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Festina lente

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Pare che nulla sia cambiato rispetto a ciò che i filosofi classici dicevano a proposito del lavoro. Mi sembra cioè ancora valida, ad esempio, l´affermazione forse un po´ drastica di Musonio Rufo che indicava «l´agricoltura come il mezzo più conveniente soprattutto per un pensatore per guadagnarsi da vivere», intendendo con ciò che la contemplazione è un privilegio che può essere raggiunto solo col sudore e la fatica.

Anche il mondo attuale può condividere, ad esempio, l´analogo giudizio di Sesto Empirico, secondo cui «vi è necessità sempre di apprendere o esercitare un´arte, cioè un lavoro, per poter vivere onestamente».
Ho sempre trovato particolarmente illuminante, in questo senso, la considerazione simile alle precedenti del giovane Habermas, il quale attribuisce al lavoro il ruolo di «una sintesi mediatrice tra uomo e natura». Ciò avvicina, in un certo modo, la sua visione pragmatica della società alla descrizione che del lavoro presenta, ad esempio, la tradizione vetero testamentaria. In effetti, anche senza essere filologi, basta leggere i primi capitoli della Genesi per capire che il privilegio accordato da Dio al genere umano di dare nomi alle cose è una capacità concessa a tutti dalla nascita, ma che si fa realtà soltanto attraverso uno sforzo effettivo di vita.

— Primo maggio: il lavoro secondo Joaquin Navarro-Valls (Repubblica, 1/5/08)

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