La Stampa 17-05-2008, TUTTOLIBRI, pag.11
MAURIZIO ASSALTO
diario di lettura - Salvatore Settis
‘I MIEI SCAVI DA PLATONE A GOMORRA’
Voce decisamente giovanile, da studente brillante piu’ che da temibile cattedratico, Salvatore Settis e’ una delle figure piu’ influenti della cultura italiana, ascoltato tanto a sinistra, la sua parte politica di riferimento, quanto dalla parte opposta. Anche nell’insegnamento, il direttore della Normale di Pisa unisce le competenze dell’archeologo con quelle dello storico dell’arte, classica e non solo.
Professore, quando lei si pone di fronte a un’opera antica e’ piu’ attratto dai suoi valori estetici o da quello che ha da dirci rispetto a una certa civilta’? Prevale lo storico dell’arte o l’archeologo?
«La mia formazione universitaria e’ stata di archeologo. Non ho studiato storia dell’arte: ho studiato storia dell’arte antica. Ho cominciato facendo scavi, in Etruria e in Magna Grecia. Di questo approccio mi e’ rimasto molto: l’attenzione al problema della ricostruzione, il senso che quanto sappiamo e’ infinitamente poco in confronto a quanto vorremmo sapere. Poi a un certo punto mi e’ nata una curiosita’ crescente, soprattutto attraverso la frequentazione dell’Istituto Warburg a Londra e la lettura delle opere connesse a quella grande matrice, mi e’ nata l’idea che per capire le civilta’ piu’ antiche bisognasse guardarne anche le conseguenze nel corso dei secoli, a partire dall’arte. Questo fra l’altro era l’insegnamento, dal punto di vista della storia culturale, di uno storico grandissimo come Arnaldo Momigliano che ha cominciato a insegnare a Pisa quando io ero ancora perfezionando alla Scuola Normale. Gradualmente, e’ in questo modo che mi sono avvicinato a temi di storia dell’arte che non avevano quasi niente a che fare con la classicita’: per esempio Giorgione. Ed e’ studiando l’arte del Rinascimento che ho sviluppato una sensibilita’ ai valori formali che prima era molto in secondo piano, e che oggi nella mia esperienza di studio ha un peso piu’ o meno uguale all’attenzione alla ricostruzione. Cambio l’accento a seconda del problema che sto trattando».
Proprio Momigliano apri’ una lezione tenuta nel 1967 in un liceo di Erice con una domanda, che lei citava nel suo Futuro del «classico» (Einaudi 2004). Gliela ripropongo: perche’ si studia la storia antica?
«Momigliano diceva che si possono dare due risposte: 1) perche’ i greci e i romani sono i nostri antenati, e 2) perche’ tutte le civilta’ umane sono degne di studio. Ecco, 40 anni dopo, e in un mondo molto piu’ globalizzato, io direi che la risposta fatale e’: per tutte e due le ragioni, sia per ritrovare le radici della nostra identita’ culturale, sia per apprezzarne le differenze, che sono feconde, rispetto alle altre. Naturalmente bisogna guardarsi dall’idea che la cultura classica o la cultura europea siano superiori: queste sono sciocchezze. Cio’ non vuol dire pero’ che non ci sia una specificita’ da affrontare e confrontare. Secondo una bellissima formulazione di Lévi-Strauss, ogni cultura si definisce nel confrontarsi con le altre, riconoscendo qualcosa di simile e qualcosa di diverso. Qual e’ la meraviglia del rapporto con la cultura greco-romana? Appunto, trovare che molto e’ simile e moltissimo e’ diverso: questa spola fra il simile e il diverso e’ la fecondita’ del nostro rapporto con la cultura classica».
Quali sono stati i libri piu’ importanti nella sua formazione?
«Io ho avuto la fortuna di fare un liceo molto buono - in parte a Messina e in parte a Reggio Calabria - che mi ha dato un fortissimo stimolo a leggere. Molta letteratura classica, molta letteratura italiana. Ma mi e’ difficile dire quale delle grandi opere sia stata piu’ formativa. Tutte le mie letture erano all’interno del ”canone”, quel canone che poi e’ stato contestato: dead white males, come dicevano nelle universita’ americane. Ma questi ”maschi bianchi morti”, indubbiamente - si potevano chiamare Euripide o Platone - non rinnego di averli letti, di leggerli ancora con grandissimo diletto, con grandissimo frutto. «Per quel che riguarda invece la storia dell’arte antica, indico due autori. Uno, a cui ho gia’ alluso prima, e’ Aby Warburg, che non era un antichista ma guardava all’arte del Rinascimento come - letteralmente - rinascimento dell’antichita’. Simmetricamente, Ranuccio Bianchi Bandinelli, uno storico insigne dell’arte antica, capace pero’ di porsi una serie di problemi che nascevano dalla sua profonda conoscenza dell’arte del Rinascimento e del Medioevo - sul disegno degli antichi, sullo scorcio, sul chiaroscuro. E li affrontava con un linguaggio che gli veniva piu’ dalla lettura di Longhi, per dire, che dalla lettura dei grandi archeologi. L’incrocio di queste due personalita’ dimostra che la storia dell’arte europea e’ una dai greci fino a oggi. Ai loro scritti vorrei aggiungere quelli di Erwin Panofsky, a cominciare dal Significato nelle arti visive».
Adesso che cosa sta leggendo?
«Come opera scientifica, mi sto dedicando a un saggio dello storico dell’arte tedesco Horst Bredekamp, Galilei der Kunstler, che partendo dai disegni di Galileo fa vedere come il suo approccio all’arte e il suo approccio alla scienza siano complementari. Un libro molto interessante e molto particolare, perche’ Bredekamp e’ forse l’unico o quello che meglio di tutti sta facendo storia della scienza attraverso la storia dell’arte. «Al di fuori dei miei interessi di studio, sto leggendo Gomorra di Roberto Saviano, con crescente stupefazione: una realta’ cosi’ drammatica non la immaginavo, pur essendo io meridionale. E ho appena finito l’ultimo Camilleri, Il campo del vasaio. Camilleri io l’ho invitato in Normale tante volte, e lui gentilmente mi manda tutte le sue novita’. Leggo molta narrativa, di solito la sera, alternando: ho una specie di regola per cui se l’ultimo libro e’ stato italiano, il successivo non deve esserlo. Per il resto sono un lettore molto disordinato».
Negli ultimi anni lei e’ stato protagonista di una battaglia per il patrimonio culturale italiano, che «non e’ mai stato minacciato quanto oggi, nemmeno durante guerre o invasioni». Da quando scriveva queste parole, in Italia S.p.a. (Einaudi 2002), la situazione e’ migliorata?
«A quell’epoca c’erano delle leggi Tremonti che rischiavano di portare alla svendita di una parte consistente del patrimonio culturale. Da allora la situazione si e’ sviluppata. Il Codice dei Beni culturali, avviato dallo stesso governo Berlusconi col ministro Urbani, e’ stato portato a termine da Buttiglione e da Rutelli, e non e’ affatto un cattivo codice. Ma non basta avere una buona legge: bisogna saperla applicare. E per questo occorre che lo Stato e le Regioni, dopo essersi progressivamente staccati, ri-imparino a collaborare. Un’altra difficolta’ e’ che sia a livello centrale, sia a livello locale manca il personale giusto, per esempio non ci sono veri esperti di paesaggio. In alcune Regioni e nelle Soprintendenze statali sono anche pochi di numero: da troppo tempo non si fanno assunzioni, l’eta’ media e’ 55 anni. A tutti i livelli ci vorrebbe un reclutamento straordinario di personale giovane, di alta qualita’ (quindi niente assunzioni sulla base dei precariati, ma esclusivamente sulla base del merito), molto motivato. Altrimenti possiamo fare la legge piu’ bella del mondo, ma se non riusciamo ad attuarla non serve a nulla».
Come vede il ruolo dei privati nella gestione del patrimonio culturale?
«Io lo vedo con moltissimo favore, a patto che i privati sappiano che cosa vogliono e perche’ lo fanno. Ci sono stati alcuni anni dissennati, in cui si e’ diffusa l’idea che se un museo viene dato in gestione ai privati improvvisamente comincia a guadagnare. Questo naturalmente non esiste. Nessun museo degli Stati Uniti - dove sono tutti privati, o quasi - ci guadagna. Anzi, quando riesce ad avere come introiti il 15% delle uscite e’ considerato un grande successo e il direttore riceve un aumento di stipendio. Questo vuol dire che pero’ l’85% va trovato - e va trovato come? O con soldi pubblici, come in Italia, o con donazioni private - donazioni pero’, non gestione. Allora credo che se un privato sa tutto questo e nondimeno vuole fare qualcosa per un museo, e’ presumibile che andra’ benissimo. Se invece pensa di guadagnarci, non possiamo che aspettarci dei disastri. «Piuttosto sarebbe interessante che i privati potessero dare un contributo vero ai musei, anche attraverso quelle forme associative che in America hanno un’importanza enorme, o attraverso contribuzioni volontarie. Negli Stati Uniti sono piu’ alte che da noi per la semplice ragione che li’ c’e’ un sistema di defiscalizzazione molto efficace».
Potrebbe essere un suggerimento per il nuovo governo di centrodestra. Intanto al ministero dell’Economia e’ tornato Tremonti: preoccupato?
«Non ho ragione di esserlo. Gia’ qualche anno fa, quando l’avevo incontrato, mi era sembrato che Tremonti non avesse piu’ quelle intenzioni cosi’ aggressive che avvertivo nella legge istitutiva della societa’ Patrimonio dello Stato Spa. Adesso non posso che stare a vedere. Nei giorni scorsi ho avuto un colloquio lungo e cordiale con il ministro Bondi, a cui avevo presentato le mie doverose dimissioni da presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, essendo stato nominato dal suo predecessore. Mi ha assicurato il totale rispetto del Codice e dell’autonomia del Consiglio, invitandomi a restare al mio posto».
Un segnale positivo. Ma per il bene dei beni culturali e’ meglio il centrosinistra o il centrodestra?
«Devo dire che il tema e’ stato affrontato con grande superficialita’ da tutti gli schieramenti che si sono presentati alle elezioni, il che mi preoccupa molto. Al di la’ di quelle che possono essere le mie simpatie personali, per quanto riguarda il tema del patrimonio culturale - ma, vorrei aggiungere, anche per quello dell’universita’ e della ricerca, che mi sta altrettanto a cuore, ed e’ strettamente connesso - non vedo differenze di sostanza tra centrosinistra e centrodestra».
La vita. Salvatore Settis e’ nato a Rosarno (RC) nel 1941. Dal 1999 direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, dove e’ ordinario di Storia dell’arte e dell’archeologia classica, e’ stato visiting professor in diverse universita’ Usa e dal ‘94 al ‘99 direttore del Getty Research Institute di Los Angeles.
Le opere. Tra i suoi libri, «La ”Tempesta” interpretata», «Italia S.p.a.» e «Futuro del ”classico”» (editi da Einaudi), «Laocoonte» (Donzelli), «Battaglie senza eroi» (Electa).
Curatore dell’edizione scientifica del «Papiro di ARTEMIDORO» (Led) e di numerose mostre (in corso a Mantova, Palazzo Te, «La forza del bello»).