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Beppe Grillo e Aristofane

“Quella grande comicità che ricorda Aristofane”
Margherita Rubino, Repubblica — 19 luglio 2008   sezione: GENOVA

Il comico di Beppe Grillo attende ancora una valutazione critica. Il passaggio, nel tempo, dall’ intrattenimento impertinente alla satira che morde, alla provocatorietà virulenta a tutto campo, ha fatto si che in primo piano balzasse Grillo personaggio, e sullo sfondo rimanesse Grillo artista.

Genova vanta grandi creativi dalla coloritura comica varia, e non li ama troppo: si tratti della grande maschera di Paolo Villaggio, del dire beffardo di Luca Bizzarri, della grazia corrosiva di Maurizio Crozza.

In un bel saggio Dario Fo distingue tra caricatura-sfottò, che diverte tutti, compresi i potenti, finendo per rifinirne il gioco, e satira. La vera satira affonda le sue radici nel tragico, tocca i problemi di fondo, chiama in causa i protagonisti con nome e cognome. “Esagera”, come esagerò Aristofane, ricorrendo alla scatologia e alle oscenità, per dire le oscenità politiche della sua epoca.

Il Grillo degli anni ‘80 denunciò in teatro piaghe e ruberie che esplosero e furono note in Italia dieci anni dopo. Fece vera e grande satira, urlando dalle sale teatrali di tutta Italia con una indignazione che resta la sua corda più autentica e viscerale. L’ accusa diretta contro la sopraffazione evidente e arrogante resta un punto di forza della sua vitalità satirica. La rabbia violenta e aggressiva con cui carica descrizione cronachistica, movimenti polemico-politici, rivisitazioni deformate e grottesche delle cose e dei problemi è autentica, profondamente autentica. Ed è questa autenticità che calamita la gente e infastidisce molti.

Grillo è eccessivo, si dice da sempre; lo è chi fa satira (Fo, Rossi, Guzzanti, Luttazzi) poiché va a incidere su ciò che è drammatico, senza usare modi e termini e limiti che sono accettabili da tutti. Grillo finisce per parere un reazionario, si dice, finisce per fare il gioco altrui. Non accettare questa democrazia, perché ha perduto ogni rapporto reale con i valori effettivi, senza prospettare altre forme di utopica o solo decente convivenza sociale, può parere o essere antidemocratico, è problema non elementare.

La stessa accusa di reazionarietà è caduta in passato su grandissimi comici, il solito Aristofane in testa. Da millenni la satira attrae e infastidisce a un tempo. Chi li fissa, i modi e i limiti di questa che è la più alta forma del comico? Beppe Grillo, genovese che prova e provoca fastidio, proprio a questa forma appartiene.

Jul
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Le etere del princeps: da Pericle a Berlusconi, la satira comica attacca

“Quello di Sabina è stato un capolavoro di in­vettiva satirica, urtante e spiaz­zante come dev’essere un’invetti­va satirica, senza mediazioni arti­stiche né perifrasi. Gli ignorantelli di ritorno che gridano «vergo­gna» non possono sapere che già nell’antica Atene, Aristofane era solito far interrompere le sue com­medie con una «paràbasi», cioè con un’invettiva del corifeo che avanzava verso il pubblico e parla­va a nome del commediografo, di­cendo la sua sui problemi della cit­tà. Anche questa è satira (a meno che qualcuno non la confonda an­cora con le barzellette)”.

Marco Travaglio, L’Unità 10 luglio 2008 (“Io difendo quel palco”).

Del resto, come già osservavo, il princeps è sempre stato attaccato dalla satira comica: Carfagna come Aspasia?…

Articolo completo, qui sotto:

 

Jul
9th
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A proposito di Impero: all’università il mio autore latino preferito era Svetonio. Scrittore e storico mediocre, ma propagandista geniale. Lui non perdeva tempo a criticare la tirannide imperiale da un punto di vista filosofico o politico: gli bastava appioppare a tutti gli imperatori i vizi peggiori che si potevano rintracciare sul mercato del pettegolezzo. È così che la dinastia Giulio-claudia si è trasformata in quella combriccola di pazzi maniaci assassini e pedofili che ancora ci affascina. Ecco, attenzione a liquidare Guzzanti e Grillo come due comici incarogniti. Istintivamente hanno scelto la strategia di Svetonio, che è la più adatta ai tempi: la corruzione del corpo come metafora della corruzione dello Stato
leonardo: Radical-cheap (satira e potere)
Jun
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Berlusconi "magnaccia"? I precedenti storici non mancano

Il riferimento del titolo è alla dichiarazione con cui Di Pietro (una sorta di demagogo dei tempi moderni, direbbero alcuni…) stigmatizza l’operato di Berlusconi come quello di un “magnaccia”: i parallelismi per insulti di questo genere nel corso degli scontri politici dell’antichità certo non mancano… Luciano Canfora ne ricorda, qui sotto, uno riguardante Cicerone vs Antonio: ma non è da dimenticare, p.e., che Aristofane (Acarnesi, v.526 segg.)  giocosamente fa risalire lo scoppio nientepopodimenoche della Guerra del Peloponneso al furto di due prostitute megaresi al seguito di Aspasia, l’influente etera della cerchia del princeps Pericle.

Berlusconi “magnaccia” come Pericle, insomma: la “corte” del potente una costante storica per una democrazia trasformata, seppur non ufficialmente, in una sorta di principato (come l’Atene di allora, così l’Italia di oggi: democrazia solo formale ed un primus inter pares ad avere de facto un potere pluridecennale)?

Si capisce come, in tutte le epoche, il colorito caravanserraglio del potente si presti ad essere attaccato (e non solo in commedia, seppur “politica”, come lo fu Pericle) da parte di chi si fa portavoce del popolo (il quale percepisce come esautorato il proprio potere formale), con il rischio, appunto, come scrivevo sopra, che quest’ultimo scivoli, nella propria azione politica di leader, magari nella demagogia (da Cleone ad Iperbolo e Cleofonte, ancora una volta la storia d’Atene insegna)…

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Corriere della sera 29 giugno 2008
«Lenone»
Come Cicerone contro Antonio

L’ elegante sortita dell’ ex ministro Di Pietro potrebbe, forse all’ insaputa di lui, avere dei precedenti letterari. E sia pure in celebri contesti scurrili. Il rozzo Marco Antonio, braccio destro di Cesare in tante campagne, bersaglio poco dopo le Idi di marzo dell’ attacco ferocissimo di Cicerone, viene addirittura raffigurato dall’ oratore nella celebre e mai pronunciata Seconda Filippica come il capofila di un corteo variopinto, nel quale, accanto ai littori che gli spettavano per il suo rango, c’ era una specifica carrozza carica di lenoni e di allegre seguaci che Cicerone bolla con l’ epiteto di comites nequissimi.

E di un corteo di latrones e lenones intorno ad Antonio parla anche nella Sesta Filippica. Imbarazzante comitiva cui anche i cittadini dei municipi erano tenuti a rendere omaggio. Pochi sarebbero disposti a prendere per buono tutto quello che Cicerone riversa addosso ad Antonio, ma non è affatto da escludere che il rozzo e gaudente soldataccio si compiacesse, anche per sfida, di compagnie del genere.

Luciano Canfora

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