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Antisemitismo nel mondo antico: saper distinguere tra Grecia e Roma

Corriere della Sera 4 ottobre 2009

L’antisemitismo cristiano ha origini pagane

Ai tempi di Adriano i seguaci di Gesù disprezzarono gli ebrei per piacere ai romani

Paolo Mieli

La tesi Lo scontro tra Roma e Gerusalemme nel I secolo d.C. avrebbe indotto alla presa di distanza dalle radici semitiche

L’analisi Martin Goodman ha studiato questo fenomeno ribaltando alcune considerazioni sull’antigiudaismo nell’antichità

Il bilancio delle vittime. La resa dei conti fu tanto spietata che, secondo le stime contenute nella «Guerra giudaica» di Giuseppe Flavio, provocò oltre un milione e centomila morti

Nabucodonosor bruciò il tempio di Gerusalemme, deportò tutto il nostro popolo al completo e lo trasferì a Babilonia; avvenne così che la città restò deserta per settant’anni fino a Ciro re dei Persiani

La Storia dell’antisemitismo scritta da Léon Poliakov a ridosso del processo di Norimberga e pubblicata poi negli Anni Cinquanta (in Italia da Sansoni) dedica un numero di pagine davvero limitato alla origine dei senti­menti di ostilità nei confronti degli ebrei che pure si registrano prima dell’età cristiana: «Non scopriamo nell’antichità pagana — scris­se Poliakov — quelle reazioni passionali collet­tive che in seguito renderanno la sorte degli ebrei così dura e precaria». Riconosceva, Poliakov, che si deve fare un’eccezione per la città di Alessandria, dove esisteva una grande comu­nità ebraica e i conflitti tra gli ebrei e la popola­zione greca erano «frequenti e acuti» così che dovettero registrare ripetute «esplosioni di col­lera popolare contro gli ebrei». Ma, aggiunge­va, «come regola generale l’Impero romano dell’epoca pagana non ha conosciuto l’antisemiti­smo di Stato». E con questo ridimensionava del tutto le espressioni antiebraiche che trovia­mo in abbondanza negli scritti di Diodoro Sicu­lo, Filostrato, Pompeo Trogo, Giovenale, Taci­to, Orazio, Valerio Massimo e Seneca.

Qualche decennio dopo Peter Schäfer in Giudeofobia. L’antisemitismo nel mondo antico (Carocci) si è soffermato — in base a un’ampia documentazione — su un’indicazione che il re greco di Siria Antioco VII ricevette dai suoi con­siglieri all’epoca dell’assedio di Gerusalemme (135 a.C.) secondo cui non ci si doveva limitare a espugnare la città ma sarebbe stato opportu­no «estirpare completamente la razza dei giu­dei ». A partire da ciò Schäfer ha sostenuto che si può parlare di antisemitismo in pieno rigo­glio «ben prima dell’avvento del cristianesi­mo ». Ne è nato un dibattito dalle evidenti im­plicazioni. E furono in molti a polemizzare — sia pure tra le righe — con Schäfer. Uno per tutti lo studioso di Oxford Jasper Griffin il qua­le (recensendo Giudeofobia su «La Rivista dei libri», settembre 1999) riconobbe che sì, anche in età precristiana «ci furono casi in cui si pro­iettarono sugli ebrei fantasie di sacrifici umani e giuramenti ratificati con sangue umano» ma, aggiunse, «sono storie rare, che si narravano anche al riguardo di altri gruppi, druidi, cristia­ni, congiurati di Catilina e non erano dunque prerogativa esclusiva degli ebrei».

Adesso la discussione è destinata a riaprirsi per merito di un voluminoso saggio di Martin Goodman, la cui parte conclusiva prende in esa­me lo scontro che oppose Roma a Gerusa­lemme tra la fine del primo e l’inizio del secon­do secolo dopo Cristo. Una resa dei conti spieta­ta che, secondo le stime contenute nella Guer­ra giudaica di Giuseppe Flavio, provocò oltre un milione e centomila morti. Cifra sbalorditi­va per l’epoca. Era inevitabile, si chiede l’auto­re, l’urto tra romani e giudei che ebbe come esi­to, nel 70 d.C., quella carneficina e soprattutto la distruzione del Tempio di Gerusalemme? O quantomeno era inevitabile che quel conflitto assumesse un tratto per così dire definitivo? As­solutamente no. Anzi, la tesi di tutta la prima parte del libro di Goodman Roma e Gerusa­lemme. Lo scontro delle civiltà antiche, che La­terza sta per mandare in libreria nell’impeccabi­le traduzione di Michele Sampaolo, è che quei due mondi avrebbero potuto benissimo coesi­stere come avevano fin lì coesistito: fu la lotta per il potere a Roma che provocò la catastrofe. In che senso? L’occupazione romana della re­gione si era protratta per oltre un secolo (dal 37 a.C.) senza che mai si dovessero affrontare crisi di quelle proporzioni. Dapprima per effet­to della repressione messa in atto da Erode; suc­cessivamente (dal 6 al 66 d.C.) non ci fu biso­gno neanche di quella.

Ma alla fine del regno di Nerone le cose cam­biarono. Nel maggio del 66 con un banale pre­testo — gli abitanti avevano rifiutato di andare in processione a salutare due coorti dell’impe­ratore — il procuratore romano della Giudea, Gessio Floro, scatenò le sue truppe contro il mercato superiore di Gerusalemme provocan­do in un solo giorno tremilaseicento morti, la maggior parte donne e bambini. Energica fu la reazione giudaica, che portò alla costituzione di uno Stato indipendente; anche se gli abitan­ti di Gerusalemme restarono divisi tra coloro che volevano riprendere un percorso di pace e quelli intenzionati a insistere sul terreno delle armi. La situazione, però, in quel momento era ancora recuperabile. A provocare la rottura di questo equilibrio fu, nel giugno del 68, la morte di Nerone.

Quando l’imperatore fu ucciso dal liberto Epafrodito, Tito Flavio Vespasiano, un soldato assai capace (ma niente di più) che si era distin­to vent’anni prima nella conquista della Britan­nia, colse l’occasione derivatagli dall’essere co­mandante in campo della guerra in Giudea per sfruttare la guerra stessa e con essa dare la scala­ta al potere nella capitale dell’impero sconvolta dalle divisioni per la successione tra Galba, Oto­ne e Vitellio. Vespasiano riuscì nel suo intento (69) grazie anche ai consigli di Giuseppe, un sa­cerdote gerosolimitano che, dopo aver coman­dato le truppe ribelli in Galilea, era stato cattura­to dai romani e si era messo a disposizione del futuro imperatore vaticinando per lui fin dal 67 (cioè ben prima della morte di Nerone) l’ascesa al sommo incarico. Giuseppe avrebbe poi spie­gato nei sette magnifici libri della Guerra giudaica di cui si è detto all’inizio — scritti nel 70 quando il figlio di Vespasiano, Tito, distrusse la città e il Tempio — come i suoi antichi correli­gionari si erano fatti sopraffare. Nonostante le successive sollevazioni in Cirenaica e in Egitto (72) e l’ultimo tentativo di resistenza a Masada (73). E qui si arriva alla parte più interessante del libro di Goodman, dove si approfondisce quel che rese per così dire definitiva la crisi del 70.

Il Tempio di Gerusalemme era già stato di­strutto seicentocinquanta anni prima, nel 586 a.C., quando la città era stata conquistata dai babilonesi di Nabucodonosor e gli ebrei erano stati mandati in esilio. Ma nel 539 l’impero ba­bilonese era stato travolto a sua volta dal re per­siano Ciro che aveva consentito ai giudei di rientrare a Gerusalemme e riedificare il Tem­pio. E adesso nel 70 i loro discendenti pensava­no che la storia potesse ripetersi. Aspettavano la comparsa sulla scena di un «nuovo Ciro» in grado di sgominare i romani come l’imperato­re persiano aveva fatto con i babilonesi. Per qualche tempo si pensò che il nuovo Ciro po­tesse essere addirittura un redivivo Nerone. Si è soffermato su questa circostanza Giulio Firpo in un gran bel libro — Le rivolte giudaiche (Laterza) — nel quale racconta di come in quel periodo avessero cominciato a circolare a Ro­ma strane voci secondo cui Nerone non era morto e anzi stava apprestandosi a tornare dall’Oriente per riprendere il potere; in seguito tre personaggi cercarono di accreditarsi come Nerone, in Grecia, in Asia Minore e in Mesopo­tamia. Riferimenti a queste notizie sono rin­tracciabili in un testo di oltre dieci anni dopo la distruzione del Tempio, gli Oracoli sibillini giudaici, dove l’annunciato e imminente ritor­no di Nerone dalle regioni al di là dell’Eufrate o dalla provincia d’Asia viene finalizzato all’ab­battimento della potenza romana; «nella pro­spettiva giudaica — scrive Firpo — la figura di Nerone redivivo assumeva involontariamente un ruolo positivo, quello cioè di vendicatore in­consapevole delle offese arrecate dai romani al popolo giudaico, dal momento che, colpendo i propri connazionali, Nerone li avrebbe puniti anche per aver distrutto il tempio e perseguita­to Israele». Il che ci dice molto della radicale ostilità nei confronti di Roma che in quel perio­do andò formandosi in ambito giudaico.

Roma non fu da meno. Tra l’era di Vespasia­no (regnò dal 69 al 79), gli anni di suo figlio Tito (79-81) e quelli del loro erede Domiziano (81-96), i tre imperatori Flavii, per i giudei furo­no tempi tragici. I Flavii erano in costante ri­cerca di una conferma della loro legittimità nella «grande vittoria» contro quel popolo e nella enfatizzazione del rischio di trovar­selo nuovamente nemico sul campo di bat­taglia. «La necessità dell’imperatore di ma­nipolare la sua immagine pubblica per assi­curare il sostegno al suo regime», sostiene Goodman, va individuata come la causa prin­cipale del particolare «maltrattamento dei giu­dei » durato oltre due decenni. Così Roma non concesse agli ebrei quel che aveva sempre per­messo ai suoi sudditi di religione diversa: co­struire o, in caso di distruzione, ricostruire i lo­ro santuari. Il Tempio di Gerusalemme non sa­rebbe più stato riedificato. Domiziano, il più ti­rannico di questi tre imperatori (fu ai suoi tem­pi che Quintiliano definì i giudei una «nazione funesta»), mise addirittura a morte il console Flavio Clemente, accusandolo di essersi «lascia­to trasportare verso le usanze giudaiche». Poi, quando Domiziano fu ucciso nel settembre del 96 e il suo successore, l’anziano aristocratico Marco Cocceio Nerva, fece abbattere la statue e abradere le iscrizioni dedicate all’ultimo dei Flavii, i giudei sperarono che fossero finiti i tempi della persecuzione e si prospettasse un’età del­la tolleranza. Ma già nell’autunno del 97 la guar­dia pretoriana si ammutinò, chiedendo che fos­sero mandati a morte gli assassini di Domizia­no e, dalla lotta per il potere che ne seguì, uscì vincitore Marco Ulpio Traiano. E furo­no ancora lutti. Il nuovo imperatore aveva un padre che si era guadagnato lustro (as­sai modesto per la verità) nella guerra contro i giudei: «Era dunque interesse di Traiano che la visione flavia della guer­ra giudaica come un grande trionfo di Roma e dei giudei come i naturali nemici dello Stato romano venisse tranquilla­mente ripresa», scrive Goodman. E a questo punto si riaccese il conflitto.

Tra il 115 e il 116 ci fu una grande in­surrezione giudaica contro i romani ed è lì che cominciano a diffondersi giudizi demonizzanti nei loro con­fronti: riferisce Cassio Dione che i giudei «mangiavano la carne delle loro vittime, si facevano delle ten­de con i loro intestini, si aspergevano con il loro sangue e indossavano la loro pelle come vesti­ti… li segavano in due, dalla testa in giù… li dava­no in pasto alle bestie feroci». È in margine a questo conflitto che nei documenti romani co­mincia a comparire l’espressione «empi giu­dei ». Traiano morì nell’agosto del 117, mentre era impegnato in una campagna militare in Me­sopotamia, e la decisione del suo successore, Adriano, di ritirare le truppe proprio da quella regione fu interpretata dai giudei come l’apertu­ra di uno spiraglio. In realtà si trattava di una scelta tattica e presto Adriano riprese una politi­ca di ostilità contro i giudei che era diventata or­mai usuale. Si spinse a proibire la circoncisione e questo provocò l’ultima grande rivolta giudai­ca tra il 132 e il 135, guidata da Shimon bar Kosiba. Adriano in persona assunse il comando del­le operazioni militari per fronteggiare quella ri­volta, lo spargimento di sangue fu spaventoso, Gerusalemme cessò di esistere (si chiamò Aelia Capitolina) e il nome dell’intera provincia fu cambiato in Syria Palaestina. Che una provincia cambiasse nome per ragioni amministrative non era insolito, nota Goodman, mai invece era accaduto che il cambiamento fosse deciso come punizione dei nativi per la loro ribellione, né in Pannonia, né in Germania, né in Britannia, «so­lo i giudei cessarono di avere una patria a causa di quello che avevano fatto». Lo stesso Poliakov del resto aveva riconosciuto che gli editti antie­braici promulgati da Adriano nel 135 e ripresi dal successore Antonino tre anni dopo vanno considerati come una «eccezione» a quel discor­so sull’assenza di tracce di antisemitismo nell’an­tichità pagana di cui s’è detto all’inizio. E sulla base di questa ricostruzione Goodman può spin­gersi a definire la comparsa dell’antisemitismo cristiano come un «sottoprodotto dell’ostilità di Roma nei confronti dei Giu­dei».

In seguito, sostiene Goodman, per guadagnare credibili­tà nel mondo romano i cristia­ni avvertirono la necessità non soltanto di negare la loro ascen­denza ebraica ma di attaccare il giudaismo nel suo insieme: «Sarebbe stato del tutto possibile per i primi cristiani mantenere una visione del giudaismo come un’altra, più an­tica, relazione con Dio, come avevano fatto a vol­te Paolo e come è diventato più comune tra i mo­derni teologi cristiani; ma se volevano difendere la propria buona fama e cercare convertiti in un mondo romano in cui, dopo il 70, il nome degli ebrei suscitava disprezzo, era più facile per i cri­stiani unirsi all’attacco e concordare con i paga­ni che la sconfitta dei giudei e la distruzione del Tempio dovevano essere celebrati come espres­sione della volontà di Dio». In altre parole, l’anti­semitismo cristiano fu, se non un «sottoprodot­to », una conseguenza di quello dell’età pagana. Che è, se non da ristudiare, quantomeno da ap­profondire.

Ragioni storiche, conflitti teologici: il dibattito tra gli studiosi

S’intitola Roma e Gerusalemme. Lo scontro delle civiltà antiche (traduzione di Michele Sampaolo, Laterza, pp. 752, € 35) il libro di Martin Goodman, storico inglese e docente a Oxford, che sarà in libreria dal 15 ottobre. Esso riapre la discussione sulle radici precristiane dell’odio antiebraico, appena sondate da Léon Poliakov nel primo volume della sua classica e ponderosa Storia dell’antisemitismo (Sansoni) e invece ampiamente trattate da Peter Schäfer, uno studioso tedesco che insegna all’università americana di Princeton, nel saggio Giudeofobia. L’antisemitismo nel mondo antico (Carocci). Le tesi di Schäfer, che attribuisce grande rilievo all’antisemitismo pagano, sono state criticate da Jasper Griffin, docente di Letteratura classica a Oxford, mentre la vicenda delle ripetute sommosse degli ebrei contro il dominio dei regni ellenistici e dell’impero romano è sintetizzata nel saggio di Giulio Firpo Le rivolte giudaiche (Laterza). Inoltre in Italia è appena uscito il volume Le radici storiche dell’antisemitismo (Viella editore, pp. 288, € 30), curato da Marina Caffiero (docente di Storia moderna alla Sapienza di Roma), che raccoglie gli atti di un convegno tenuto nel dicembre del 2007.

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Corriere della Sera 22 maggio 1999
CORSI & RICORSI. Un saggio dello storico Peter Schafer ricostruisce le origini dell’ antisemitismo. Risalendo ai grandi scrittori latini: da Marziale a Cicerone
ROMA. La crociata contro gli ebrei

La “giudeofobia” dei primi cristiani fu ereditata dai comportamenti tipici dell’ Impero

Luciano Canfora

“Ebrei e comunisti” era, nei vent’ anni tra prima e seconda guerra mondiale, il binomio negativo per eccellenza: nella concezione, beninteso, delle varie destre e soprattutto nell’ ottuso reazionarismo diffuso, che non ha sempre una precisa etichetta partitica. Ebreo era Marx, ebrea e polacca Rosa Luxemburg, ebreo Trockij e, con lui, tantissimi dello “stato maggiore” bolscevico. Nella Germania sconfitta nel ’ 18 e incattivita da Versailles, divisa spiritualmente (anziche’ riconciliata) dalla Costituzione weimariana, quel binomio negativo divenne deleterio senso comune ed ebbe gli sbocchi che tutti conosciamo. L’ antisemitismo tedesco aveva remote origini: e fu terreno fertile per chi intendeva alimentare e rinfocolare l’ odio antiebraico quando l’ impero crollo’ . E fu inventata la “leggenda della pugnalata alle spalle” (Dolchstosslegende) e si addebito’ al radicalismo di sinistra sfociato nella rivoluzione, prima a Pietroburgo poi a Berlino, la vera causa della sconfitta. Se i capi di quelle rivoluzioni erano ebrei, tutto quadrava. E quel binomio diventava, in modo formulare, il bersaglio prediletto. Razzismo e odio politico e di classe si intrecciavano.

Un precedente di questa storia che ha occupato tanta parte del nostro secolo e’ nell’ atteggiamento dell’ impero romano verso la piccola ma irriducibile realta’ ebraica, inglobata nell’ impero quando Pompeo, il “costruttore dell’ impero”, occupo’ la Siria e la Palestina ponendo fine all’ antico regno seleucide (67 / 66 a.C.). Nei secoli lungo i quali si sviluppa la conflittuale storia dei rapporti tra Roma e gli Ebrei, la violenza dei dominatori si abbatte ripetutamente sulla piccola comunita’ . Questa ricorre ripetutamente alla insurrezione armata, ogni volta conclusa in un bagno di sangue. Al tempo di Tito “delizia del genere umano” (cosi’ definito dall’ adulazione servile) e violatore del Tempio e massacratore dei ribelli. Al tempo di Adriano, peraltro fine e molle letterato. Come, del resto, si sa si e’ organizzato scientificamente l’ olocausto anche da parte di gente che apprezzava Bach. Anche nel caso dell’ impero romano, fastidio, o meglio repugnanza “razzistica” e irritazione politica per quella minoranza non assimilabile si sono alimentati a vicenda. Ne e’ prova il diffuso tono di scherno e disprezzo verso gli Ebrei in autori latini eminenti, da Marziale a Giovenale a Tacito, per non parlare di Orazio e dello stesso Cicerone nell’ orazione Pro Flacco.

Questo atteggiamento si e’ rinsaldato enormemente con la cristianizzazione dell’ impero. Basti pensare che gia’ all’ indomani dell’ editto di tolleranza di Costantino incominciano i provvedimenti anti - ebraici; e che, per reazione, un imperatore come Giuliano “l’ apostata”, che cerca di disfare l’ opera pro - cristiana della dinastia costantiniana, muta, conseguentemente, atteggiamento (al di la’ delle sue personali idiosincrasie) verso gli Ebrei. E’ ben vero che il cristianesimo organizzato in chiesa ha dato un potente impulso alla “giudeofobia” (per usare il termine che fa da titolo al recente saggio di Peter Schafer). Ma e’ altrettanto vero che, come in altri campi, anche in questo il cristianesimo divenuto chiesa (e dunque Stato nello Stato) ha ereditato molto dei comportamenti e degli atteggiamenti dell’ Impero col quale stava via via identificandosi e mescolandosi inestricabilmente.

La storia degli Ebrei sotto la dominazione romana  e’ stata variamente raccontata. Prima della prima guerra mondiale l’ editore Bocca pubblico’ un grosso libro di Morrison, recante appunto quel titolo: nelle pagine finali, l’ autore - che ha il merito di un’ accurata raccolta di dati - non esita ad accusare gli Ebrei di razzismo ed isolazionismo, e scioglie un inno all’ universalismo cristiano. 

E’ il tono di tanta pubblicistica di cui conosciamo gli effetti nefasti. Negli anni Settanta di questo secolo, un grande studioso, Stern, ha pubblicato una eccellente raccolta, a Gerusalemme: Greek and Latin Authors on Jews and Judaism. E’ questa la base documentaria per ogni indagine sulla “giudeofobia” nel mondo ellenistico - romano. Anche Schafer, in questo recentissimo saggio, non puo’ che far capo ai dati raccolti da Stern. Vent’ anni prima di Stern, Poliakov aveva intrapreso a Parigi la sua Histoire de l’ antisemitisme (volume I: Du Christ aux Juifs de cour). Non a caso Poliakov incominciava dal cristianesimo delle origini: quella scansione era anche una diagnosi. Significava che di antisemitismo poteva cominciare a parlarsi essenzialmente a partire da quel momento. Un motivo che ritorna nell’ Odio antico di Cesare Mannucci (Mondadori 1993).

Una tale periodizzazione finiva col lasciare in ombra un altro momento significativo: quello della ellenizzazione forzata degli Ebrei sotto Antioco IV Epifane (175 - 164 a.C.). I libri anticotestamentari dei Maccabei narrano appunto di quella aspra vicenda. La retrodatazione del fenomeno dunque si impone. Ma quanto indietro si dovra’ risalire? Ed e’ sempre un medesimo fenomeno quello che viene alla luce o si tratta di tensioni che hanno differenti origini? Il libro di Schafer tende a retrodatare di molto la “giudeofobia”. Cio’ si avverte sia nel capitolo intitolato Elefantina riguardante lo scoppio anti - ebraico in quella localita’ dell’ Egitto meridionale (410 a.C.), sia nel capitolo successivo intitolato Alessandria. Non a caso Schafer si pone sotto il segno della frase di Mommsen: “L’ ostilita’ e la persecuzione nei confronti degli Ebrei sono antiche come la diaspora stessa” (nel quinto volume della Storia di Roma, scritto pochi anni dopo lo “scontro sull’ antisemitismo” che aveva visto Mommsen contrapporsi all’ antigiudaismo del collega berlinese Von Treitschke). Credo pero’ che la ricostruzione di Schafer risulti, in questo disegno che la sorregge, troppo unilineare. Interpreta troppo alla lettera la frase di Mommsen. Cosi’ ad esempio il secolo di buon vicinato che precede, ad Elefantina, l’ esplosione del 410, svanisce quasi nel nulla. E cosi’ anche le notizie di Giuseppe Flavio, nell’ opuscolo polemico Contro Apione, relative alla protezione che Alessandro Magno accordo’ agli Ebrei, installandoli nel quartiere immediatamente adiacente al palazzo reale, vengono a torto presentate in forma dubbiosa. In questo modo si perde nozione della diversita’ tra i comportamenti e gli atteggiamenti, molto vari e differenziati, vigenti, nei confronti degli Ebrei, in area ellenistica e il ben diverso atteggiamento compattamente ostile (fatta eccezione per Giulio Cesare) vigente nel mondo romano, e poi cristiano. Da questo punto di vista e’ preferibile far capo, se si cerca di capire il rapporto tra Greci ed Ebrei, al saggio di Momigliano intitolato Ebrei e Greci, posto al principio della raccolta Pagine ebraiche (Einaudi 1987). Si e’ detto prima dell’ “eccezione” rappresentata da Cesare. E’ sintomatico come l’ apporto decisivo del contingente ebraico comandato da Antipatro e Ircano, nel 47 a.C., alla salvezza di Cesare, assediato nel palazzo reale di Alessandria, sia occultato da una fonte vicina a Cesare (il cosiddetto Bellum Alexandrinum). Quel che sappiamo su quella vicenda lo sappiamo da Giuseppe Flavio, il quale pubblica in proposito una massa di documenti. E lo ricaviamo anche dalla vita di Cesare di Svetonio, dove si racconta del compianto schietto per Cesare ucciso, manifestato per giorni e giorni dalla comunita’ ebraica di Roma. Sapevano di aver perso un amico grandissimo.

Sep
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Il pulp? Lo si capisce con Aristotele (Mendelsohn dixit)

Siamo a cavallo dell’11 settembre. Cosa pensa dei romanzi che ne hanno parlato, da «Follie di Brooklyn» di Auster a «Molto forte incredibilmente vicino» di Safran Foer a «L’uomo che cade» di DeLillo? Cinque, sei, sette anni sono abbastanza per fare narrazione di questa tragedia?
«Eschilo ha scritto I persiani 8 anni dopo la sconfitta greca [NdR: ovviamente, vittoria, a Salamina]. Come spiego nelle pagine che dedico ai due film, United 93 di Greengrass e World Trade Center di Stone, ho visto coi miei occhi gli avvenimenti di quella mattina. Proprio scrivendo questo saggio mi sono reso conto che non sono pronto ad affrontare l’arte che se ne occupa. I sentimenti non me lo permettono. Ho scritto su quei due film perché lo ritenevo importante politicamente. Se tutto quello che questi cineasti sanno raccontarci è l’eroismo di cittadini e vigili del fuoco, non hanno capito niente. La domanda è: perché ci odiano tanto? Una questione di punto di vista, come Eschilo insegna.

Daniel Mendelsohn, L’Unità 13 settembre 2009

Aug
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The Oxford Handbook of Hellenic Studies 
Segnalo, in particolare, i contributi di due giovani filologi italiani - nonché ex-compagni alla Normale - Luigi Battezzato ed Andrea Capra.

The Oxford Handbook of Hellenic Studies 

Segnalo, in particolare, i contributi di due giovani filologi italiani - nonché ex-compagni alla Normale - Luigi Battezzato ed Andrea Capra.

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Democrazia: dissentire toto caelo

Luciano Canfora sul Corriere di oggi, nella recensione al recente libro di Salvadori :

Ciò non significa che c’è solo da pronunciare il de profundis sulla fine, acclarata, dei modelli otto e novecenteschi di «democrazia». Non giovano gli autoinganni. Il lavoro, semmai, si sposta sempre più sul piano scientifico e culturale: è dai luoghi di formazione che probabilmente verranno nuove élite, le quali legittimamente aspireranno alla direzione delle società avanzate e sempre meno saranno disposte a porre la loro intelligenza al servizio di poteri egoistico-autoreferenziali.
Un antesignano, utopista forse, al tempo suo, fu Adriano Olivetti. Un antecedente di gran lunga più remoto fu l’ateniese Platone (con buona pace delle semplicistiche analisi di Karl Popper) quando intravide una leadership di «filosofi-reggitori» (per usare il suo linguaggio mitizzante) che è stato sempre troppo facile criticare. Viene in mente la sentenza di Aristotele, che pure dissentiva da lui toto caelo: Platone è «l’uomo che i malvagi non hanno neanche il diritto di lodare».

 UPDATE: il commento di Eugenio Scalfari:

Elite e Democrazia

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Vitae virorum illustrium, nient'affatto immaginarie

Corriere della Sera 15 maggio 2009

PARALLELI SILVIA RONCHEY SI CONFRONTA CON I CLASSICI

Il lungo filo rosso da Platone a oggi

Luciano Canfora

L’ autrice, Silvia Ronchey, è una lettrice infaticabile. E forse anche per questo il suo ultimo libro (Il guscio della tartaruga. Vite più che vere di persone illustri, Nottetempo, pp. 244, € 15,50) ha un modello principale, la Biblioteca di Fozio. Interferiscono ovviamente anche altri modelli collaterali, tra cui, in tacita ma ben visibile contrapposizione sin dal titolo, le Vite immaginarie di Marcel Schwob. Come nel caso del grande repertorio foziano, qui si potrebbe essere indotti a dire che siamo di fronte alle «letture fatte da quando ho l’ uso della ragione» (come dice il Petrarca nell’ ultima pagina), tolte beninteso le letture formative e istituzionali. Le citazioni da fonti certe sono incorporate nel racconto e diventano parte integrante di esso. Il filo conduttore è la citazione implicita come omaggio alla fonte che si ha davanti: cosa di più «ellenistico»? Alcuni autori prediletti dall’ autrice sono omessi, e forse questa forma di omaggio silenzioso, per esempio verso Fozio o Psello, vuol essere il punto più alto di un tale gioco letterario. Lo scrupolo filologico che sottende il lavoro (e che in Schwob è invece molto intermittente e mai dominante) si manifesta nella pagina finale, dove viene preannunciato un complicato gioco superato il quale il lettore accede a centinaia di pagine di fonti [NdR: in realtà 62 pagine] che documentano passo passo, frase dopo frase, quanto narrato nel testo. Servendosi della strada più rispettosa, quella della adesione piena ai testi, l’ autrice conduce il lettore alla comprensione di punti essenziali della vita intellettuale antica. Il breve capitolo su Platone è particolarmente riuscito: non passerà inosservata l’ intuizione di cosa significasse e come fosse centrale per Platone la lunga frequentazione di un «maestro». Forse solo alcune straordinarie pagine di Giorgio Colli sulla giovinezza di Platone (penso alle lezioni sui «filosofi sovrumani») accostano altrettanto efficacemente il lettore al delicato problema. Con un procedimento che fu definito «arte allusiva» viene fatto puntuale cenno almeno una volta al precedente (non bello forse, ma significativo) di Schwob, al quale è riservato l’ onore di essere trattato al pari di una fonte antica. Ecco infatti l’ esordio del capitolo lucreziano: «Tra il sesto consolato di Mario e la dittatura di Silla, in anni di stragi e di terrore, apparve Tito Lucrezio Caro, all’ ombra del portico nero di una remota casa di montagna». Di Lucrezio resta nel lettore una forte immagine, incentrata sul severo e disilluso finale del libro quarto. In altri casi la suggestione moderna è meno trasparente, ma il lettore accorto può identificarla addentrandosi nel repertorio delle fonti. Penso all’ avvio del capitolo su Plotino. O meglio su Plotino e Mani, l’ uno al seguito di Gordiano III, l’ altro al seguito di Shapur: due «illuminati» al seguito di sovrani che si facevano la guerra, mentre invece loro, i due mistici, erano così affini «nel tempo in cui tutto il mondo, dalla Grecia all’ India, aveva fatto confluire le sue segrete correnti di sapienza nell’ alveo del pensiero di Platone». Qui c’ è la eco di Toynbee, Il mondo e l’ Occidente, in particolare del capitolo in cui il grande storico inglese descrive la trasformazione spirituale, e perciò la fine, del mondo antico. Ma c’ è qualcosa che davvero finisce nei processi storici? Non è forse il neoplatonismo - cui l’ autrice dedica tanta attenzione - uno dei grandi fili conduttori, pur nel mutare (per lo più apparente) delle credenze religiose, della storia dell’ Occidente? Il libro ha vari meriti, non ultimo quello di mescolare gli antichi e i meno antichi con i moderni e i contemporanei. Che è forse lo strumento più efficace per far comprendere ai nuovi lettori che gli antichi sono più che mai tra noi e che solo un male inteso «classicismo della scuola» li ha relegati in un remoto iperuranio rischiando di soffocarli.
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