di technyphion? Sono parole che vengono direttamente dalle sue labbra, il lessico familiare di un divus.Talvolta gli studiosi hanno fantasia facile.Qualcuno ha sostenuto che Augusto avrebbe chiamato «Siracusa» il suo studiolo perché questa città sta nella parte più periferica della Sicilia. Sappiamo però che il princeps, nel parlare, rifuggiva dalle ineptiae, ossia dalle insulsaggini, e questa ha tutta l’aria di esserlo. Altri invece hanno pensato alla vicenda di Archimede, il quale continuò imperterrito nelle sue speculazioni mentre Siracusa veni va distrutta dai Romani. Preclaro esempio di amore per gli studi, degno di farsi emblema per ogni «studio» che si rispetti. Solo che Augusto, oltre che alle ineptiae, badava molto anche ai presagi, ce lo dice ancora Svetonio. Perché mai avrebbe dovuto mettere il suo amato studiolo sotto il segno di un evento così mal augurante? Archimede, lo studioso che non si era accorto di ciò che accadeva attorno a lui, era stato ucciso per questo. La verità è che non sapremo mai perché Augusto chiamava a quel modo il suo locus singularis. Anche i potenti hanno le loro privatissime parole, come insegna il famoso «Rosebud» di Citizen Kane. Possiamo solo ricordare che, ai loro spazi privati, i Romani davano volentieri nomi tratti da «luoghi» della tradizione greca. Se il giardino di Attico, l’amico di Cicerone, ospitava una «grotta di Amaltea», Plinio il giovane, quando si rifugiava nella sua villa di Laurentum,diceva di recarsi al Mouseion, come se fosse stata la celebre biblioteca di Alessandria.Prima ancora che per noi, la Grecia era già mito per i Romani, Adriano non fu il primo a vederla così. E la faccenda del technyphion?Anche questo nome familiare, dato da Augusto al suo studiolo, ha dato del filo da torcere. Si tratta di una parola greca - e questo non sorprende, perché Augusto, come tutti i Romani colti, conosceva perfettamente questa lingua e ne faceva un uso anche affettivo e familiare. Un po’ come il francese per gli aristocratici russi dell’Ottocento. In genere si dice che technyphion significa laboratorio o atelier, ma non ne sarei sicuro. Certo, di mezzo c’è la techne «arte», ma la morfologia ci dice che technyphion è un diminutivo di questa parola. Dunque Augusto dava ai suo studiolo il nome di «arte minore» o «piccola arte». Forse «piccola opera d’arte»? Chissà. In ogni caso questo ci invita finalmente ad entrare, visto che siamo così fortunati da poterlo fare.Osservando le pitture che decorano il technyphion, una cosa soprattutto colpisce. Sono piene di fantasia. La realtà, o peggio ancora il realismo, ha poco a che fare con queste immagini. Sulle pareti si vedono cigni che sollevano un filo di perle con il becco, aironi sinuosi poggiati sopra viluppi di serpenti, bocci di loto. Gli elementi architettonici servono da appoggio per figure fantastiche, come candelabri spiraliformi, obelischi che spuntano da un calice, grifoni con code palesemente vegetali. Sono visibili anche elementi legati al culto di Iside, la dea egizia, come 1’ urceus, un contenitore di metallo a forma di boccio, e la situla, un’urna ancora in metallo che contiene un fascio di foglie puntute, ugualmente metalliche; un po’ dovunque, poi, il serpente uraeus avviluppa le sue spire (a dimostrazione del fatto che i Romani non ebbero alcun orrore, biblico o innato che sia, per l’animale che striscia e si attorciglia). Dunque proprio Augusto, che tra il 20 e il 18 a. C. cercò di limitare a Roma il culto di Iside, nel suo technyphion aveva voluto simboli e figure che lo evocavano? Il fatto è che l’ideologia, e soprattutto la religione, andrebbero sempre tenute separate dall’estetica: a quanto pare Augusto ci riusciva. E poi il princeps, con la vittoria di Azio, non aveva forse sottomesso l’Egitto al suo diretto dominio? Sul soffitto dello studiolo una vittoria con le ali, 1eggera come una farfalla, avanza fra disegni di vegetali fantastici, mentre una figura femminile alata ne trasporta in volo un’altra. Chissà se Vitruvio, l’architetto romano che dedicò il suo De architectura proprio ad Augusto, ebbe mai notizia di queste decorazioni. Se così fosse, la vicenda pittorica del technyphion si farebbe intrigante. In un passo del suo trattato, infatti, Vitruvio se la prendeva con i cattivi mores del presente, che nella decorazione prediligevano «ciò che non è, né potrebbe essere, né mai è stato». La polemica prendeva di mira proprio gli steli vegetali che si ergono in luogo di colonne, i candelabri che sorreggono tempietti, gli intrecci di gambi da cui spuntano, in modo casuale, piccole figure umane.Questa reprimenda, che ad alcuni è parsa riecheggiare il linguaggio della «moralità» augustea, sembra colpire proprio i gusti che il princeps aveva manifestato nella decorazione del suo studiolo. Una situazione paradossale. Possibile che Vitruvio avesse voluto prendere in castagna Augusto, addirittura ritorcendogli contro le sue stesse armi ideologiche? Non possiamo escluderlo, pur se le interpretazioni sottili sono sempre le più fragili. Una cosa comunque è certa. Nella Roma di Augusto dissentire dal princeps si poteva, perfino in un’opera a lui dedicata. Di lì a qualche decennio questo non sarebbe stato più consigliabile, né gli imperatori avrebbero scelto, come dimora prediletta, uno studiolo con il nome al diminutivo.