Schediasmata RSS

Festina lente

Archivio

View blog reactions
Apr
29th
Wed
permalink
Mar
1st
Sun
permalink
Il Papiro di Artedmidoro è molto probabilmente un grandissimo falso, e un appellativo distorto Al Pollo d’Oro è stato burinamente attaccato come insegna alla premiata Fondazione San Paolo che ha finanziato tutta l’operazione, e si trova ora un fascio sfasciato di papiri, titoli comunque non così tossici

Così il prof. Manlio Brusatin, dell’Univ. di Alghero, nella rubrica Millecolori del 1° marzo 2009 (“SCHIZZO DI PROFILO PER SALVATORE SETTIS DETTO ARTEMIDORO”) apparsa sulla Rivista culturale di Diritto dell’Arte di AIDA, con un commento al vetriolo sulle dimissioni di Settis: per giudicare il tenore del pezzullo, basti l’incipit:

A-settico, scettico, settario felicemente insopportabile Salvatore Settis, esce di scena dal vertice della Commissione ai Beni Culturali, ritornando alla sua Scuola Normale di Pisa

Jan
7th
Wed
permalink

Andreae sull'autenticità del papiro "di Artemidoro": botta e risposta con Canfora

Repubblica, 6 gennaio 2009

Un nuovo saggio di Settis sul papiro che ha sollevato un´accesa discussione

Come un romanzo

La guerra di Artemidoro

BERNARD ANDREAE*

(trad. di Paola Sorge)

*L´autore è studioso di archeologia, direttore dell´Istituto Germanico di Roma dal 1984 al 1996

 

“Se si assume la tesi del falso, molti problemi rimangono insoluti: i suoi sostenitori dovevano essere più cauti”

Ci sono sempre due fazioni avverse: una pro e una contro. Se si vuole arrivare ad avere un giudizio personale è importante vagliare gli argomenti di entrambi. Quando si tratta di una materia assolutamente sorprendente ma in qualche modo non sconosciuta, la disputa diventa particolarmente appassionante.

Nel 2004 la Fondazione per l´Arte della Compagnia di San Paolo ha acquisito un papiro conosciuto già da tempo e lo ha ceduto al più importante Museo Egizio d´Italia, quello di Torino. È un papiro in cui si trova non solo un testo destinato, come di solito succede, agli specialisti, ma anche una serie di immagini.

Immagini che catturano chiunque. Non si conoscevano sinora disegni del genere in questa quantità risalenti a un´epoca così remota. Il testo è costituito da un brano tratto dalla descrizione della terra di Artemidoro di Efeso risalente al 100 a. C. che sembrava andato perduto, a parte qualche rara citazione di altri autori.

Si tratta di un lungo brano del secondo libro riguardante la Spagna. I disegni non raffigurano solo la semplice carta geografica della penisola iberica che viene descritta nel testo: qui si trovano parecchi altri schizzi che con la Spagna non hanno niente a che fare. In realtà i rotoli dei papiri erano così costosi che venivano riutilizzati più volte per annotazioni o persino, come qui, per disegni. In questo caso straordinario, sono accuratamente disegnati sia animali di tutte le specie, sia teste, mani, piedi di figure umane con contorni netti e tratti plastici che raffigurano capelli, barbe, fronte, occhi e bocca con tanto di chiaroscuri. A prima vista si pensa di avere davanti comuni esercitazioni fatte da allievi di disegno ben dotati. Se si trattasse di uno studio del Rinascimento, non ci sarebbe certo da meravigliarsi. Ma questi disegni con i loro chiaroscuri si trovano in un rotolo di papiro egiziano, ossia in quello che per l´antichità era l´equivalente di un libro di oggi. La scoperta dunque si fa terribilmente eccitante.

Stiamo parlando del papiro di Artemidoro che è stato appena pubblicato in una preziosa edizione, che ha destato un nuovo, vivo interesse. Dato che non si conoscevano reperti di questa natura risalenti all´antichità classica, si può anche pensare a un falso. In particolare il noto filologo Luciano Canfora ha sostenuto acutamente, con tesi da detective che si leggono come un giallo, che il papiro doveva essere un falso. Ha cercato persino di trovare il nome del falsificatore. Ciò chiama in causa gli archeologi che sono in grado di stabilire che questo papiro con le sue cosiddette stampigliature, ossia con le lettere rovesciate impresse sulla pagina di fronte a causa dell´umidità della sabbia dove era rimasto, non può essere stato assolutamente falsificato.

In particolar modo si è sentito chiamato in causa il direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, Salvatore Settis, ben noto ai lettori di Repubblica. È uno dei più stimati archeologi contemporanei e ha collaborato all´edizione del papiro di Artemidoro come autorevole archeologo. Se i suoi avversari, prima di diffondere nel mondo intero la loro teoria della falsificazione, avessero aspettato questa edizione monumentale, sarebbero stati forse più cauti. In effetti, se si prende in considerazione la tesi del falso, molti problemi restano insoluti. Dato che questa edizione, costosa e altamente scientifica, non può contare su una larga diffusione e che però oggigiorno esiste un notevole interesse da parte del pubblico, Settis ha scritto ora un saggio di 120 pagine con la riproduzione di tutti i disegni importanti, a un prezzo accessibile a tutte le tasche (Artemidoro. Un papiro dal I secolo al XXI, Einaudi, pagg. 124, euro 26). Un saggio che si legge come un romanzo e che risponde a tutte le esigenze scientifiche; giocano a favore dell´autore le sue doti letterarie già evidenti in numerosi libri tradotti in diverse lingue. È un vero piacere leggere queste frasi appropriate, costruite con chiarezza, e lasciarsi trasportare dai pensieri stimolanti in un mondo così lontano eppure umanamente così vicino.

Il cristianesimo, è vero, ha spento l´interesse, condannato come pagano, per la cultura e la letteratura dell´antichità classica, ma sorprendentemente furono proprio i monasteri cristiani a copiare i testi classici e a conservare nelle loro biblioteche i capolavori letterari e scientifici del mondo antico. Furono soprattutto gli studiosi italiani del Rinascimento a rintracciarli e a pubblicarli. Settis conduce il lettore su una strada che alla fine ha portato gli studiosi anche nei monasteri egiziani. Dall´Egitto, probabilmente da Alessandria, proviene anche il papiro di Artemidoro accartocciato con altri fogli. La carta serviva infatti come imbottitura per una mummia. Un rotolo di papiro è costituito da fogli pressati fatti di strisce sovrapposte orizzontalmente e verticalmente ricavate dal midollo dei gambi della pianta di papiro, che vengono incollate l´una all´altra. La pagina su cui le fibre sono orizzontali è la parte interna più liscia del rotolo su cui si può scrivere più facilmente, mentre sul retro del papiro di Artemidoro, che per le sue fibre verticali è un po´ più sconnesso, non fu scritto niente. Dunque questa parte offriva molto spazio per schizzi di animali di tutte le specie, sia veri che fantastici.

All´inizio e alla fine di un rotolo di norma rimaneva libera una larga striscia, che si arrotolava per poter tenere meglio il papiro. Altri spazi vuoti si trovano fra le singole colonne del testo: questi spazi non scritti del papiro furono utilizzati verso la metà del I secolo d. C. per studi di teste, mani e piedi. Questi dei, eroi, filosofi, guardano l´osservatore con aria di sfida. Questo è l´aspetto eccezionale del reperto, che è da considerarsi come il più significativo fra quelli rinvenuti in tempi recenti. Ci insegna infatti come gli artisti romani riuscirono con pazienti esercitazioni a tener viva l´arte classica e a dimostrare che la loro creatività era all´altezza dei modelli dell´arte greca. Il papiro infine ci dà una rappresentazione viva di ciò che Petronio verso il 60 d. C. consigliava, con un apparente paradosso, a un artista esordiente che si voleva affrancare dallo stile dell´arte greca: la doveva imitare.

*******

la Repubblica mercoledì 7 gennaio 2009

“Caro Andreae quel papiro l’ho studiato a fondo”

LUCIANO CANFORA

Caro direttore, ho molto apprez­zato l’intervento, così ricco di spunti positivi e apertu­re problematiche, che un grande esponente dell’archeologia classi­ca come Bernard Andreae ha dedicato ieri al­la ormai pluriennale “questione” Artemidoro, cui Repubblica de­dicò lo scorso 11 giugno un importante interven­to di Anna Ottani.

Mi è molto piaciuto, tra l’al­tro, il riferimento che egli fa ai filosofi effigiati sul papiro: penso anch’io che un paio di quei volti siano una celebre cop­pia filosofica. Né passa inosservata l’osserva­zione sua preliminare: “si può anche pensare ad un falso”. Sulle molte ragioni che militano in tal senso ho scritto altrove. Qui mi preme soltanto una rettifica alle parole con cui Andreae garba­tamente mi rimprovera di aver argomentato l’i­potesi del falso senza at­tendere l’edizione. Que­sto non appare propria­mente esatto. Il fulcro della nostra dimostra-zione è stata l’analisi del­la colonna IV del testo.

Ebbene, tale cruciale colonna, su cui si basa tutto l’edificio, era stata già due volte edita dagli stessi che hanno poi da­to vita alla grossa edi­zione milanese. Noi ab­biamo dunque lavorato sin dal principio sul soli­do terreno apprestato dagli editori medesimi, dedicando successiva­mente un’amplissima recensione al loro mag­gior lavoro. Sicuramen­te non soffriamo di im­pazienza.

Dec
2nd
Tue
permalink

Tigre contro Tigre. Canfora su Settis, "Artemidoro. Un papiro dal I secolo al XXI"

Corriere della Sera 2 dicembre 2008

Il dibattito - Pochi mesi dopo l’edizione critica, Salvatore Settis torna sul controverso manoscritto

Artemidoro e «il tigre»: così nel papiro spuntò uno strano francesismo

Luciano Canfora

Georges Clemenceau divenne capo del governo francese il 16 novembre 1917. La guerra andava piuttosto male per l’Intesa, dopo la vittoria tedesca sul fronte orientale. Ci voleva un uomo di spietata capacità operativa, e tale fu il settantaseienne leader radical-socialista assurto al vertice nel momento del pericolo. Per i suoi aspri modi, fu popolarmente detto «le tigre ». Infatti «tigre » nella lingua francese è di genere maschile, come del resto maschile è la morte in tedesco e in greco. In Italia, specie dopo Caporetto, lo stile Clemenceau suscitava ammirazione. Il nomignolo tributatogli dai francesi fu subito adottato dalla nostra stampa e tradotto, col proposito di renderlo più intimorente, al maschile: «il tigre». Forma insolita nella nostra lingua, dove è più frequente «tigrotto» e più raro, invece, il femminile «tigretta». In greco antico l’unica forma è tigris, sia femminile che maschile; d’altra parte la radice, avestica, è tigri. Nel greco medievale la situazione non cambia, mentre nel greco moderno si ha tigris per il maschile e tigri per il femminile.

Ecco perché ha fatto scalpore trovare sul verso del cosiddetto «papiro di Artemidoro » (ma il vero Artemidoro non c’entra) il disegno di una maestosa tigre rampante, ritta su di un supporto roccioso e denominata, da un’imbarazzante didascalia, tigros. Una novità assoluta, quasi un francesismo.

Nell’edizione Led del cosiddetto Artemidoro (a cura di Kramer-Gallazzi- Settis-Cassio-Soldati-Adornato) veniva prospettato, con movenze stilistiche solenni, che potesse trattarsi «verosimilmente» di «uno sbaglio dell’estensore » (sic) più che di una «forma eteroclita dell’usuale tigris ». Fortuna che non è stata sfoderata, anche per il tigre, la spericolata àncora di salvezza dei «nomi di origine popolare» o, a piacer vostro, «locale», che spesseggia nel tomo Led ogni qualvolta una didascalia crea imbarazzo.

Ad ogni modo, questa trovata relativa al tigre non figura più nel recentissimo volume einaudiano Artemidoro. Un papiro dal I secolo al XXI, di cui qui brevemente diremo. Il volume sembra destinato a mandare in soffitta l’edizione Led, uscita appena nello scorso marzo e già offerta, ad un pubblico selezionato, a metà prezzo. Riprendendo la conferenza pronunciata a Berlino al cospetto della prima copia dell’edizione Led, Salvatore Settis ha infatti dato vita ad una sorta di epitome di quanto già si leggeva nelle 630 pagine della citata edizione Led: memore forse del peso che le epitomi hanno avuto nella storia del vero Artemidoro.

L’epitome è un genere letterario minore, ma dignitoso e altruista. Marciano, ad esempio, nel fare dopo cinque secoli l’epitome di Artemidoro, addirittura annullò se stesso, e fece circolare l’epitome senz’altro sotto il nome di Artemidoro. (Nel caso einaudiano, invece, sembra essere accaduto il contrario). L’epitome è anche un genere che non impone l’aggiornamento: deve rispecchiare il già detto. Ecco perché qui, nel novissimo volumetto einaudiano, non ci si è presi la briga di discutere quanto è stato scritto prima, durante e dopo l’edizione Led, sullo stesso argomento. C’è solo un elenco di titoli nel Post-scriptum. Meno male: così, almeno, il lettore può andarsi comunque ad informare su come stanno realmente le cose.

Rarissime le innovazioni rispetto al tomo di marzo: vediamo di che si tratta. Per tamponare il disastro rappresentato dal toponimo Obleuion (colonna V) era stata suscitata in luglio, su di un quotidiano, l’ipotesi che tale toponimo fosse nientemeno che «celtico». Si sa quanto si può cavare dai sostrati, specie se celtici. La trovata viene ora accolta nel novissimo volume einaudiano, e propinata in modo personale: avremmo, nel papiro, che tutto sommato è scritto in greco, «la forma latina del nome celtico (Oblivio) ». L’idea è fantastica. I Celti, forse una pattuglia post-hallstattiana spintasi verso nord, avevano creato il toponimo Obleuion; i Romani lo imitarono e, vedi fortuna, imbroccarono, ciò facendo, una parola latina, oblivio, che peraltro aveva una sua propria autosufficiente origine (radice lei, che si ritrova in lino/levis etc.). Un vero miracolo. Più saggiamente Bärbel e Johannes Kramer scrivevano, neanche dodici mesi fa, che Obleuion «no es otro que la grafia griega de la palabra latina» ( Memorias de Clio, n. 5, 2007, p. 86).

Un’altra innovazione è, alla pagina 13, la foto di un grosso pezzo del papiro, addotto a testimoniare «le fasi dello smontaggio». Il bello è che quella foto, con altre quattro o cinque, la posseggo anch’io: mi giunse da un papirologo che la ebbe quando il cosiddetto Artemidoro giaceva, in grossi pezzi già distesi, in un box fuori Basilea in attesa di compratori. Ricordiamo che alcuni mesi addietro si parlava di almeno cinquanta piccoli frammenti risultati dallo smontaggio della «maschera» e sapientemente ricomposti col sudore della fronte. Come potrebbe lo smontaggio della «maschera» aver prodotto un pezzo così grande e in così buone condizioni? Il problema è che quanto scritto da Luigi Vigna sui Quaderni di storia (n. 68) e poi sul Giornale dell’arte di novembre in merito al totale silenzio degli editori sulle fasi di smontaggio dell’ex maschera funeraria da cui sarebbe sbucato fuori il cosiddetto Artemidoro costituisce un serissimo problema. È questo che induce a cercare rimedi peggiori del male.

Inutile dire che l’insormontabile inconciliabilità, da tempo e reiteratamente segnalata, tra la colonna IV del cosiddetto Artemidoro ed il già noto frammento 21 sussiste più che mai. Infatti nella colonna IV si legge, in contrasto con la realtà storica, che la provincia romana detta Spagna Ulteriore comprenderebbe (nell’anno 100 a.C.!) «tutta quanta la Lusitania», mentre invece, ben più correttamente, nel frammento si legge che quella provincia «si estende fino alla Lusitania». A lungo Kramer-Gallazzi-Settis sostennero che i due testi sono identici; ora invece riconoscono che sono diversi (deo gratias) e che però, proprio perciò, il papiro può indisturbatamente essere Artemidoro mentre si deve ammettere (evviva) che il frammento è Marciano. Piroetta tragica. In questo modo finisce che l’autore dice una sciocchezza, mentre chi lo riassume dice il giusto. L’escamotage supremo, consistente nel dire che lì «Lusitania» è detto in senso «non amministrativo», è rovinoso, giacché la nozione «non amministrativa » ma geografica di Lusitania è molto più vasta, e di conseguenza l’inclusione di «tutta quanta la Lusitania» nella provincia romana già nel 100 a.C. diventa più che mai un’insostenibile assurdità.

Maas diceva che basta un solo argomento, purché forte. Noi non vorremmo essere così severi. Ci limitiamo a dire che l’eroica e vana difesa dell’«autenticità» del cosiddetto Artemidoro sta diventando un genere letterario. E questo parla da sé: per un papiro appena nato è proprio una sorte ria.

******

Il libro

Nel volume «Artemidoro. Un papiro dal I secolo al XXI (Einaudi)» Salvatore Settis ripropone, con alcuni ritocchi, la conferenza tenuta a Berlino il 12 marzo scorso alla presentazione dell’edizione critica del Papiro

L’autore

Salvatore Settis, docente di storia dell’arte e dell’archeologia classica, è direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa

Nov
17th
Mon
permalink

I disegnatori di Artemidoro

Salvatore Settis replica a Canfora (cfr. il recente aggiornamento del pamphlet inglese di Canfora in proposito) sul Papiro di Artemidoro: è in uscita presso Einaudi Artemidoro. Un papiro dal I secolo al XXI. Ultimi echi dell’ormai prolungata querelle sul Tirreno di ieri, qui. Settis, i Disegnatori Di Artemidoro

Get your own at Scribd or explore others: Culture

Oct
15th
Wed
permalink

Settis a Venezia... e si riparla del Papiro di Artemidoro

[N.B.: Salvatore Settis nei giorni scorsi, l’11 ottobre, a Venezia, ha presentato il nuovo volume della collana «Mirabilia Italiae», dedicato alla Scuola Grande di San Rocco]

la Nuova Venezia — 14 ottobre 2008
Ma quel papiro è vero o falso? Battaglia pubblica tra studiosi


Celebre e controverso, il «Papiro di Artemidoro» è tornato alla ribalta con la pubblicazione dell’edizione critica, a cura di Claudio Gallazzi, Bärbel Kramer e Salvatore Settis (Led Edizioni, Milano 2008, pagg.630, euro 480), e con l’esposizione a Berlino e a Monaco di Baviera. Reso noto agli studiosi nel 1998 sull’autorevole rivista Archiv für Papyrusforschung, esso fu presentato al grande pubblico nella mostra «Le tre vite del Papiro di Artemidoro. Voci, sguardi, dall’Egitto greco-romano», in scena a Torino dal febbraio al maggio 2006.

Singolare e avvincente la storia del documento secondo l’ipotesi dei curatori della mostra torinese. Tutto avrebbe avuto inizio in un atelier di Alessandria d’Egitto poco dopo la metà del I secolo a.C.: un pittore-cartografo disegna una mappa in posizione errata su un papiro rendendo, così, inservibile quella che avrebbe dovuto essere un’edizione di lusso e illustrata di un testo geografico. Dopo «l’incidente», il rotolo viene accantonato per un eventuale altro utilizzo. Ma ben presto, ecco l’inizio della sua «seconda vita»: sul verso vengono, infatti, disegnati animali, reali e fantastici, con l’indicazione dei nomi in lingua greca, forse usati come campionario per i clienti nella scelta di soggetti di mosaici e di dipinti. Al recto, che conservava degli spazi liberi, viene riportata, nel I secolo d.C., una serie di schizzi di volti e di arti umani, esercitazioni grafiche di giovani apprendisti pittori. Poi, fra il I e il II secolo d.C., il rotolo sarebbe stato riutilizzato per il cartonnage di una mummia, cioè l’impasto colorato di papiri, gesso e colla, usato come sarcofago in luogo del legno molto più costoso: è la «terza vita» del prezioso scritto, che rimane nascosto fino all’inizio del ’900, quando entra nella collezione di antichità dell’egiziano Khashaba Pasha.

Nel 1971 la maschera di cartapesta viene portata in Europa e soltanto allora ci si accorge di scritte in greco che affiorano tra le abrasioni del colore. Estratti i pezzi di papiro, si ricostruisce, tra l’altro, un manufatto lungo m. 2,55 circa per un’altezza di cm. 32,5, che conterrebbe la più ampia porzione ad oggi conosciuta del testo (perduto) dei Geographoumena di Artemidoro di Efeso (II-I secolo a.C.), opera nota soltanto attraverso brevissime citazioni di autori più tardi. Nel testo, dopo un enfatico proemio in cui le geografia è paragonata alla filosofia, fra la terza e la quarta colonna trova spazio una mappa, che rappresenterebbe una parte della Spagna, con la raffigurazione «a volo di uccello» di fiumi, strade, costruzioni, e con una serie di «vignette» ad indicare riferimenti topografici.

Serop Simonian, mercante d’arte di Amburgo e ultimo proprietario del Papiro, dopo averlo proposto, senza successo, al re di Spagna, al British Museum, al Louvre e al Getty Museum, nel 2004 riesce a venderlo alla Fondazione per l’Arte della Compagnia di San Paolo per ben 2 milioni e 750 mila euro. Così, il rotolo è presentato come la gemma più fulgida della mostra di Torino, curata da Claudio Gallazzi e Salvatore Settis.

Passano pochissimi mesi e scoppia la «bomba»: Luciano Canfora, docente di Filologia greca e latina all’Università di Bari, indica il Papiro come un clamoroso falso, ipotizzando anche che ne sia stato autore Costantino Simonidis, geniale falsario greco del XIX secolo. Canfora ha ora raccolto le proprie argomentazioni nel volume Il Papiro di Artemidoro (Edizioni Laterza, 2008, pagg. 522, euro 28).

Ha ripreso, così, vigore la querelle con Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale di Pisa, strenuo sostenitore dell’autenticità del Papiro sulla base soprattutto dell’esame paleografico e dei risultati di analisi chimico-fisiche. Il metodo del C14, infatti, data il documento fra il 40 a.C. e il 130 d.C., e l’esame degli inchiostri conferma una composizione vegetale e priva dei sali metallici in uso nell’800. Ma qui hanno buon gioco le obiezioni di Canfora: il C14 non può indicare il momento della scrittura del Papiro ma solo quello in cui è stato tagliato e preparato; per l’inchiostro, le analisi rivelano la composizione e non l’età. Per confutare la tesi del falso, Settis sostiene che a Costantino Simonidis, morto nel 1890, non potevano essere noti né la città di Ipsa, menzionata nel Papiro e conosciuta solo per alcune monete venute alla luce nel 1986, né il sistema di rappresentare le migliaia mediante la lettera «sampi» dell’alfabeto cario con un’unità sovrapposta come esponente, che si registra per la prima volta nel Papiro di Elefantina pubblicato nel 1907. Puntuale la replica di Canfora: nelle monete compare il nome Ipses e non Ipsa (sono due città diverse); Simonidis scrisse un volume sull’alfabeto cario e addirittura fabbricò un falso testo di Aristotele in caratteri carii.

Nell’edizione critica di Gallazzi, Kramer e Settis, non si riscontrano adeguate risposte agli anacronismi per l’uso di espressioni tardo-antiche e medievali, agli errori geografici e storici, e specialmente alle osservazioni filologiche e linguistiche di Canfora e dei suoi collaboratori. Ad esempio, se si confronta il testo della colonna IV del Papiro con un frammento già noto di Artemidoro (fr.21 Stiehle), esso appare esemplato addirittura su varianti introdotte da studiosi dell’Ottocento.

Grosse e oscure nubi si addensano, dunque, sull’autenticità del Papiro. Sull’argomento, papirologi, filologi, archeologi e altri esperti, si confronteranno nel convegno internazionale indetto per il 14 novembre all’Accademia delle Scienze di Torino. Si prevede battaglia.

Roberto Pesavento

Jun
29th
Sun
permalink
May
21st
Wed
permalink

Intervista a Salvatore Settis

La Stampa 17-05-2008, TUTTOLIBRI, pag.11

MAURIZIO ASSALTO

diario di lettura - Salvatore Settis

‘I MIEI SCAVI DA PLATONE A GOMORRA’

Voce decisamente giovanile, da studente brillante piu’ che da temibile cattedratico, Salvatore Settis e’ una delle figure piu’ influenti della cultura italiana, ascoltato tanto a sinistra, la sua parte politica di riferimento, quanto dalla parte opposta. Anche nell’insegnamento, il direttore della Normale di Pisa unisce le competenze dell’archeologo con quelle dello storico dell’arte, classica e non solo.

Professore, quando lei si pone di fronte a un’opera antica e’ piu’ attratto dai suoi valori estetici o da quello che ha da dirci rispetto a una certa civilta’? Prevale lo storico dell’arte o l’archeologo?

«La mia formazione universitaria e’ stata di archeologo. Non ho studiato storia dell’arte: ho studiato storia dell’arte antica. Ho cominciato facendo scavi, in Etruria e in Magna Grecia. Di questo approccio mi e’ rimasto molto: l’attenzione al problema della ricostruzione, il senso che quanto sappiamo e’ infinitamente poco in confronto a quanto vorremmo sapere. Poi a un certo punto mi e’ nata una curiosita’ crescente, soprattutto attraverso la frequentazione dell’Istituto Warburg a Londra e la lettura delle opere connesse a quella grande matrice, mi e’ nata l’idea che per capire le civilta’ piu’ antiche bisognasse guardarne anche le conseguenze nel corso dei secoli, a partire dall’arte. Questo fra l’altro era l’insegnamento, dal punto di vista della storia culturale, di uno storico grandissimo come Arnaldo Momigliano che ha cominciato a insegnare a Pisa quando io ero ancora perfezionando alla Scuola Normale. Gradualmente, e’ in questo modo che mi sono avvicinato a temi di storia dell’arte che non avevano quasi niente a che fare con la classicita’: per esempio Giorgione. Ed e’ studiando l’arte del Rinascimento che ho sviluppato una sensibilita’ ai valori formali che prima era molto in secondo piano, e che oggi nella mia esperienza di studio ha un peso piu’ o meno uguale all’attenzione alla ricostruzione. Cambio l’accento a seconda del problema che sto trattando».

Proprio Momigliano apri’ una lezione tenuta nel 1967 in un liceo di Erice con una domanda, che lei citava nel suo Futuro del «classico» (Einaudi 2004). Gliela ripropongo: perche’ si studia la storia antica?

«Momigliano diceva che si possono dare due risposte: 1) perche’ i greci e i romani sono i nostri antenati, e 2) perche’ tutte le civilta’ umane sono degne di studio. Ecco, 40 anni dopo, e in un mondo molto piu’ globalizzato, io direi che la risposta fatale e’: per tutte e due le ragioni, sia per ritrovare le radici della nostra identita’ culturale, sia per apprezzarne le differenze, che sono feconde, rispetto alle altre. Naturalmente bisogna guardarsi dall’idea che la cultura classica o la cultura europea siano superiori: queste sono sciocchezze. Cio’ non vuol dire pero’ che non ci sia una specificita’ da affrontare e confrontare. Secondo una bellissima formulazione di Lévi-Strauss, ogni cultura si definisce nel confrontarsi con le altre, riconoscendo qualcosa di simile e qualcosa di diverso. Qual e’ la meraviglia del rapporto con la cultura greco-romana? Appunto, trovare che molto e’ simile e moltissimo e’ diverso: questa spola fra il simile e il diverso e’ la fecondita’ del nostro rapporto con la cultura classica».

Quali sono stati i libri piu’ importanti nella sua formazione?

«Io ho avuto la fortuna di fare un liceo molto buono - in parte a Messina e in parte a Reggio Calabria - che mi ha dato un fortissimo stimolo a leggere. Molta letteratura classica, molta letteratura italiana. Ma mi e’ difficile dire quale delle grandi opere sia stata piu’ formativa. Tutte le mie letture erano all’interno del ”canone”, quel canone che poi e’ stato contestato: dead white males, come dicevano nelle universita’ americane. Ma questi ”maschi bianchi morti”, indubbiamente - si potevano chiamare Euripide o Platone - non rinnego di averli letti, di leggerli ancora con grandissimo diletto, con grandissimo frutto. «Per quel che riguarda invece la storia dell’arte antica, indico due autori. Uno, a cui ho gia’ alluso prima, e’ Aby Warburg, che non era un antichista ma guardava all’arte del Rinascimento come - letteralmente - rinascimento dell’antichita’. Simmetricamente, Ranuccio Bianchi Bandinelli, uno storico insigne dell’arte antica, capace pero’ di porsi una serie di problemi che nascevano dalla sua profonda conoscenza dell’arte del Rinascimento e del Medioevo - sul disegno degli antichi, sullo scorcio, sul chiaroscuro. E li affrontava con un linguaggio che gli veniva piu’ dalla lettura di Longhi, per dire, che dalla lettura dei grandi archeologi. L’incrocio di queste due personalita’ dimostra che la storia dell’arte europea e’ una dai greci fino a oggi. Ai loro scritti vorrei aggiungere quelli di Erwin Panofsky, a cominciare dal Significato nelle arti visive».

Adesso che cosa sta leggendo?

«Come opera scientifica, mi sto dedicando a un saggio dello storico dell’arte tedesco Horst Bredekamp, Galilei der Kunstler, che partendo dai disegni di Galileo fa vedere come il suo approccio all’arte e il suo approccio alla scienza siano complementari. Un libro molto interessante e molto particolare, perche’ Bredekamp e’ forse l’unico o quello che meglio di tutti sta facendo storia della scienza attraverso la storia dell’arte. «Al di fuori dei miei interessi di studio, sto leggendo Gomorra di Roberto Saviano, con crescente stupefazione: una realta’ cosi’ drammatica non la immaginavo, pur essendo io meridionale. E ho appena finito l’ultimo Camilleri, Il campo del vasaio. Camilleri io l’ho invitato in Normale tante volte, e lui gentilmente mi manda tutte le sue novita’. Leggo molta narrativa, di solito la sera, alternando: ho una specie di regola per cui se l’ultimo libro e’ stato italiano, il successivo non deve esserlo. Per il resto sono un lettore molto disordinato».

Negli ultimi anni lei e’ stato protagonista di una battaglia per il patrimonio culturale italiano, che «non e’ mai stato minacciato quanto oggi, nemmeno durante guerre o invasioni». Da quando scriveva queste parole, in Italia S.p.a. (Einaudi 2002), la situazione e’ migliorata?

«A quell’epoca c’erano delle leggi Tremonti che rischiavano di portare alla svendita di una parte consistente del patrimonio culturale. Da allora la situazione si e’ sviluppata. Il Codice dei Beni culturali, avviato dallo stesso governo Berlusconi col ministro Urbani, e’ stato portato a termine da Buttiglione e da Rutelli, e non e’ affatto un cattivo codice. Ma non basta avere una buona legge: bisogna saperla applicare. E per questo occorre che lo Stato e le Regioni, dopo essersi progressivamente staccati, ri-imparino a collaborare. Un’altra difficolta’ e’ che sia a livello centrale, sia a livello locale manca il personale giusto, per esempio non ci sono veri esperti di paesaggio. In alcune Regioni e nelle Soprintendenze statali sono anche pochi di numero: da troppo tempo non si fanno assunzioni, l’eta’ media e’ 55 anni. A tutti i livelli ci vorrebbe un reclutamento straordinario di personale giovane, di alta qualita’ (quindi niente assunzioni sulla base dei precariati, ma esclusivamente sulla base del merito), molto motivato. Altrimenti possiamo fare la legge piu’ bella del mondo, ma se non riusciamo ad attuarla non serve a nulla».

Come vede il ruolo dei privati nella gestione del patrimonio culturale?

«Io lo vedo con moltissimo favore, a patto che i privati sappiano che cosa vogliono e perche’ lo fanno. Ci sono stati alcuni anni dissennati, in cui si e’ diffusa l’idea che se un museo viene dato in gestione ai privati improvvisamente comincia a guadagnare. Questo naturalmente non esiste. Nessun museo degli Stati Uniti - dove sono tutti privati, o quasi - ci guadagna. Anzi, quando riesce ad avere come introiti il 15% delle uscite e’ considerato un grande successo e il direttore riceve un aumento di stipendio. Questo vuol dire che pero’ l’85% va trovato - e va trovato come? O con soldi pubblici, come in Italia, o con donazioni private - donazioni pero’, non gestione. Allora credo che se un privato sa tutto questo e nondimeno vuole fare qualcosa per un museo, e’ presumibile che andra’ benissimo. Se invece pensa di guadagnarci, non possiamo che aspettarci dei disastri. «Piuttosto sarebbe interessante che i privati potessero dare un contributo vero ai musei, anche attraverso quelle forme associative che in America hanno un’importanza enorme, o attraverso contribuzioni volontarie. Negli Stati Uniti sono piu’ alte che da noi per la semplice ragione che li’ c’e’ un sistema di defiscalizzazione molto efficace».

Potrebbe essere un suggerimento per il nuovo governo di centrodestra. Intanto al ministero dell’Economia e’ tornato Tremonti: preoccupato?

«Non ho ragione di esserlo. Gia’ qualche anno fa, quando l’avevo incontrato, mi era sembrato che Tremonti non avesse piu’ quelle intenzioni cosi’ aggressive che avvertivo nella legge istitutiva della societa’ Patrimonio dello Stato Spa. Adesso non posso che stare a vedere. Nei giorni scorsi ho avuto un colloquio lungo e cordiale con il ministro Bondi, a cui avevo presentato le mie doverose dimissioni da presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, essendo stato nominato dal suo predecessore. Mi ha assicurato il totale rispetto del Codice e dell’autonomia del Consiglio, invitandomi a restare al mio posto».

Un segnale positivo. Ma per il bene dei beni culturali e’ meglio il centrosinistra o il centrodestra?

«Devo dire che il tema e’ stato affrontato con grande superficialita’ da tutti gli schieramenti che si sono presentati alle elezioni, il che mi preoccupa molto. Al di la’ di quelle che possono essere le mie simpatie personali, per quanto riguarda il tema del patrimonio culturale - ma, vorrei aggiungere, anche per quello dell’universita’ e della ricerca, che mi sta altrettanto a cuore, ed e’ strettamente connesso - non vedo differenze di sostanza tra centrosinistra e centrodestra».

La vita. Salvatore Settis e’ nato a Rosarno (RC) nel 1941. Dal 1999 direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, dove e’ ordinario di Storia dell’arte e dell’archeologia classica, e’ stato visiting professor in diverse universita’ Usa e dal ‘94 al ‘99 direttore del Getty Research Institute di Los Angeles.

Le opere. Tra i suoi libri, «La ”Tempesta” interpretata», «Italia S.p.a.» e «Futuro del ”classico”» (editi da Einaudi), «Laocoonte» (Donzelli), «Battaglie senza eroi» (Electa).

Curatore dell’edizione scientifica del «Papiro di ARTEMIDORO» (Led) e di numerose mostre (in corso a Mantova, Palazzo Te, «La forza del bello»).

Nov
4th
Sun
permalink

Tag Cloud