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Caduta dell'Impero Romano: vexatae quaestiones

Corriere della Sera 6 gennaio 2009

Dispute Due saggi sulla caduta dell’impero con tesi opposte. Si riapre il dibattito cominciato da Gibbon

Fine di Roma: crollo o evoluzione?

Bryan Ward-Perkins: sparì la civiltà. Peter Wells: no, la cultura continuò

Antonio Carioti

La caduta dell’impero romano d’Occidente (476 d.C.) ha sempre affascinato gli storici. Nel Settecento l’inglese Edward Gibbon le dedicò un’indagine minuziosa, sostenendo che il cristianesimo era stato il fattore principale del crollo. Ma il dibattito sulle cause del tramonto di Roma non si è mai interrotto, tanto che anni fa lo studioso tedesco Alexander Demandt stilò un elenco di 210 ragioni (dalla crisi di legittimità al surriscaldamento delle terme frequentate dalla classe dirigente) indicate di volta in volta dagli storici per spiegare il traumatico evento. Nella fervida discussione sui motivi, tra gli antichisti di vecchio stampo c’era però un consenso generale sulla gravità del disastro: «Uno stacco si verificò, senza dubbio, violento come un urto di continenti», scriveva Santo Mazzarino, uno dei maggiori studiosi di storia romana, nel saggio del 1959 La fine del mondo antico, ora riedito da Bollati Boringhieri (pp. 217, € 14).

Poi però nel 1971 lo storico irlandese Peter Brown mise al bando le idee di decadenza e crollo, affermando che c’era stata piuttosto una grande trasformazione, cominciata sotto il tardo impero e proseguita dopo le invasioni barbariche, senza rotture brusche, in un clima di sostanziale continuità. Una tesi che si è fatta strada fino a diventare quasi egemone al giorno d’oggi. Per esempio lo studioso canadese Walter Goffart ha criticato il concetto stesso di «invasioni barbariche»: a suo avviso furono i romani a consentire lo stanziamento dei popoli nordici entro i confini dell’impero, anche se poi quell’esperimento d’inclusione andò «un po’ fuori controllo».

Espressione di questa corrente storiografica è il libro dell’americano Peter S. Wells Barbarians to Angels, appena tradotto da Lindau con il più prudente titolo Barbari (pp. 241, € 19). Qui i famigerati «secoli bui» — dal V fino all’VIII, che segnò con Carlo Magno la «rinascita carolingia» — sono presentati come «un’epoca tutt’altro che senza luce», anzi «ricca di una brillante attività culturale». All’opposto Bryan Ward-Perkins, docente a Oxford, nel polemico saggio La caduta di Roma e la fine della civiltà (Laterza, pp. 293, € 19,50) vuole dimostrare che «gli effetti a lungo termine del crollo dell’impero furono drammatici», se non altro perché «l’arte, la filosofia e le buone fognature sparirono tutte dall’Occidente».

Eppure le due opere svolgono le rispettive argomentazioni partendo da una premessa comune. Wells osserva che per ricostruire la fine dell’impero non ci si può basare sui testi antichi giunti fino a noi, perché gli autori latini dell’epoca (come san Girolamo o Gregorio di Tours) avevano una visione romanocentrica, quindi catastrofista, smentita dalle acquisizioni dell’archeologia moderna. Ma Ward-Perkins accetta la sfida, nel senso che anch’egli si basa in prevalenza sui reperti archeologici, dai quali però ricava conclusioni assai diverse.

Per esempio entrambi gli autori constatano la scomparsa, una volta caduto l’impero, dei grandi edifici di pietra con tetti in tegole. Ma se per Ward-Perkins questa è la prova di un rovinoso declino dell’edilizia abitativa, Wells ribatte che si trattò semmai di un mutamento nel modo di realizzare le costruzioni, con l’utilizzo di materiali deperibili come il legno, che non implicò affatto lo spopolamento delle città e il collasso dell’economia. I vasti e spessi strati di terriccio scuro che si trovano nei siti urbani, fitti di resti «certamente databili dopo il periodo imperiale», dimostrano a suo parere che quei luoghi rimasero densamente abitati e pulsanti di attività anche in epoca post romana.

Inoltre Wells sottolinea che nelle tombe dei re barbari come il franco Childerico, vissuto nel V secolo, si trovano armi e gioielli di gran pregio, che solo una civiltà raffinata poteva offrire. Ward-Perkins replica però che non bisogna guardare a simili «oggetti d’élite, prodotti o importati per i più alti livelli della società»: l’attenzione va rivolta agli «articoli di buona qualità e a basso prezzo». Per esempio il vasellame, abbondantissimo sotto l’impero e poi quasi sparito, tanto che i ritrovamenti passano da «montagne di ceramica romana» a «qualche scatola di cocci», per giunta «privi di ogni finezza funzionale o estetica», dell’epoca barbarica.

Altri fenomeni riscontrati negli scavi sembrano confortare Ward-Perkins. Uno è la scomparsa degli spiccioli: le monetine di rame non vengono più coniate in Occidente a partire dal VI secolo, con l’unica eccezione delle aree dominate dai bizantini, dal che si deduce una drastica riduzione degli scambi economici. Altrettanto significativo è il venir meno della scrittura nella vita quotidiana. I graffiti di età romana spesso si riferiscono a piccole transazioni commerciali o a episodi banali: tipico il caso del cliente di un postribolo che manifesta per iscritto il suo gradimento per la prestazione ricevuta. Caduto l’impero, i testi scritti si fanno molto più rari e riguardano tutti «documenti formali, destinati a durare». Un chiaro sintomo che l’alfabetizzazione era diventata appannaggio di una ristretta élite.

Tutto ciò induce Ward-Perkins a parlare di regresso culturale e «disintegrazione economica », con annessa «una brusca caduta della produzione alimentare». E qui il contrasto tra i due autori si fa stridente, perché Wells esalta invece «lo sviluppo di una nuova tecnologia agricola — basata sull’adozione dell’aratro pesante a ruota — capace d’incrementare in modo esponenziale l’efficienza nella produzione di cibo, come mai era stato possibile ottenere ai tempi di Roma».

A volte ci si stupisce di quanto sia arduo scrivere una storia condivisa del secolo scorso, ma in fondo le difficoltà sono anche maggiori quando si tratta di avvenimenti trascorsi da un millennio e mezzo.

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Chi era Servio Tullio?

L’età dei Tarquini. Il mistero di Servio Tullio - A.Carandini su Repubblica del 4 settembre 2008 - Leggi su Scribd: L’età dei Tarquini. Il mistero di Servio Tullio.

Anticipazione della lezione romana di domani, nell’ambito del ciclo di conferenze organizzato da Laterza, le età di Roma

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Per un museo della città di Roma

Repubblica 9 giugno 2008
“Quei musei delle città che in Italia mancano”
Andrea Carandini

Il Bel Paese è sciupato, ma i centri urbani sono salvi e per fortuna anche tratti di campagna, per cui abbiamo la storia recente davanti a noi. Si tratta, in realtà, di un’ illusione, ché i paesaggi si trasformano e vanno interpretati, ma il risultato cumulativo permane ed è leggibile. Gli studi sulle nostre città dal tardo Medioevo dovrebbero essere più precisi nello spazio e nel tempo, e soprattutto essere mostrati. Tendiamo a pensare che le cose si spiegano da sole; in Europa la pensano diversamente e per questo hanno i musei delle città. Le metropoli sono labirinti difficilmente penetrabili: questo Oltralpe si sa; ma noi, sempre i più bravi, di spiegazioni facciamo a meno. Ma l’ Italia di epoca romana e dell’ alto Medioevo sono finiti sotto terra, né li abbiamo davanti agli occhi se non a sprazzi. Il sommerso, prima di essere tutelato, deve essere individuato, altrimenti l’ aratro prosegue nell’ erosione. Le informazioni sui paesaggi invisibili si trovano tra i solchi dei campi, indagabili solamente da gruppi di giovani; per questo un grande giacimento di conoscenze si trova nei computer delle università italiane, sconosciuto al ministero per i Beni culturali, e si trovano anche negli archivi delle soprintendenze, irraggiungibili dagli stessi funzionari, condannati a scavare tra le carte.

Di questo problema si è occupata una commissione paritetica istituita dal passato governo che ha portato a norme circa i “sistemi informativi archeologici”, già comunicate alle soprintendenze, ma il lavoro dovrebbe proseguire. Questi uffici hanno bisogno urgente di nuove leve, ma anche della digitalizzazione degli archivi e di nuovi dati sul territorio, per cui andrebbero intensificate le collaborazioni con le università: dove si conoscono dieci insediamenti ce ne sono cento.

Perfino Roma non è ricostruibile dai colossi che emergono, perché le rovine sono per lo più di età imperiale - per cui restano nel buio secoli di storia regia, repubblicana, alto-medievale - e perché nonostante la magniloquenza dei monumenti si tratta di apparizioni scucite, che invocano una costellazione di indizi per essere capite. Ciò spiega perché tra il tardo Medioevo e gli inizi dell’ 800 si integravano le lacune fra i grandi monumenti in maniera fantastica… Solo le ricerche topografiche e gli scavi dalla seconda metà dell’ 800 hanno portato alla Forma Urbis di Lanciani, glorioso monumento scientifico, ormai superato e comunque mai tradotto in racconto per comuni mortali, a cui in una democrazia bisognerebbe pensare.

Comunicare: una colpa? Salvo i musei della Cripta di Balbo, dei Mercati di Traiano e della Civiltà romana, abbiamo a Roma collezioni di oggetti mobili, per lo più sculture (manca un museo della vita quotidiana). Queste raccolte sono di grande importanza per intendere la cultura figurativa antica, ma Vaticani, Capitolini e Museo Nazionale non mostrano l’ oggetto principale: Roma e il suburbio. Se quindi un museo della città è importante per i paesaggi urbani tardo-medievali e moderni, per quelli proto-storici, antichi ed alto-medievali si rivela indispensabile.

Nel caso di Roma sarebbe affascinante trasformare il Circo Massimo in un edificio in parte esposto e in parte reso ameno, e anche utilizzare l’ edificio in fondo al Circo - come era intenzione della passata amministrazione - per accogliere il museo dell’ impero, togliendolo all’ isolamento dell’ Eur e aggiornandolo, il museo della città interamente da attuare e possibilmente anche il museo della vita quotidiana.

L’ assessore della nuova amministrazione, Umberto Croppi, si è mostrato in una dichiarazione favorevole ad un museo della città e non va intimidito. Ogni colle di Roma merita un racconto per periodi, illustrato da frammenti architettonici, da reperti di scavo, da documentazione iconografica e scritta pertinente. Non è questione di depredare altri musei; qui al centro dell’ attenzione è ciò che in quelli viene ignorato: i contesti, le architetture…

Hegel pose l’ architettura in coda alle altre arti, ma alla coscienza nostra essa appare invece arte fondamentale, perché le altre ricomprende ed accoglie (nelle Facoltà di Lettere la storia dell’ architettura viene ignorata!). Interessano le grandi architetture ma anche le costruzioni tutte, considerate nel tessuto continuo e cangiante dell’ abitato. Inoltre gli edifici andrebbero spiegati non solo in planimetria ma in ricostruzioni tridimensionali, grazie alla multimedialità (si veda la sperimentazione riuscita sotto Palazzo Valentini).

Sostenere che «basta Roma a raccontare se stessa»(Salvatore Settis, Il Sole 24 Ore, 25 maggio) significa non aver interrogato i turisti al Foro (come mi capita di fare mentre scavo), assetati di informazioni che mai trovano (mancano didascalie anche ai principali monumenti). Roma è ricchissima, complicatissima e neppure un archeologo che non sia specialista in materia arriva a intenderla anche per grandi linee, figuriamoci gli altri. Che un museo di introduzione alla conoscenza della città possa mortificare Roma o sia foglia di fico per coprire scempi edilizi non pare credibile (cercherò di informare e convincere Settis). Un buon servizio è sempre vanto per la città e gli scempi del territorio rimangono inespiabili.

Musei della città vanno sorgendo in Italia: a Brescia, dove è trasparente il passaggio dalla città romana al comune medievale e tra i due un terra nera di coltivazione; a Ravenna-Classe, dove si potrebbe raccontare la capitale imperiale tardo-antica. Museificare implica sempre “confinare” la grandiosa totalità del reale. Che altro strumento abbiamo?

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Palazzo Grassi - Mostra Roma e i Barbari
Così Paolo Conti sul Corriere della Sera del 23 gennaio 2008:
”(…) C’ è da raccontare, invece, come e perché proprio nel binomio Roma-Barbari affondino le radici dell’ Europa. Con un rinvio all’ oggi, alla cronaca più viva e spesso dolorosa della contemporaneità: la migrazione e la fusione etnica e culturale tra i popoli, un fenomeno (oggi come allora) fatto di forti e reciproche curiosità e di altrettanto forti ostilità.
La mostra è già ricca sulla carta: mille anni di storia raccontata (la cronologia parte dalla sottomissione della Gallia da parte di Cesare tra il 58 e il 51 avanti Cristo e si conclude con l’ incoronazione di Ottone I nel 962 quindi con la nascita del Sacro romano impero germanico) e 1.700 pezzi esposti provenienti da 24 Paesi, prestati da 200 tra musei ed esposizioni.
Scrive nell’ introduzione Aillagon: «Il continente europeo troppo spesso celebra le radici greche, romane ed ebraico-cristiane dimenticando le proprie origini barbare peraltro così potenti e determinanti. La mostra invita a riflettere sulla situazione attuale dell’ Europa, spazio politico e culturale che ha dominato il mondo o ha tentato di dominarlo, e che oggi si confronta con l’ esigenza di imparare a convivere con un numero sempre più consistente di donne e uomini provenienti da altre parti del mondo». Riecco il parallelo ieri-oggi. Così come Roma rappresentò un modello politico e di civiltà, anche nella vita quotidiana, oggi l’ Europa incarna un riferimento universale di organizzazione e qualità della vita pubblica e privata. E così come i Barbari modificarono per sempre Roma con la loro cultura, anche oggi il fenomeno delle migrazioni sta regalando un volto definitivamente nuovo al Vecchio Continente: quello di una inedita ed eterogenea civiltà. (…)

Palazzo Grassi - Mostra Roma e i Barbari

Così Paolo Conti sul Corriere della Sera del 23 gennaio 2008:

”(…) C’ è da raccontare, invece, come e perché proprio nel binomio Roma-Barbari affondino le radici dell’ Europa. Con un rinvio all’ oggi, alla cronaca più viva e spesso dolorosa della contemporaneità: la migrazione e la fusione etnica e culturale tra i popoli, un fenomeno (oggi come allora) fatto di forti e reciproche curiosità e di altrettanto forti ostilità.

La mostra è già ricca sulla carta: mille anni di storia raccontata (la cronologia parte dalla sottomissione della Gallia da parte di Cesare tra il 58 e il 51 avanti Cristo e si conclude con l’ incoronazione di Ottone I nel 962 quindi con la nascita del Sacro romano impero germanico) e 1.700 pezzi esposti provenienti da 24 Paesi, prestati da 200 tra musei ed esposizioni.

Scrive nell’ introduzione Aillagon: «Il continente europeo troppo spesso celebra le radici greche, romane ed ebraico-cristiane dimenticando le proprie origini barbare peraltro così potenti e determinanti. La mostra invita a riflettere sulla situazione attuale dell’ Europa, spazio politico e culturale che ha dominato il mondo o ha tentato di dominarlo, e che oggi si confronta con l’ esigenza di imparare a convivere con un numero sempre più consistente di donne e uomini provenienti da altre parti del mondo». Riecco il parallelo ieri-oggi. Così come Roma rappresentò un modello politico e di civiltà, anche nella vita quotidiana, oggi l’ Europa incarna un riferimento universale di organizzazione e qualità della vita pubblica e privata. E così come i Barbari modificarono per sempre Roma con la loro cultura, anche oggi il fenomeno delle migrazioni sta regalando un volto definitivamente nuovo al Vecchio Continente: quello di una inedita ed eterogenea civiltà. (…)

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Dalla Roma antica alla Roma d'oggi: il problema degli immigrati

Corriere della Sera 11 dicembre, 2007

Interpretazioni Una lezione dall’ antichità, Atene e Sparta caddero perché non ci fu la cooptazione

L’ impero salvato dagli immigrati

Da stranieri a cittadini: ecco il segreto della forza di Roma

Venti giorni prima della capitolazione della Germania, il 19 ottobre 1918, Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff pubblicò nell’ edizione berlinese del quotidiano Der Tag un breve e molto efficace articolo intitolato «Untergang Karthagos». Nella situazione drammatica di quei giorni convulsi, la breve rievocazione della distruzione di Cartagine fortemente voluta dal Senato romano parla in realtà del presente, della prevedibile catastrofe tedesca, della resa incondizionata che gli occidentali pretendono dai tedeschi dopo aver inventato una «colpa tedesca». La rievocazione, in tratti essenziali, dell’ imperialismo rapace praticato dai romani non potrebbe essere più efficace. Un dettaglio va aggiunto a tale descrizione: che la decisione, presa a freddo, di annientare Cartagine quantunque vinta e da tempo non più pericolosa, era stata presa esattamente nel momento stesso in cui i cartaginesi saldavano l’ ultima pesantissima rata delle cinquanta annualità di tributi cui li aveva sottomessi il trattato di pace (cioè di capitolazione) del 201 a.C. «Il bottino e i tributi - scrive lo storico dell’ antichità Jérôme Carcopino - vennero prelevati dapprincipio al solo fine di rimarcare la soggezione dei vinti e perpetuarla, ma finirono ben presto per piacere in quanto tali: arricchirono i capi e, al tempo stesso, innalzarono il livello di vita del popolo». Così, ad esempio, a partire dal 167 il popolo poté non più pagare un’ imposta che i tributi inflitti sine die alla Macedonia rendevano inutili. Oro e schiavi erano la posta in gioco nelle guerre del mondo antico. Nel caso delle guerre di conquista romane si trattava di tonnellate d’ oro e di eserciti di schiavi. E quando il bottino già fatto - nonostante il sistema di scientifico sfruttamento delle province - cominciava ad esaurirsi, si profilavano nuovi obiettivi di conquista: la decisione di Traiano di attaccare il regno di Decebalo, cioè la Dacia, e di annetterlo, nasce da tale spinta. L’ impero che non punta ad espandersi deperisce: ciò è inerente al modo di produzione antico che impone che la guerra si risolva nella spoliazione del vinto. Ecco perché la strategia imperiale difensiva a suo tempo adottata da Pericle contro Sparta risultò perdente. Ecco perché nel «discorso di guerra» L’ impero mondiale di Augusto Wilamowitz indica nella Pax Augusta l’ inizio della decadenza dell’ impero. Eppure per secoli, la reazione a questo sistema - spoliazione del vinto nel momento della conquista e oppressione spietata dopo la sua trasformazione in provincia - non fu quella che ci si poteva aspettare. Per lo meno, le voci a noi giunte di critica all’ imperialismo di rapina sono poche. La lettera di Mitridate ad Arsace che Sallustio inserì nelle Historiae rielaborandola sulla base forse di un documento autentico, e il discorso del capo britannico Calgaco («ubi solitudinem faciunt pacem appellant»), reso eterno dalla scelta di Tacito di darne conto con rilievo nell’ Agricola non sono che eccezioni. I Romani seppero però anche, dopo aver tratto dai vinti tutti i vantaggi possibili, dividerli e creare una élite provinciale filoromana da cooptare persino, in alcuni casi, con l’ immissione in Senato. È sempre Tacito che coglie l’ importanza e l’ efficacia di questa arte di governare l’ impero, quando dà alle parole di Claudio in favore dell’ immissione in Senato dei primores Galliae il valore di risposta a distanza delle parole di Calgaco. Il segreto della durevolezza dell’ impero - spiega Claudio - è nell’ aver saputo cooptare. Se Atene e Sparta decaddero, ciò deriva dall’ uso geloso e miope che esse fecero della cittadinanza. Romolo - prosegue Claudio - sin dalle origini aprì ad una «feccia» di stranieri la città appena sorta e li fece cittadini optimo iure. Per Claudio, e si può dire anche per Tacito, è nella gestione della cittadinanza, nella sua progressiva estensione, il segreto dell’ impero. Quando Caracalla (212 d.C.) la estese a tutte le civitates dell’ impero, parve che esso ne trasse nuova e durevole linfa. Se, com’ è probabile, l’ estensione della cittadinanza introdotta da Caracalla («constitutio antoniniana») era limitata appunto alle popolazioni urbane, fu il mondo rurale a provocare di lì a poco una crisi quasi mortale per l’ impero: quella sommersione delle civitates ad opera delle masse di contadini-soldati che diede a Mikhail Rostovcev la spinta ad immaginare una suggestiva analogia tra la crisi del III secolo e la Russia dell’ ottobre 1917. La crisi invece fu superata grazie al formarsi di una nuova autocrazia, non più temperata dal conflitto col ceto senatorio. È la teocrazia dioclezianea e poi cristiano-costantiniana che rendeva tutti pari di fronte all’ autocrate, il quale, grazie all’ intuizione geniale di Costantino, seppe assicurarsi il formidabile appoggio della nuova, popolarissima, religione di salvezza della quale egli stesso si impose come leader. Incominciava allora un altro genere di impero, che facendo perno sulla «Seconda Roma» durò per un millennio.

 Luciano Canfora

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ALDO SCHIAVONE

DALLA ROMA DEI PASTORI ALLA PATRIA DEL DIRITTO

VENERDÌ 23 NOVEMBRE 2007 DIARIO DI REPUBBLICA

Intorno alle origini di Roma si è svolta una delle più appassionanti discussioni storiografiche dell’intera cultura moderna, in cui si sono riflesse le idee e le tendenze di intere epoche, molto al di là della sola ricerca storica. È da oltre due secoli che ci tormentiamo su quanto accadde esattamente fra decimo e settimo secolo a. C. in quella piccola zona del Lazio non lontana dal mare, individuata da una breve catena di colli sovrastanti un’ansa del Tevere, in mezzo a boschi, paludi, capanne e piccoli campi coltivati, dove la presenza di una minuscola isola rendeva il fiume più facilmente attraversabile, trasformandolo in uno snodo di incontri, di empori, di santuari. Gli inizi di questo dibattito sono ormai lontani, ma non per questo meno importanti: già l’aspra polemica di Hegel con Niebhur, nei primi decenni dell’Ottocento, investiva in pieno l’arcaicità romana, e anticipava motivi e temi con i quali da allora in poi non abbiamo più smesso di misurarci. E sta di fatto che il Novecento, aperto nel segno di un radicale scetticismo di matrice positivista verso i racconti e le cronologie dalla tradizione antica, a cominciare da quello stesso su Romolo, giudicati come un accumulo di implausibili leggende, e che aveva giustificato una critica delle fonti - di Cicerone, di Livio, di Dionisio, di Plutarco - irrimediabilmente incredula nei confronti di qualunque immagine da loro proposta della nascita di Roma, si è concluso invece nella generale ammissione che quelle narrazioni non ci restituiscono sconclusionate messe in scena, ma sequenze di vicende e di figure da considerare con molta attenzione, se non proprio con tranquilla fiducia. Un capovolgimento che ha implicato un’autentica rivoluzione metodologica, e un cambiamento nell’idea stessa di cosi significhi scrivere storia. Al centro di questo mutamento di paradigma è stata senza dubbio la nuova archeologia stratigrafica, e, accanto, le nuove ricerche di storia linguistica, religiosa, giuridica, audacemente sospese fra terra, parole e riti, che si sono sforzate di decifrare ogni più piccola traccia, ogni frammento di pietra o di lessico, in una tensione dove la tecnica di scavo e l’analisi indiziaria aspiravano a farsi, da sole, metafora completa del mestiere di storico, proiettate verso epoche sempre più remote, quasi ai confini del tempo profondo. Roma è la città del Mediterraneo antico che ha conservato nell’età più matura il maggior numero di informazioni sulle proprie origini. E non a caso. Il primato imperiale si nutriva anche di una continua sollecitazione e rielaborazione della memoria; aveva bisogno di un adeguato retroterra mitico e storico per dare profondità di campo alla propria attuale grandezza. Ma nel contesto culturale della prima Roma, nella sua archeologia mentale potremmo dire, al posto di quella imponente fantasia mitologica e cosmogonica da cui poi sarebbe nato, in Grecia e nella Ionia, il primo autentico sapere speculativo dell’Occidente, ci troviamo invece di fronte a qualcosa di assai diverso. A una trasfigurazione della realtà in cui l’invenzione teologica e l’immaginazione animistica erano totalmente dominate dall’ideazione e dalla messa in scena di una invasiva cascata di rituali, che, appena formulati, acquistavano un’oggettività alienata e irrevocabile, secondo una proiezione propria a molte culture, anche mediterranee: schiacciavano le menti stesse che li avevano elaborati. Il loro rispetto risultava però ampiamente remunerativo: era un’osservanza che dava fiducia ed equilibrio a una comunità circondata di pericoli e di nemici - Latini, Sabini, Etruschi - insieme minacciata e aperta, un crocevia precariamente multietnico, fragile e a rischio; una città nei cui abitanti si agitava un cupo fondo di terrori e di visioni notturne (ancora nelle XII Tavole le pene si inasprivano, se i crimini erano commessi di notte), alimentato non meno da ricordi di violenze, incantesimi, sangue, che da un presente obiettivamente incerto e difficile. Questa specie di sbilanciamento ritualistico si avvicinava molto a una vera sindrome prescrittiva, del tutto assente nella Grecia arcaica. La realtà veniva sminuzzata con un’analiticità quasi febbrile - secoli dopo ancora ben chiara a Varrone - nel tentativo di proteggere ogni minima funzione della vita quotidiana di quei contadini quasi perennemente in armi, attraverso l’invenzione di un dio a essa preposta, e di un rituale in grado di chetarne la sempre imminente ira. Su questa base si sarebbe poi formata tutta una trama di abitudini cerimoniali, a metà strada fra il divino e l’umano, in cui consiste il primo ‘ius’ - misterioso monosillabo, senza eguali in qualunque altra lingua antica, il cui significato più remoto non corrisponde se non per vaga e retrospettiva assimilazione a ciò che noi (e gli stessi Romani più tardi) avremmo inteso con ‘diritto’: la mano che prende e che dà, il bastone che afferma il potere o il passo indietro che lo cede; la parola che pronuncia il giuramento (ius iurandum, ‘la formula da formulare’), o crea l’obbligo verso il proprio eguale. Sul versante della religione, questa complessa armatura formulaica, dissociata sin dall’inizio dalla percezione di qualunque interiorità, avrebbe finito ben presto con il fossilizzarsi, trasformandosi in un corpo morto e freddo, staccato da qualunque forma di sensibilità popolare. Ma la presenza della stessa impronta avrebbe avuto un esito del tutto diverso nelle vicende del ius, come del resto l’avrebbe avuta, in un diverso contesto, nella religione dell’antico Israele, dove possiamo ritrovare una sindrome prescrittiva non lontana da quella romana. In questo senso, le due vicende sono in certo modo speculari. Nel caso di Israele, la forza evolutiva si sarebbe sviluppata tutta dal lato di una religiosità attraversata dalla morale, e una cultura giuridica autonoma non sarebbe mai nata, soffocata dall’invasività della teologia monoteista (il ‘non avrai altro Dio’ di cui parla Jan Assmann), a Roma invece lo sviluppo si sarebbe concentrato per intero dalla parte di un disciplinamento sociale sempre più laico (e che ora possiamo definire propriamente ‘giuridico’) - l’autentico logos della romanità - fino a determinare, nel primo secolo a. C., la svolta della nascita di una vera e propria scienza del diritto. Ma questa straordinaria invenzione, con tutta la potenza del suo formalismo concettuale - un carattere indelebile della nostra civiltà - porta scritto per mille segni sulla propria fronte i tratti della sua genesi più remota.
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ANDREA CARANDINI

ROMOLO e REMO Perché una civiltà si fonda sul mito

VENERDÌ 23 NOVEMBRE 2007 DIARIO DI REPUBBLICA

Quando penso a miti come quello di Roma riconosco l’infinita potenza della finzione creduta vera e della verità riplasmata, che nulla hanno che fare con la contraffazione, trattandosi di manipolazioni che partono da una realtà per conferirle stabilità, assolutezza e capacità di coinvolgimento. Non è immaginabile il Cristianesimo fuori dalla credenza in un uomo anche dio, figlio di un padre divino e di una vergine. Per l’uomo secolarizzato e lo storico non è tanto importante che un seme sia stato trasferito, tramite uno spirito, dalla divinità nel seno di Maria, quanto che quella novella abbia trasformato una parte decisiva del mondo rifondandone i valori. Così anche Roma, una città-stato divenuta un impero, non è pensabile senza Romolo, semidivino e divinizzato in Quirino, figlio di Marte e della vergine Rea Silvia - principessa di Alba Longa - tanto che nel passaggio all’impero Augusto ha voluto assimilarsi al fondatore. Infatti ‘augusto’ significa l’inaugurato, il benedetto da Giove, come lo era stato il primo re della città. E come Romolo è figlio di Marte, così Augusto si fa passare per figlio di Apollo. E Augusto costruisce il suo palazzo davanti alla capanna di Romolo e probabilmente sopra al Lupercale, dove il fondatore era stato salvato dall’esposizione, nutrito da antenati in forma di animali - il picchio e la lupa - perché potesse fondare Roma. È come se per creare qualcosa di grande, duraturo e caro agli dei servisse un essere più che umano, un eroe. Un eroe è definito da una vita composta a patchwork di motivi mitici, come quelle di Teseo, pensando ad Atene, e di Romolo, pensando a Roma. I temi del repertorio eroico sono pochi ma conoscono infinite varianti, come gli schemi delle favole studiati da Propp. Ma il Propp dei miti classici deve ancora venire, anche se ha avuto un precursore in Angelo Brelich, uno dei nostri giganti dimenticati, perché accusato a suo tempo - un tempo stupido - di ‘irrazionalismo’. La leggenda di Remo e Romolo, che stiamo pubblicando e analizzando (Fondazione Valla, Mondadori 2006 e seguenti) è una stratigrafia plurisecolare, il cui livello più antico risale probabilmente alla seconda metà dell’VIII secolo a. C. o poco dopo. Si tratta di un insieme di motivi mitici e di imprese autentici, confermati da elementi esterni alla tradizione quali la storia delle religioni, la linguistica e l’archeologia. Gli annalisti, antiquari e poeti che hanno tramandato la leggenda sono vissuti tra il II secolo a. C. e Augusto, tardi rispetto alle origini che raccontano, ma i materiali di cui si avvalgono fanno parte della memoria culturale dei Romani, patrimonio di una aristocrazia che sprofonda nel tempo, che sovente non ha molto a che fare con l’epoca in cui quei letterati sono vissuti: più che creatori originali sono stati trasbordatori di ricordi codificati, salvo gli apporti tardi riconoscibili. Del nucleo autentico della leggenda fanno parte alcuni temi mitici - come la nascita e l’allattamento miracolosi, la fondazione della città dal nulla - che sono strutture mentali messe in opera da principio e che non hanno più smesso di operare, ma che non hanno riscontro nella realtà effettuale. Infatti aveva preceduto Roma il Septimontium(secondo gli antiquari) o il ‘centro protourbano’ (secondo gli archeologi) e il primo re della città non era stato allattato da una lupa, ma gli era riuscito di farlo credere, che è quanto importa. Al contrario il ruolo di Alba Longa nella leggenda è reale e deve precedere il cuore del VII secolo a. C., quando quella metropoli annalisticamente e archeologicamente scompare e ha inizio la fortuna di Lavinio. Anche le imprese di Romolo sono terrene, realistiche e trovano riscontro nei monumenti. Ad esempio, dal 775- 750 a. C. il Palatino - narrato come benedetto e protetto da un murus - appare circondato da mura, le cui porte sono state riproposte fino all’età di Nerone. Analogamente il Santuario principale del Foro, quello di Vesta - ospitante i culti regi e la dimora dei primi re - restituisce dal 750 a. C. circa attestazioni archeologiche clamorose (si veda il mio Roma. Il primo giorno, Laterza, 2007). Quindi è storicamente esistita una cittadella regia sul Palatino e un centro religioso e politico della città tra Foro e Campidoglio, che presuppongono un’autorità centrale potente: quella del rex-augur che nel corso di una vita ha creato la città, per cui si tratta della ‘fondazione’ di uno stato e non di una lenta ‘formazione’. Per capire le origini delle civiltà bisogna conoscere i miti del giorno d’oggi - come quello dell’eternità della civiltà borghese, descritto da Barthes - e liberarsi dall’assolutismo razionalistico. È questione di entrare nella selva del vero, del finto e del falso, ricordandoci che prima viene il vero e il finto mentre il falso si aggiunge dopo, quando la coscienza mitica collettiva si affievolisce e prevalgono le contraffazioni di gruppo. Pochi sono gli storici che hanno fatto una tale esperienza. Ho voluto invece sottopormi all’iniziazione di una comunità che vive ancora nell’oceano dei miti, quella di Kitawa in Melanesia, studiata da Giancarlo Scoditti (Bollati Boringhieri, 2003). Studiare Buddha - altra nascita miracolosa - e Romolo - anche lui riformatore di un politeismo più antico - serve a capire che nulla di duraturo e legante si può fondare se non interviene una logica altra rispetto a quella aristotelica, capace di piantare nella coscienza punti fermi in grado di eternizzare eventi fondamentali. Un unico mito divino i primi Romani non hanno potuto cancellare - la riforma romulea è consistita appunto nella ‘demitizzazione’ -, quello di Marte fecondatore di Rea Silvia, perché se Romolo non fosse stato figlio di un dio non avrebbe potuto istituire la città-stato e il suo ordinamento. La Rivoluzione francese è il nostro mito fondatore: Luigi XVI doveva morire per arrivare a una monarchia costituzionale; come Remo è morto per la stessa ragione. E anche i valori della rivoluzione sono stati eternizzati, e infatti perdurano oltre la classe sociale che li ha voluti. Roma è il luogo dove la memoria si è più conservata - è meglio conosciuta di Atene - per cui costituisce la palestra ideale per cimentarci nell’intendere opere e azioni umane, a partire da quelle sottratte all’usura del tempo, che si radicano nell’arcaismo tramontato e in quello ancora operante in noi. E mentre sopravvivono le lamentele degli studiosi ipercritici, che ripetono che nulla si può sapere della prima Roma, il sottosuolo restituisce flutti di nuove informazioni che risalgono all’età del Bronzo. Ricomporre distinguendo e raccordando questa immensa congerie è il compito di noi archeologi. Può esserci un mestiere più affascinante? Quando stanchi e frustrati dalla vita quotidiana ci soffermiamo sulla ‘mitistoria’, che è poi una storia integralmente intesa, è come se ci rigenerassimo, riprendendo la vita nella sua ampiezza, fatta di libertà ma anche di identità. Se i giovani accorrono all’Auditorium o al Colosseo per ascoltare ricerche storiche in diretta non è forse per arricchire vite banali che vorrebbero la grandezza?
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