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Festina lente

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Rosa, rosae… Questo per gli studenti italiani di classico e (per ora...) scientifico, ma altrove si antepongono i casi diretti agli indiretti: tutto da ascoltare il “tango” sulla prima declinazione proposto da Jacques Brel…

C’est le plus vieux tango du monde
Celui que les têtes blondes
Ânonnent comme une ronde
En apprenant leur latin
C’est le tango du collège
Qui prend les rêves au piège
Et dont il est sacrilège
De ne pas sortir malin
C’est le tango des bons pères
Qui surveillent l’oeil sévère
Les Jules et les Prosper
Qui seront la France de demain

Rosa rosa rosam
Rosae rosae rosa
Rosae rosae rosas
Rosarum rosis rosis

C’est le tango des forts en thème
Boutonneux jusqu’à l’extrême
Et qui recouvrent de laine
Leur coeur qui est déjà froid
C’est le tango des forts en rien
Qui déclinent de chagrin
Et qui seront pharmaciens
Parce que papa ne l’était pas
C’est le temps où j’étais dernier
Car ce tango rosa rosae
J’inclinais à lui préférer
Déjà ma cousine Rosa

Rosa rosa rosam
Rosae rosae rosa
Rosae rosae rosas
Rosarum rosis rosis

C’est le tango des promenades
Deux par seul sous les arcades
Cernés de corbeaux et d’alcades
Qui nous protégeaient des pourquoi
C’est le tango de la pluie sur la cour
Le miroir d’une flaque sans amour
Qui m’a fait comprendre un beau jour
Que je ne serais pas Vasco de Gama
Mais c’est le tango du temps béni
Où pour un baiser trop petit
Dans la clairière d’un jeudi
A rosi cousine Rosa

Rosa rosa rosam
Rosae rosae rosa
Rosae rosae rosas
Rosarum rosis rosis

C’est le tango du temps des zéros
J’en avais tant des minces des gros
Que j’en faisais des tunnels pour Charlot
Des auréoles pour saint François
C’est le tango des récompenses
Qui vont à ceux qui ont la chance
D’apprendre dès leur enfance
Tout ce qui ne leur servira pas
Mais c’est le tango que l’on regrette
Une fois que le temps s’achète
Et que l’on s’aperçoit tout bête
Qu’il y a des épines aux Rosa

Rosa rosa rosam
Rosae rosae rosa
Rosae rosae rosas
Rosarum rosis rosis

(spunto via J.Bulwer recensore per BMCR di Jean-François Cottier, Profession latiniste. Profession.   Montréal:  Presses de l’Université de Montréal, 2008)

The epigraph from Jacques Brel sets the tone: ‘Rosa, rosa, rosam… C’est le plus vieux tango du monde.’

Dec
19th
Fri
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Il latino, contrariamente a qualche notizia infondata diffusa sulla stampa, rimarrà al liceo scientifico (e ovviamente nel classico)

Ministro Gelmini, conferenza stampa a margine della presentazione dei provvedimenti attuativi della propria “riforma” (18 dicembre 2008).

Il dibattito pluridecennale sull’utilità dell’insegnamento del latino non manca di occupare le pagine dei quotidiani, con immutabile ricorsività di obiezioni e contro argomentazioni…

Cfr., p.e., su Repubblica, questo botta e risposta tra Corrado Augias e i suoi lettori, sulla rubrica della posta:

A COSA SERVE IL LATINO NELLE SCUOLE

Repubblica — 13 dicembre 2008

Gentile Augias, ma davvero la sparizione del latino dai licei non interessa a nessuno? Perché non c’ è un intellettuale, uno scrittore, un qualsiasi esponente di spicco della cultura italiana che levi la sua voce contro questo scempio? è solo disinformazione? Davvero nessuno al di fuori della scuola sa che il Ministero dell’ Istruzione ha fatto slittare di un mese il termine per le iscrizioni alle classi prime, così da avere il tempo di emanare alla chetichella, durante le vacanze natalizie, i regolamenti attuativi che, fra le altre cose, elimineranno lo studio del latino dai licei (renderlo opzionale, proponendolo come alternativa ad una seconda lingua straniera equivale, mi sembra ovvio, a cancellarlo)? Cedere all’ imperante mentalità aziendalistica e utilitaristica rappresenta, secondo me, non solo un impoverimento gravissimo della formazione dei giovani, ma una vera e propria frattura di civiltà. David Del Carlo david.delcarlo@istruzione.it

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Questa lettera risolleva la ciclica questione del latino e del suo insegnamento. Proprio nei giorni scorsi leggevo su un quotidiano francese che esiste un’ associazione internazionale dei latinisti che periodicamente si riunisce e tiene le sue assemblee e relativi verbali nella lingua di Virgilio. Ottima iniziativa ovviamente ma, a mio giudizio, leggermente venata di mestizia poiché il latino è indiscutibilmente una lingua morta e nessuna associazione di volenterosi riuscirà a farla rivivere. Essere viva per una lingua significa essere frequentata, parlata, scritta, deformata, da un numero sufficientemente alto di persone nonché assorbire e fare proprie le novità della scienza, della tecnologia e del costume coniando con naturalezza, senza sforzo, i relativi neologismi. A volte mi viene il dubbio che anche l’ italiano non stia tanto bene in salute dal momento che le numerose novità dell’ elettronica noi le abbiamo recepite direttamente in inglese al contrario di quanto avviene per esempio in Francia o in Germania. Tra i più recenti casi francesi la posta elettronica (mail) ovvero “Courrier électronique”, lì è diventato Courriel. Piuttosto ingegnoso. Che io sappia il solo caso in cui è stata riportata in vita una lingua non proprio morta, però ingessata nel formulario liturgico, è stato l’ ebraico. Parallelamente al movimento sionista di risorgimento nazionale, il linguista Eliezer Ben Jehuda creò tutte le parole legate alla vita moderna che nell’ ebraico classico non esistevano. E il latino, dunque? La mia opinabile opinione è che insegnarlo come lo si insegna sia tempo e fatica sprecati. Per imparare a ragionare, come si diceva, ci sono ben altri strumenti mentre le traduzioni si riducono in genere a penose e affrettate consultazioni del vocabolario. Personalmente, solo finito il liceo ho imparato a godere della letteratura latina letta prima in buona traduzione italiana e poi lentamente riassaporata nell’ originale, in quella lingua preziosa che così ho finalmente imparato ad amare.

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LATINO, MEGLIO UNA TRADUZIONE GIA’ FATTA

Repubblica — 19 dicembre 2008

Gentilissimo Augias, il suo discorso sul latino è politicamente ineccepibile; ma anche reticente. Lascia immaginare che il latino andrebbe, sì, studiato; ma, ahinoi, senza chiedere troppo ai nostri ragazzi. Lei sarebbe in grado di spiegare meglio di me che il latino è una lingua difficile. Scegliere tra le possibili traduzioni richiede un’ analisi rigorosa del testo, una valutazione comparativa di tutti i possibili significati. È una lingua sintattica, non paratattica come l’ inglese, dove le brevissime forme idiomatiche la fanno da padrone. Nello studio del latino, l’ esercizio della funzione logica è massimizzato. Ma insieme a questo punto a suo favore, ne ha un altro che quasi tutti conoscono, dato che in quella lingua si è espressa la cultura dalla quale la nostra è nata. Il confronto con quella cultura è quindi necessario per sapere chi siamo e, eventualmente, chi vorremmo essere. La combinazione delle due funzioni logica e antropologica è alla base del nuovissimo successo che il latino sta avendo da vari anni nelle migliori scuole secondarie degli Stati Uniti. Mi pare invece che anche lei, in fondo in fondo, assolva i pedagogisti contrari al latino in nome della ’ modernità’ . E questo da uno come lei proprio non me l’ aspettavo. Gabriele Ciampi ciampi@unifi.it

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Molto numerose le reazioni alla rubrica sul latino. Lettere anche polemiche nei miei confronti ma tutte belle, argomentate, appassionate. Una perfino in latino da Vittorio Ciarrocchi (Victorius Ciarrocchi Conrado Augias, scriptori et diurnario eximio, sal. plur. Dicit~). Antonella Costa da Belluno; Silvia Polato; Francesco Porzio; Nicola Pasqualetti; Franco Sanna; Nicola Vazzola; Sandro Peli e molti altri. Lettere argomentate che richiamano l’ utilità storica, linguistica, logica, antropologica soprattutto per noi che del latino siamo i più diretti discendenti, di praticare quella lingua. Solo un pazzo potrebbe dubitare di queste svariate utilità e non è il mio caso. Mi sono limitato a dire che (forse giudicando in base ai faticosi metodi d’ insegnamento vigenti ai miei tempi) il risultato algebrico tra la pena di una stentata traduzione e la gioia che una bella pagina latina dà, mi pare prevalga nettamente la pena. Esprimevo l’ opinione che si poteva diminuire la prima e aumentare la seconda, togliendo di mezzo la fatica originaria del tradurre mettendo subito il testo originale a confronto con una buona versione italiana per poi concentrarsi sulla lingua, la costruzione, il ritmo, il metro (nel caso della poesia) e poi, nel merito: l’ incanto di Catullo, il vigore di Cesare, l’ abilità retorica di Cicerone, certe malinconie così simili alle nostre del basso latino e via dicendo. Io poi farei anche di più: prenderei Tito Livio e lo metterei a confronto con Machiavelli; oppure Virgilio rivisitato da Dante. Ma mi rendo conto che forse sto esagerando. Nessuno comunque si inquieti, riforme di questo tipo andrebbero semmai fatte da veri specialisti e non mi pare che l’ attuale politica li preveda.
Oct
2nd
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Ancora sul latino (perorazioni, quasi omelie)

[Così il decano della Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche della Università Pontificia Salesiana di Roma: nihil sub sole novi, se non il progetto della Gelmini, “felice di aver fatto il liceo classico” di “delatinizzare” il liceo scientifico ( Il latino al liceo scientifico potrà essere sostituito dalla lingua straniera”) e, naturalmente, le rinnovate insistenze delle gerarchie ecclesiastiche per la diffusione della messa in latino. Del rapporto Treelle abbiamo già parlato qui]

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Avvenire, 2 ottobre 2008

Il latino per l’Europa di domani

Mario Maritano

Diceva un personaggio di Anatole France: «Per digerire il sapere bisogna averlo mangiato con appetito». Ci chiediamo: c’è questo appetito per il latino in Italia? Un’inchiesta fatta dall’associazione TreElle evidenzia che l’Italia è il Paese che più al mondo studia latino: sarebbero quattro studenti su dieci. Da un’indagine fatta nel 2005, risultava che circa due milioni e mezzo di studenti italiani, oltre un milione, cioè circa il 41% era impegnato nello studio del latino (in Francia il 19%, in Germania il 5-8%, in Gran Bretagna l’1-2/%, negli Stati Uniti l’1,3%).

Anche un altro dato può essere significativo, riguardo all’insegnamento delle lingue: i professori universitari che insegnano latino sono circa 280, di poco inferiori a quelli che insegnano lingue moderne – circa 300 per ogni lingua moderna, come inglese francese, spagnolo.

Pur avendo questo primato, il vero problema si sposta dalla quantità alla qualità: come viene insegnato e appreso il latino? E soprattutto che senso ha gettare un seme di latinità nel mondo?

Mi paiono necessarie due risposte: una rivolta al passato, l’altra al futuro. Il latino ha caratterizzato più di due millenni di storia dell’Occidente. La lingua non è soltanto uno strumento di comunica­zione fra persone, né tanto meno un insieme di parole, ma espressione di un patrimonio di conoscenze, di cultura di modi di pensare, di frasi che costituiscono l’identità culturale di un popolo. Nel passato, per la formazione dell’Europa, il latino è stato veicolo di sapere e, divenuto lingua universale dell’Occidente, ha consentito all’Europa la consapevolezza di appartenere ad una stessa tradizione. Per vari secoli il latino è stato la lingua usata dalle persone dotte, dagli studiosi e dagli scienziati, è stata la lingua ‘ufficiale’ della Chiesa cattolica in Occidente, garantendo così, anche linguisticamente, la continuità con le radici del cristianesimo. Oggi le argomentazioni portate a favore del latino (ma alcune risalgano alla fine del XVIII secolo) riguardano un’efficacia di ordine intellettuale e morale che lo studio del latino avrebbe realizzato:

  1. Apprendere il latino favorisce l’apprendimento delle lingue da essa derivate, fornisce l’etimologia di molte lingue neolatine o di elementi che sono poi entrati in altre lingue, è facilitata la comprensione del vocabolario e la padronanza grammaticale. Ci rendiamo conto che l’antichità classica è l’intelaiatura portante della nostra tradizione storica, linguistica intellettuale e scientifica dell’Europa. Si tenga presente che l’inglese è secondo solo all’italiano nell’essere ‘la più latina’ delle lingue d’Europa: solo il 10% è filiazione diretta del vocabolario di matrice germanica, il resto è frutto di una progressiva assunzione di vocaboli dal latino classico, medievale moderno.
  2. L’apprendimento del latino era considerato utile e benefico per lo sviluppo delle facoltà intellettuali, per la capacità logica, per la memoria, per l’analisi e la sintesi. Si pensava inoltre che questa ‘ginnastica mentale’ fosse utile anche per altre materie.
  3. Il latino avrebbe portato inoltre a pensare con precisione ed esattezza, abituando alla brevità e concisione del pensiero da esprimere con termini appropriati: ‘lottando’, per così dire, col testo, lo studente si sarebbe fortificato per poi affrontare le difficoltà della vita. Come tutte le scienze, anche il latino contribuisce alla formazione di tutto l’uomo, perché ci insegnava già Montagne: «Una testa ben fatta, vale più di una testa piena».
  4. Infine si riconosceva al latino un grande qualità nella formazione intellettuale, estetica, artistica, morale che dava allo studente, a contatto con i capolavori dell’antichità classica, con una civiltà che aveva dato origine all’Europa, trasmettendo grandi valori, come il rispetto della persona, le regole per la società civile.

Il latino dunque è stata una fonte feconda per la nostra civiltà occidentale. Al latino si era affidato una funzione culturale, una sociale e una di tecnica formativa: tutte devono essere strettamente collegate. Una radicale abolizione del latino ci porterebbe a perdere la memoria del nostro passato, perché tutta la tradizione italiana è stata fortemente impregnata di classicità e i nostri migliori e più grandi autori italiani si sono formati appunto sui classici: perderemmo quel ‘filo rosso’ che ci collega al nostro passato.

Pier Paolo Pasolini spiazzò tutti con una difesa del latino originale ed imprevedibile: «Dobbiamo conoscere e amare il nostro passato, contro la ferocia speculativa di chi non ama nulla, non rispetta nulla, non conosce nulla. Il povero latino delle medie è un primo minimo mezzo di conoscenza della nostra storia. È perciò secondo me un errore voler abolire l’insegnamento del latino».

La conoscenza del latino e del mondo classico serve anche per il futuro. Scrive Tullio De Mauro: «L’essere partecipi di una lingua e di una lingua di cultura, dunque di antica tradizione, è una vera rampa di lancio per le più innovative imprese del pensiero, e non solo delle creazioni letterarie». In Italia, la classicità fa parte della nostra cultura, del nostro paesaggio. Abbiamo moltissimi monumenti, che rischiano di non essere più compresi se non sono illuminati dalla tradizione classica. Monumentum deriva da moneo, che significa appunto far ricordare. Ora, se perdiamo la cultura e la tradizione che hanno costruito questi monumenti, essi rischiano di diventare mucchi di pietre o sassi o insieme di immagini incomprensibili nel loro vero valore. Così ad esempio la Colonna Traiana non direbbe più nulla della civiltà romana, non mi aiuterebbe più a comprendere l’uomo di quel tempo. Anche la lingua allora mi aiuta a entrare in una cultura.

Diceva E. B.Taylor: «La cultura intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società ». In tal modo la cultura romana si presenta ‘altra’ rispetto alla nostra, uno spazio privilegiato di come si viveva diversamente da come viviamo noi e questo induce alla consapevolezza che vi sono molti modi di vivere e quindi porterebbe ad una maggior e tolleranza e comprensione tra diverse culture in questo mondo globalizzato. Il latino dunque non può essere considerata lingua ‘morta’ solo perché non è più parlato correntemente: è morta solo quella lingua che oltre, a non essere è più parlata da nessuno, non lascia traccia nella cultura di un popolo. La lingua latina – bene insegnata – può offrire oggi un prezioso aiuto per diffondere e recuperare valori umani e civili radicati nel patrimonio culturale europeo, offrendo uno strumento linguistico per cogliere la natura universale delle cose. Se il latino lo si salva studiandolo bene e facendolo amare dagli allievi, allora avrà un senso gettar gettare un seme di latinità, perché ci farà scoprire l’uomo e le sue immense possibilità di futuro.

Anche nell’era del computer (computatorium nel latino moderno) il latino può essere un luogo di condivisione dei valori, utile per l’oggi e il domani. Dice un proverbio: «Quando uomini piccoli fanno ombre lunghe, il sole è basso all’orizzonte ». Ci auguriamo che sul latino non si distendano ombre lunghe, ma che il sole della cultura e dei valori sia sempre alto all’orizzonte.

Jun
6th
Fri
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"Ipotesi iperclassiciste (e iperoccidentaliste)": il ruolo di latino - e greco - in Occidente

Avvenire, 5 giugno 2008 

Latino, lingua comune d’Europa”

Più che per riaffermare “radici” dell’Occidente, lo studio della lingua di Roma (e della cristianità) è utile per il futuro della Ue

Franco Cardini

Il ritorno della polemica riguardante il senso e il valore dello studio del latino in Europa sta cominciando a sembrare un tormentone: anche perché le ragioni addotte dall’una e dall’altra parte – cioè, diciamo così, dai ‘latinofili’ e dai ‘latinofobi’ – non sono francamente né nuove, né originali.

Negli ultimi tempi, i latinofili hanno rincarato la dose, rimettendo sul tappeto anche la questione del greco classico, come emergeva anche dalla ricerca presentata ieri da Avvenire: e, in ciò, ha forse giocato anche un sottinteso politico. La tesi della ‘ricerca delle radici dell’Occidente’, già avviata specie dopo l’11 settembre 2001 in alcuni ambienti conservatori statunitensi, ha raggiunto l’Europa ed ha conosciuto un ‘salto di qualità’ in seguito alle polemiche aperte dall’ormai celebre lectio magistralis del Santo Padre a Ratisbona, nel settembre del 2006.

Rispetto alla vocazione ecumenica della cultura romana, specie nella sua facies imperiale, e al suo farsi linguaggio comune, koinè diàlektos, di tutto il bacino mediterraneo antico grazie al suo incontro con la civiltà ellenistica scaturita dalla fusione – con l’esperienza di Alessandro Magno – tra Grecia e Oriente sia egizio sia persiano, alcuni hanno ritenuto più opportuno risalire alla ‘purezza ellenica’ (non ancor inquinata dall’acculturazione ‘ellenistica’) e riscoprire, nonché riproporre, una classicità tutta ‘occidentale’, un asse tra Atene e Roma che al massimo (con la cristianizzazione) toccherebbe Gerusalemme, ma che ci lascerebbe liberi e indenni dal torbido inquinamento orientale.

Non si tratta di una tesi nuova. È l’operazione in fondo già intravista e auspicata dal Petrarca, proposta poi con l’Umanesimo e ripresa con vigore tra Settecento illuminista e Ottocento neoclassico. Alla sua base, una contrapposizione geopolitica e quasi ontologico-metastorica tra ‘Occidente’ e ‘Oriente’: luogo della Ragione e della Libertà il primo, della fantasia, della magia e della tirannia il secondo. L’Ellade contro la Persia achemenide, poi ancora Roma (e Bisanzio) contro la Persia arsacide e sasanide, quindi la cristianità latina contro l’islam, poi l’Europa contro i turchi ottomani, e magari (perché no?) il mondo libero contro la Russia sovietica e la Cina maoista; e oggi infine, come vuole Samuel Huntington, l’Occidente liberale e liberista contro il blocco ‘sino­islamico’.

Queste polemiche hanno ormai intaccato anche il mondo dei seri ricercatori accademici. Nel suo recente Aristote au Mont­ Saint-Michel il medievista di Lione Sylvain Gouguenheim ha preteso di dimostrare che l’Europa cristiana non deve che poco o nulla all’islam nella sua conoscenza dei testi filosofici ellenici, i quali già nel XII secolo non sarebbero tanto transitati dalla Spagna musulmana e giunti a noi in traduzioni dall’arabo, quanto direttamente arrivati da Bisanzio per il tramite di monaci greci che li avrebbero tradotti in latino. La tesi del Gouguenheim è stata molto criticata e non pare attendibile; anzi, la si è accusata di essere il remaking di qualcosa ch’era già stato detto. Ma appunto per questo è sintomatico che sia riemersa proprio adesso: e che, dietro il latino, si stia profilando l’ipotesi iperclassicista (e iperoccidentalista) di un ‘ritorno del greco classico’.

Ma dirlo è più facile che farlo. Occupiamoci non tanto di tutto il mondo occidentale (americani, canadesi e australiani hanno altri problemi), quanto della nostra Europa. Nelle scuole superiori europee, Francia e Inghilterra comprese, il greco è sempre stata una presenza abbastanza limitata, salvo in Germania e in Italia (che tra Otto e Novecento seguì il modello tedesco). Non appare né logico, né prudente abolire il greco – come qualcuno pretende – dal nostro liceo classico: d’altronde, anche in una prospettiva di sempre maggior omologazione dell’insegnamento medio-superiore in tutta l’Unione Europea (dove prima o poi il problema della scuola dovrà essere preso in seria considerazione, se non si vuol assistere al fallimento completo dell’esperienza unitaria), credo sia importante puntare anzitutto e soprattutto proprio sul latino, accanto al quale è opportuno far crescere gli spazi didattici deputati all’insegnamento di almeno due lingue europee (possibilmente di ceppo diverso da quella parlata nei vari paesi: ad esempio, nei Paesi d’idioma neolatino, nei quali l’apprendimento delle lingue ‘sorelle’ è più facile, suggerirei di puntare su una lingua germanica e una slava).

Si affronterebbe in tal modo con serietà il problema dell’integrazione continentale: base comune della quale è senza dubbio il latino, che fu parlato come lingua di cultura universitaria, scientifica e giuridica fino al Settecento nelle stesse aree raggiunte dalla Riforma protestante nonché in Paesi di lingua slava come la Polonia, la Boemia e la Croazia (o di lingua baltica come la Lituania; o ugrofinnica come l’Ungheria e la Finlandia, dove addirittura esiste un’emittente radiofonica che trasmette ancor oggi in latino).

Ritengo pertanto che il greco sia da salvare e da mantenere negli àmbiti deputati allo studio della cultura classica; ma che il latino debba, invece, costituire la base più largamente diffusa di una cultura condivisa in tutta la nostra Unione continentale, in quanto lingua davvero fondante – per le sue vicende dal Medioevo al XVIII secolo – della nostra identità europea. Nessuna lingua moderna può eguagliarlo e tanto meno sostituirlo in questo; al contrario, esso sta alla base culturale e concettuale di tutti gli idiomi moderni, anche di quelli non neolatini sotto il profilo grammaticale, sintattico e lessicale. È l’unica lingua che noi europei possiamo davvero sentire come ‘comune’.

Jun
4th
Wed
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Latino: pro e contro (ancora sul rapporto di TreeLLLe )

Avvenire, 4 giugno 2008

Gli «abolizionisti»: un tabù intoccabile solo per gli snob

Latinorum pro et contra

«Serve a formare il ragionamento e il carattere». «Macché: leva spazio ad altre materie, come l’inglese e le scienze». L’eterna diatriba sull’«utilità» della cultura umanistica in un’inchiesta dai dati contrastanti e con una domanda di fondo: serve ancora insegnare il latino ?

Oliva: l’obbligo di studiare le «lingue morte» deriva da inerzia e incapacità d’aggiornarsi, dal trascinamento pigro di modelli della tradizione

Roberto Beretta

«Il latino insegna a ragionare »: ipse dixit e così sia. Ma – quanto poi a «ragionare» sull’utilità delle lingue cosiddette «morte» con chi abbia fatto il liceo classico – si tratta spesso di una partita persa: che sia convinzione genuina, infatti, oppure acritica nostalgia per la passata gioventù, è piuttosto raro trovare un ex «classicista» disposto a mettere in dubbio l’eccellenza assoluta della sua scuola…


«Il latino serve a imparare l’analisi logica, quindi aiuta ad apprendere le lingue straniere». «Il latino fornisce le basi per scoprire l’etimologia di moltissime parole». «Il latino insegna la costruzione della frase e dà le basi della civiltà umanistica ». Fino all’apodittico: «Il latino permette di formare il carattere e la personalità». E chi potrà mai ribattere a sentenze di questo tipo? Anche perché sono vere – almeno in parte.

Eppure ci prova l’associazione genovese TreeLLLe «per una società dell’apprendimento continuo» (http://www.treellle.org/), che pubblica ora un corposo e interessante dossier su «Latino perché? Latino per chi?», nel quale gli ex ministri Luigi Berlinguer e Tullio De Mauro o esperti di didattica quali Rosario Drago e Leopoldo Gamberale sono chiamati a reagire a un’inchiesta sull’insegnamento delle lingue classiche in Italia.
Un’indagine davvero ‘spregiudicata’, nel senso che rimette in gioco senza inibizioni «la necessità assoluta, quasi metafisica» (Berlinguer), ormai diventata «quasi un tabù» (Attilio Oliva, presidente di TreeLLLe), di saper di latino .

In effetti, se il 41% degli studenti delle superiori nel Belpaese è costretto a sudare sulle declinazioni (un milione di alunni su 2,5 complessivi), qualche domanda – anche se irriverente – è giustificata.
Ad esempio: questa persistenza del latino è davvero ragionata oppure – come scrive ancora Oliva – «si tratta di una situazione determinata dall’inerzia o dall’incapacità di aggiornarsi», di «un pigro trascinamento di un modello del passato»? Tanto più che le scelte molto diverse del resto d’Occidente (in Francia, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti latino e greco sono sempre opzionali) inducono a dubitare delle ragioni di un’italica «eccezione umanistica». Il fisico Carlo Bernardini, nella ricerca, si spinge addirittura ad affermare che la cultura classica crea «valore aggiunto dell’individuo, come la firma dei capi firmati».
Massima dissacrazione: accostare il sommo dell’elitarismo intellettuale al più massificante simbolo delle aspirazioni popolari… Dunque finiamola con questo latinorum!


L’idea che, gira e rigira, la maturità classica sia in fin dei conti poco più d’uno status symbol (della cultura, ovviamente, ma anche del censo e della posizione sociale) era del resto balenata persino nella testa di Renzo Tramaglino non pochi secoli fa. E che il presunto amore per la cultura «antica», fonte della «nostra civiltà», sia spesso soltanto un vezzo un po’ snob sembra confermarlo un dato citato da Berlinguer: «Le collane di classici latini e greci tradotti hanno un pubblico enormemente più alto in vari Paesi in cui non si studiano» quasi per nulla tali lingue.


Beh, un certo snobismo alle studentesse del classico (e alle loro mamme) bisogna pur concederlo… Non a caso – notano ancora i critici – in Italia si sta verificando una progressiva «femminilizzazione » dei licei, che giunge addirittura al 69% nei classici: indice che la futura classe dirigente dello Stivale sarà per due terzi donna, o piuttosto che nelle famiglie borghesi vige ancora la regola secondo cui solo le femmine possono impunemente dedicarsi a imparare cose «inutili» ma «elevate», tipo il pianoforte e il greco?
Abolire dunque il latino nelle scuole? La proposta è piuttosto quella di toglierne l’obbligo indiscriminato nei licei e renderlo però accessibile – insieme al greco – per una minoranza di «specialisti». Quelli che davvero vorranno continuare a «fare il classico».

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La difesa: ma sudare su Tacito fa maturare i «bamboccioni»

De Mauro: chi nega la tradizione greco-latina non dà solo un calcio al passato tedioso ma pure al futuro delle nostre piene capacità di comunicare

Roberto Beretta

«Non c’è dubbio: la via di chi risponde no al latino è assai più semplice. Ma è un debito di onestà civile e intellettuale dire chiaramente ai fautori dell’abolizione che la tradizione greco-latina non fa parte del passato».
Tullio De Mauro non indulge ai populismi: se ciò che affermava il suo predecessore al ministero della Pubblica Istruzione Benedetto Croce – che cioè studiando «aritmetica e geometria» non si raggiungono le «alte vette dello spirito » – è oggi ormai insostenibile anche solo guardando ai percorsi delle scienze empiriche (astronomia o fisica, informatica o psicoanalisi), tuttavia è altrettanto pericoloso non avvertire che abolendo il latino «ci si preclude molto» e non si dà «solo un calcio a un passato tedioso » ma «al presente e anche al futuro delle nostre piene capacità di comunicare».

Siamo o no nella società della «comunicazione »? E allora, come fare a meno delle basi stesse della parola, che almeno alle nostre latitudini sono greco-latine?

Pure il filologo Maurizio Bettini ammonisce di non spezzare il filo che da 2000 anni in Occidente «crea uno straordinario meccanismo di continuità culturale»: il latino , appunto. Certo: bisognerebbe sapere di più e meglio anche l’inglese; ma non è detto che siano proprio le lingue morte ad impedirne l’approfondimento ai liceali, anzi… Così come è facile da smontare l’obiezione di quanti rimproverano alla cultura umanistica l’assenza di utilità «pratica» e la lontananza dalle esigenze della modernità: cancellare dai libri la perifrastica o l’aoristo non assicura di per sé un parallelo accrescimento della cultura tecnico-matematica nazionale.

Sta però di fatto che persino nel liceo «scientifico» le materie umanistiche pesano ancora per il 38%, mentre le scienze incidono sull’orario solo per il 31%… E dunque? Una cosa senza dubbio l’inchiesta di TreeLLLe ha il merito di aver indicato: la vera e moderna difesa del latino non può più basarsi sul catenaccio irrazionale delle paure del poi, e nemmeno su miti indimostrabili tipo «solo il latino forma il carattere». Da assoluti del genere occorre guardarsi, per evitare che la contrapposizione diventi ideologica, o persino razzistica.


Il dato che la metà degli studenti liceali abbia sede al Sud, per esempio, va interpretato quale segno di tradizionalismo e dunque «arretratezza » oppure come tentativo – quanto mai aperto al futuro – di sfuggire alla meridionale scarsità di prospettive offrendo ai giovani il meglio dell’istruzione? E se l’80% dei padri laureati manda il figlio in un liceo e il 78% dei liceali provengono da famiglie che hanno in casa più di 100 libri, ciò rinvia a una situazione di privilegio culturale (e in parte censuario) o va spiegato con la ricerca di scuole di buona qualità generale da parte delle famiglie di ambiente medio-alto?
Domande che non ammettono risposte manichee. Anche la risalita in termini percentuali degli alunni dei licei rispetto a quelli degli istituti tecnici e professionali (siamo infatti tornati ai livelli degli anni Settanta, con un 41% contro 59%, dopo due decenni tra il 1980 e il 2000 in cui gli iscritti ai licei erano scesi a un terzo del totale) non va letta solo involutivamente.

Berlinguer non ha torto osservando che da noi il latino è servito a «dividere» in classi, stabilendo una «preminenza culturale» e spesso pure economica; tuttavia non si può nemmeno negare che la scuola umanistica – cui per il 60% si iscrivono tuttora figli di operai, impiegati, artigiani e professori – continui ad assolvere una funzione di «salto di classe» attraverso il merito. Perché consumare i neuroni su Tacito o sulle eccezioni verbali non è solo sadismo professorale; costituisce una disciplina formativa. E, nell’attuale assenza di agenzie educative che ai giovani richiedano sudori «a progetto», bisognerebbe andarci cauti a sbertucciare i licei: non si possono deprecare i «bamboccioni » e poi demolire i percorsi capaci di farne dei marines.

May
30th
Fri
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Ora, se quei quattro anni dovevano formare un esperto in filosofia, c’erano molti esami che con la filosofia non c’entravano, come latino, italiano, o quattro di storia. Per quanto fosse eccitante e più formativo di diciotto mesi di militare dare latino con Augusto Rostagni (che richiedeva un corso monografico sulla letteratura della decadenza, con tutti i testi di Ausonio, Claudiano, Rutilio Namaziano e via dicendo, più tutto - dico tutto - Virgilio o tutto Orazio da tradurre all’impromptu), visto che all’epoca si erano già fatti italiano, storia e latino alle medie, si sarebbero potuti eliminare almeno tre di quegli esami. Ed ecco che si sarebbe arrivati a quindici esami di materie filosofiche, liquidabili in tre anni (senza tesi finale), imparando tutto quello che c’era da imparare, leggendo i classici, e senza moduli ridotti. Perché non si è fatto così? Perché si è data un’interpretazione restrittiva e fiscale dei “crediti”, mentre non era indispensabile. Ma questo è un altro discorso”.
Umberto Eco “I ‘dottori’ del triennio”, su L’Espresso di questa settimana: questa la chiusa finale, che parte dalla rievocazione della facoltà di filosofia ai propri tempi; all’incirca erano 3 anni di sodi studi specifici (a non contare tesi ed esami extra-filosofici, di “formazione di base”), con ponderose e formative letture integrali; quindi - è la tesi di Eco- ad essere carente non è tanto la quantità dell’insegnamento, ma la qualità, nelle attuali lauree brevi universitarie.
May
4th
Sun
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Suo padre aggiunge che Boris “ha studiato i classici, parla latino e greco antico”, sostenendo che ciò lo aiuta a comprendere il mondo moderno, ad accettare le differenze culturali, a trovare un’identità comune di valori occidentali. Di certo c’è che il nuovo sindaco ha scritto bei libri sulla Roma dei Cesari: chissà se aspira a fare risplendere in modo simile la sua Londra. Sarà un Augusto, un Nerone o un Caligola?

Londra, il nuovo sindaco Boris Johnson: un latinista al governo (Repubblica, 3 maggio 2008)

UPDATE: cfr. in proposito ora la prof. Mary Beard sul suo blog, qui :-)

Apr
27th
Sun
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Latino perché, latino per chi

Corriere della Sera 25 aprile 2008 

Focus - La scuola tra passato e futuro
Latino, Italia record: lo studiano 4 su 10 
Primi al mondo. Polemiche sull’ obbligo

Domanda: sapete qual è al mondo il Paese che studia di più il latino? Risposta: quel Paese è l’ Italia. Bene, verrebbe da esclamare d’ impulso, se non fosse che non sempre, purtroppo, la quantità va di pari passo con la qualità. È questo il risultato più significativo di un’ inchiesta («Latino perché, latino per chi») realizzata dall’ associazione TreeLLLe, che da anni si occupa di avanzare proposte per migliorare l’ educazione nelle nostre istituzioni scolastiche. A spiegarlo, esibendo i dati dell’ indagine, è Attilio Oliva, ex imprenditore, già membro del direttivo e responsabile del settore scuola di Confindustria, oggi presidente di TreeLLLe: «Nella nostra scuola la diffusione dell’ insegnamento e il peso attribuito alle lingue classiche sono notevolmente più elevati rispetto a tutti gli altri Paesi europei e agli Stati Uniti».

I numeri parlano chiaro: dell’ intera popolazione della scuola secondaria, che nel 2005 era costituita da 2 milioni e mezzo di studenti, oltre un milione, equivalente al 41 per cento, era impegnato nello studio del latino. Il confronto con un altro Paese neolatino come la Francia rivela uno scarto abissale: dal 19 per cento nelle scuole medie si precipita al 3 nelle superiori. Ovvio che la Germania (con il 5-8 per cento) e la Gran Bretagna (con l’ 1-2 per cento) si collochino molto più in basso. Così come gli Stati Uniti con l’ 1,3 per cento.

Le ragioni dell’ eccezione italiana? È ancora Oliva a rispondere, in due punti. Primo: «Il latino è previsto nel curriculum di tutti i licei, escluso l’ artistico, dal classico allo scientifico, dal linguistico al socio-psico-pedagogico. Negli altri Paesi, invece, in generale il latino è contemplato solo in alcuni indirizzi di tipo umanistico-letterario». Secondo: «L’ insegnamento del latino (e del greco) conserva da noi un carattere obbligatorio, mentre altrove è opzionale, per lo più fin dagli anni Settanta». E a molti appare come un paradosso il fatto che persino nei licei scientifici l’ area letteraria pesa per il 38 per cento, mentre quella strettamente scientifica si attesta attorno al 30. Insomma, rimane intatto il retaggio dell’ impianto classico-umanistico voluto a suo tempo da Gentile per la formazione delle nuove classi dirigenti fasciste.

Il fatto è che il latino (ma anche il greco) non rappresenta più, come un tempo, una garanzia di serietà e di solidità. Ed è questo il punto. Come si insegna il latino? E come viene studiato? Dalle indagini di TreeLLLe, emerge un’ ulteriore evidenza che la dice lunga sulle condizioni dell’ insegnamento: è l’ elevato numero di allievi che arrivano all’ esame di maturità (trascinandoseli dietro dagli anni precedenti) con «debiti» nelle lingue classiche: il 40 per cento circa. Poco meno del vero spauracchio che è, e rimane, la matematica (per le lingue straniere ci si ferma tra il 22 e il 27 per cento). «Sono ragazzi - dice Oliva - che esercitano una sorta di opzionalità clandestina per tutto il corso di studi per arrivare sani e salvi all’ esame di maturità senza avere di fatto studiato le lingue classiche».

In realtà, pur considerando la tradizione italiana (antica e moderna), l’ esempio degli altri Paesi, che in genere mirano a considerare le lingue classiche come una sorta di opzione specialistica, potrebbe insegnare molto. Non tanto per seguirlo pedissequamente, ma almeno per rimettere in discussione vecchie convinzioni. E soprattutto per domandarsi se per caso le scelte strutturali operate decenni fa in funzione di una scuola comunque d’ élite siano ancora utili per una scuola che nel frattempo è diventata di massa. Va detto, a onor del vero, che nel ’ 62, con l’ elevamento dell’ obbligo scolastico a 14 anni, fu anche sancita l’ eliminazione del latino dalla nuova scuola media unificata, ma la riforma delle superiori non uscì dalle varie fasi sperimentali. E così, la questione del latino nei licei è rimasta perennemente aperta, tra nostalgie e ripensamenti.

Tant’ è vero che nel ’ 96 la rivista MicroMega propose un dibattito tra abolizionisti e restauratori del latino (non solo nella scuola ma anche in ambito liturgico), scoprendo che tra questi ultimi c’ era uno schieramento di intellettuali di sinistra, guidati da Giancarlo Rossi, direttore della rivista Latinitas. Il quale vedeva nel latino il segno di una contraddizione propria della nostra società, visto che per un quindicennio, nel dopoguerra, convegni, disegni di legge, consulte didattiche e inchieste ministeriali avevano messo a confronto l’ enfasi - se non il fanatismo - dei riformatori (pronti a ricordare i trascorsi fascisti del latino) e la tenacia dei difensori a oltranza o apologeti, come si definiva lo stesso Rossi.

La verità è che spesso, per un equivoco più o meno indotto, l’ insegnamento del latino si confonde con l’ esercizio grammaticale, dimenticando che la lingua di Cicerone è la nostra lingua madre, per non dire la nostra lingua tout court, oltre che l’ antenata delle lingue romanze. In quel contesto, Cesare Segre ricordava già allora come la sinistra abolizionista, che considerava il latino lingua dell’ aristocrazia, fosse convinta che «svigorire il latino era un modo per rendere tutti uguali». E commentava: «È vero, ma tutti uguali nell’ ignoranza». Per Edoardo Sanguineti, viceversa, le «fanfaluche» di chi ritiene indispensabile la conoscenza del latino per il nostro modo di pensare e per la nostra struttura logica erano gli argomenti su cui si reggeva la cultura dei figli della Lupa. Sanguineti metteva in guardia dai fondamentalismi di chi insisteva sulla traduzione italiano-latino e sulle perifrastiche passive, e osservava che il colpo mortale alla lingua latina è stato inferto non tanto dalla scuola ma dalla Chiesa e dalla decisione di tradurre la liturgia in italiano.

Detto questo, tutte (o quasi tutte) le questioni che vengono sollevate dalle ricerche di TreeLLLe rimangono sul tappeto e aspettano qualcuno che le affronti in maniera complessiva e coraggiosa: «Negli altri Paesi - dice Oliva - si è provveduto da tempo a riconsiderare quali discipline e competenze debbano ritenersi indispensabili nella scuola dell’ obbligo. Per le lingue classiche si è preferito, in genere, riservare l’ insegnamento a chi manifesta un autentico e motivato interesse. In tal modo il latino e il greco hanno assunto il carattere di materie specialistiche in ambito letterario e sono state sostituite dallo studio, obbligatorio o opzionale, delle lingue straniere».

Sarebbe giusto, in Italia, rinunciare, oltre che alla grammatica, anche allo studio della civiltà greco-romana? Oppure sarebbe meglio tagliare corto e ipotizzare, come propone qualcuno, una nuova materia che sacrifichi le strutture linguistiche e valorizzi lo studio della cultura? Oppure? Oppure, l’ eccezionalità dell’ Italia, volendo, può anche rimanere tale. Ma solo volendo.

Paolo Di Stefano

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Il dibattito. Alla Luiss esperti a confronto

Il volume «Latino perché, latino per chi», coordinato da TreeLLe, sarà discusso mercoledì 7 maggio nella nuova sede dell’ Università Luiss in viale Romania 32, a Roma con interventi, tra gli altri, di Luigi Berlinguer, Carlo Bernardini, Maurizio Bettini, Tullio De Mauro, Rosario Drago, Leopoldo Gamberale.

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La difesa

Lo storico Franco Cardini è d’ accordo sulla presenza del latino nella scuola: rispettiamo le nostre radici

«E’ disciplina, non solo rosa-rosae»

Contro gli abolizionisti: così i ragazzi imparano a studiare

MILANO - «Peggio per loro». Peggio per gli Stati Uniti, per la Germania, per la Francia se hanno abolito il latino dalle scuole: «Le conseguenze si vedono bene». È l’ opinione inequivocabile di Franco Cardini, professore di Storia medievale all’ Università di Firenze ed esperto di crociate. Cardini sarebbe disposto ad aprire una sua personale crociata pur di difendere il latino nelle nostre scuole: «Se l’ andazzo europeo è il taglio delle proprie radici, della tradizione, dell’ identità, non vedo perché l’ Italia debba adeguarsi: lo si voglia o no, noi da diciassette secoli siamo il centro della Chiesa cattolica, che è stata un elemento importantissimo nella costruzione del nostro paesaggio culturale, della nostra mentalità e del nostro patrimonio artistico. In più la lingua italiana è strutturalmente vicinissima al latino. Ci sono troppi dati culturali che ci tengono legati al mondo classico». D’ accordo, ma è anche vero che è stata proprio la Chiesa, con il Concilio Vaticano II, a tagliare i ponti con il latino: «Ho fatto il liceo presso la Compagnia di Gesù e sin da ragazzino non ero affatto convinto dei ragionamenti in favore dell’ italiano nella liturgia. Notavo che mia nonna, che aveva un’ istruzione molto limitata e faceva fatica persino a leggere il giornale, coglieva anche le sfumature della liturgia latina, perché era una lingua di grandissima forza e intensità e chiarezza di concetti interni. È stato un errore madornale tradurre la liturgia: tra l’ altro si vedono i risultati nello scadimento culturale del clero». Torniamo alla scuola. Dunque, il latino non va toccato neanche nei licei scientifici? «Nonostante tutto il bla-bla progressista del passato, il latino è una grande scuola di formazione. Non è solo il “rosa, rosae”, ma una disciplina mentale… È un grande esercizio di mnemotecnica: la perdita di abitudine nell’ esercitare la memoria ha già provocato danni immani sul piano degli strumenti e delle potenzialità culturali dei ragazzi. La nostra scuola è stata vittima dei sociologi e degli psicologi, che con i politici e i sindacalisti hanno rovinato l’ Italia. In nome di un malinteso senso di libertà, i sociologi degli anni Sessanta dicevano che non bisognava sottoporre i ragazzi a troppi sforzi in nome di uno sterile nozionismo. Mi dicevano che oggi i giovani medici non ricordano i nomi dei farmaci: sicuramente hanno studiato male il latino e il greco. La sudditanza al mondo americano ci fa pensare che il linguaggio scientifico sia oramai solo inglese. Non è vero, il nostro linguaggio scientifico è ancora legato a Linneo». D’ accordo sul bla-bla progressista, però non è che le famose tre I del centrodestra guardassero molto all’ educazione classica: Inglese, Impresa, Internet: «In effetti delle tre I non si è visto nulla. Forse un po’ di impresa, ma per il resto… L’ inglese rimane pessimo nelle scuole e i computer spesso restano imballati nei sottoscala. Le lingue vive ormai si imparano sul posto o con i mezzi audiovisivi, basta un po’ di pratica. Niente a che vedere con il rigore che si impara studiando il latino. Dire che il latino, essendo una lingua morta, è inutile, è un insopportabile conformismo che per fortuna oggi va un po’ dileguandosi. Voglio sperare che il governo di destra non faccia scherzi, anche se non mi meraviglierebbe, visto che ha la tendenza a correre dietro agli Stati Uniti». Insomma, un commento a quel 41 per cento? «Sono molto contento di questo dato retrogrado». Ma il supino che cosa può dire a un ragazzino del Duemila? Non sarebbe bene mollare un po’ sulla lingua e insistere sulla civiltà e sulla cultura? Niente da fare, Cardini non ci sente: «Nella scuola di oggi ci sono delle porcate assolute, come il debito formativo, che rovinano moralmente le giovani generazioni e le rendono incapaci di articolare un pensiero. So benissimo che quando una disciplina viene derubricata, a poco a poco finisce per sparire: è inutile aggirare o negare le difficoltà traducendo in pillole una struttura linguistica rigorosissima, di estrema bellezza e armonia interna, magari sostituendo lo studio della lingua con notiziole su come vivevano i romani, su come mangiavano, su come facevano la guerra e l’ amore».

P.DS.

Dec
15th
Sat
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Ancora sul latino come lingua della chiesa

Tratto da “L’Osservatore Romano”, sabato 15 novembre 2007. Articolo di padre Uwe Michael Lang (oratorio di San Filippo Neri, Londra).

Un articolo di taglio storico a ripercorrere le tappe attraverso le quali la lingua liturgica della chiesa cattolica passò dal greco al latino, diventando potente fattore unificante, a livello culturale, tra le diverse popolazioni dell’Europa occidentale.

* * *


L’unità culturale e politica del mondo mediterraneo fu un fattore provvidenziale nella diffusione della fede cristiana. In particolare, la diffusione della lingua greca nei centri urbani dell’Impero Romano favorì l’annuncio del Vangelo. Il greco parlato a Oriente e Occidente non era l’idioma classico, bensì la koiné semplificata, il linguaggio comune delle varie nazioni della parte orientale del mondo mediterraneo:  Grecia, Asia Minore, Siria, Palestina ed Egitto.

La koiné greca era anche la lingua del proletariato urbano in Occidente che vi era emigrato dai territori orientali dell’Impero. Roma era divenuta una città multi-etnica e multi-culturale. In essa viveva anche una consistente popolazione ebraica, che sembra parlasse principalmente il greco. La lingua delle prime comunità cristiane a Roma era il greco. Ciò risulta evidente dalla Lettera ai Romani di Paolo e dalle prime opere letterarie cristiane che videro la luce a Roma, per esempio la Prima Lettera di Clemente, il Pastore di Erma e gli scritti di Giustino.

Nei primi due secoli si avvicendarono parecchi papi con nomi greci e le iscrizioni tombali cristiane erano composte in greco. Durante questo periodo, greca era anche la lingua comune della liturgia romana. Lo spostamento verso il latino non cominciò a Roma, ma nell’Africa settentrionale, dove i convertiti al cristianesimo erano in maggioranza nativi di lingua madre latina piuttosto che immigrati greco parlanti. Verso la metà del terzo secolo questa transizione era molto avanzata:  membri del clero romano scrivevano a Cipriano di Cartagine in latino; latina era anche la lingua in cui Novaziano compose il suo De trinitate e altre opere, citando una versione latina esistente della Bibbia. Nessun riferimento si fa qui alla cosiddetta Traditio Apostolica, attribuita a Ippolito da Roma, a causa dell’incertezza sulla data, sull’origine e sul vero autore.

Sembrerebbe che nella seconda metà del terzo secolo il flusso immigratorio dall’Oriente verso Roma diminuisse. Questo cambio demografico comportò un peso crescente dei nativi latino parlanti nella vita della Chiesa di Roma. Ciò nonostante il greco continuò ad essere usato nella liturgia romana, almeno a un certo livello, fino alla seconda metà del IV secolo; questo si evince da una citazione greca della preghiera eucaristica nell’autore latino Mario Vittorino, risalente al 360.
Intorno a quell’epoca, comunque, la transizione al latino era in fase molto avanzata; ciò risulta molto evidente da un autore altrimenti sconosciuto che scrive fra il 374 e il 382, il quale sostiene che la preghiera eucaristica a Roma si riferisce a Melchisedek come summus sacerdos - un titolo che ci suona familiare dal più tardo Canone della messa.

La più importante risorsa per la storia della prima liturgia latina è Ambrogio di Milano. Nel suo De sacramentis, una serie di catechesi per i neo battezzati tenute intorno al 390, egli cita estesamente la preghiera eucaristica usata a quell’epoca a Milano. I passaggi citati sono le forme più antiche delle preghiere Quam oblationem, Qui pridie, Unde et memores, Supra quae, e Supplices te rogamus del Canone Romano. Altrove, nel De sacramentis, Ambrogio sottolinea il suo desiderio di seguire l’uso della Chiesa romana in tutto; per questa ragione, possiamo ritenere con certezza che questa preghiera eucaristica fosse di origine romana.

Anche nei sermoni di Zeno, vescovo di Verona dal 362 al 372, ci sono tracce che attestano la diffusione geografica di questa forma originaria del Canone Romano. La formulazione letterale delle preghiere citate da Ambrogio non è sempre identica al Canone che Gregorio Magno promulgò alla fine del VI secolo ed è giunto fino a noi con poche modifiche di scarso rilievo rispetto ai libri liturgici più antichi, specialmente il vecchio Sacramentario Gelasiano, risalente alla metà dell’VIII secolo, ma ritenuto eco di usi liturgici più antichi. In ogni caso le differenze fra questi due testi sono di gran lunga inferiori alle loro somiglianze, dato che i quasi trecento anni intercorrenti fra di essi furono un periodo di intenso sviluppo liturgico.

Il passaggio dal greco al latino nella liturgia romana avvenne gradualmente e fu completato sotto il pontificato di Damaso I (366-384). Da allora in poi la liturgia a Roma fu celebrata in latino, con l’eccezione di poche reminiscenze dell’uso più antico, come il Kyrie eleison nell’Ordo e le letture in greco nella messa papale. Stando a Ottato di Milevi, che scrive intorno al 360, c’erano più di quaranta chiese a Roma prima dell’editto di Costantino. Se questa informazione è vera, sarebbe ragionevole opinare che ci fossero comunità latino parlanti nel III secolo, se non prima, che celebravano la liturgia in latino, in particolare la lettura della Sacra Scrittura.

I Salmi erano stati cantati in latino sin dalle origini e l’antica versione usata nella liturgia aveva acquisito una tale aura di sacralità che Girolamo la corresse soltanto con molta cautela. In seguito egli tradusse il Salterio dall’ebraico non per uso liturgico, come disse, ma per fornire un testo agli studiosi e al dibattito. Christine Mohrmann suggerisce che la liturgia battesimale fosse tradotta in latino sin dal II secolo. Nessuna certezza si può avere su questi punti, ma è chiaro che ci fu un periodo di transizione e che esso fu lungo.

Mohrmann introduce una distinzione utile fra, primo, “testi di preghiera”, dove la lingua è soprattutto un mezzo di espressione, secondo, testi “destinati a essere letti, l’Epistola e il Vangelo”, e, terzo, “testi confessionali”, come il credo. Nei testi di preghiera ci troviamo di fronte a modi di esprimersi; negli altri primariamente a forme di comunicazione.

Recenti ricerche su lingua e rito, come l’opera di Catherine Bell, confermano l’intuizione di Mohrmann che la lingua ha differenti funzioni in differenti parti della liturgia, che vanno oltre la mera comunicazione o informazione. Queste riflessioni teoretiche ci aiutano a capire lo sviluppo della prima liturgia romana:  quelle parti in cui gli elementi di comunicazione erano prevalenti, come la lettura delle Scritture, furono tradotte prima, mentre la preghiera eucaristica continuò ad essere recitata in greco per un periodo molto più lungo.

La “sociolinguistica” - una disciplina accademica relativamente nuova - ci mette in guardia sul fatto che la scelta di una lingua rispetto a un’altra non è mai questione neutrale o trasparente. Di conseguenza è importante considerare il cambio dal greco al latino nella liturgia romana nei suoi contesti storici, sociali e culturali. Gli storici dell’antichità hanno indicato che la formazione di lingua latina liturgica fece parte di uno sforzo a largo raggio di cristianizzazione della cultura e della civiltà romana.

Nella seconda metà del IV secolo i vescovi più influenti in Italia, soprattutto Damaso a Roma e Ambrogio a Milano, erano impegnati a cristianizzare la cultura dominante dei loro giorni. Nella città di Roma c’era una forte presenza pagana e specialmente l’aristocrazia continuava ad aderire ai vecchi costumi, anche se nominalmente erano divenuti cristiani. Roma non era più il centro del potere politico, ma la sua cultura continuava ad avere radici nella mentalità delle sue elites.
Il IV secolo è ora considerato un periodo di rinascimento letterario, con un rinnovato interesse per i “classici” della poesia e della prosa romane. Gli imperatori del IV secolo coltivarono questa Latinitas, e ci fu una riscoperta del latino anche ad Oriente. Con tenacia caratteristica, Roma mantenne le sue antiche tradizioni.

In relazione a ciò, i papi del tardo IV secolo promossero un progetto consapevole e comprensivo di appropriazione dei simboli della civiltà romana da parte della fede cristiana. Parte di questo tentativo fu l’appropriazione di spazio pubblico tramite impegnativi progetti edilizi. Dopo che gli Imperatori della dinastia di Costantino avevano dato il via con le monumentali basiliche del Laterano e San Pietro, come pure con le basiliche dei cimiteri fuori delle mura urbane, i papi continuarono questo programma edilizio che avrebbe trasformato Roma in una città dominata da chiese.

Il progetto più prestigioso fu la costruzione di una nuova basilica dedicata a San Paolo sulla Via Ostiense, sostituendo il piccolo edificio costantiniano con una nuova chiesa simile per dimensioni a San Pietro. Un altro aspetto importante fu l’appropriazione del tempo pubblico con un ciclo di feste cristiane lungo il corso dell’anno al posto delle celebrazioni pagane (vedi il calendario Filocaliano dell’anno 354). La formazione del latino liturgico fece parte di questo sforzo omnicomprensivo di evangelizzare la cultura classica.

Christine Mohrmann ravvisa in essa il fortuito combinarsi di un rinnovamento della lingua, ispirato dalla novità della rivelazione, e di un tradizionalismo stilistico fermamente radicato nel mondo romano. Il latino liturgico ha la gravitas romana ed evita l’esuberanza dello stile di preghiera dell’Oriente cristiano, che si ritrova anche nella tradizione gallicana. Questa non fu un’adozione della lingua “vernacola” nella liturgia, dato che il latino del Canone Romano, delle collette e dei prefazi della messa, fu rimosso dall’idioma della gente comune. Essa era una lingua fortemente stilizzata che difficilmente avrebbe capito un cristiano medio di Roma della tarda antichità, considerato specialmente che il livello di istruzione era molto basso rispetto ai nostri tempi. Inoltre lo sviluppo della Latinitas cristiana può avere reso la liturgia più accessibile alla gente di Milano o Roma, ma non necessariamente a coloro la cui lingua madre era il gotico, il celtico, l’iberico o il punico.

È possibile immaginare una Chiesa occidentale con lingue locali nella sua liturgia, come in Oriente, dove, in aggiunta al greco, erano usati il siriano, il copto, l’armeno, il georgiano e l’etiope. Ad ogni modo la situazione in Occidente era fondamentalmente differente; la forza unificatrice del papato era tale che il latino divenne l’unica lingua liturgica. Questo fu un fattore importante per favorire la coesione ecclesiastica, culturale e politica.

Il latino liturgico fu sin dai primordi una lingua sacra separata dalla lingua del popolo; tuttavia la distanza divenne maggiore con lo sviluppo delle culture e delle lingue nazionali in Europa, per non menzionare i territori di missione. “La prima opposizione al latino liturgico - ha scritto Christine Mohrmann - coincise con la fine del latino medievale come “seconda lingua viva”, che fu rimpiazzato da una lingua veramente “morta”, il latino degli umanisti. E l’opposizione dei nostri giorni al latino liturgico ha qualcosa a che fare con l’indebolimento dello studio del latino - e con la tendenza al “secolarismo”” (“The Ever-Recurring Problem of Language in the Church”, in Études sur le latin des chrétiens, IV, Roma, 1977).

Il Concilio Vaticano II volle risolvere la questione estendendo l’uso del vernacolo nella liturgia, soprattutto nelle letture (Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, art. 36, n. 2). Allo stesso tempo, esso sottolineò che “l’uso della lingua latina … sia conservato nei riti latini” (Sacrosanctum Concilium, art. 36, n. 1; cfr anche art. 54). I Padri conciliari non immaginavano che la lingua sacra della Chiesa occidentale sarebbe stata rimpiazzata dal vernacolo.

La frammentazione linguistica del culto cattolico nel periodo post-conciliare si è spinta così oltre che la maggioranza dei fedeli oggi può a stento recitare un Pater noster insieme agli altri, come si può notare nelle riunioni internazionali a Roma o a Lourdes. In un’epoca contrassegnata da grande mobilità e globalizzazione, una lingua liturgica comune potrebbe servire come vincolo di unità fra popoli e culture, a parte il fatto che la liturgia latina è un tesoro spirituale unico che ha alimentato la vita della Chiesa per molti secoli. Infine, è necessario preservare il carattere sacro della lingua liturgica nella traduzione vernacola, come fa notare l’istruzione della Santa Sede Liturgiam authenticam del 2001.

Dec
9th
Sun
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Acqua-viva o acqua-fresca? Echi dal NYT sull'Avvenire (un ossimoro?)

Il latino vive sotto la pelle dell’occidente

“Avvenire” dell’8 dicembre 2007

Sabino Acquaviva

Un paio di giorni or sono, in un suo editoriale, il «New York Times» ha consigliato ai candidati alla presidenza degli Stati Uniti d’America di studiare il latino.Studiatelo, consigliava giornale, perché è «una lingua eterna», «apre la mente», «aiuta a leggere il passato e capire il presente», infine «è una lingua che è sotto la pelle dell’intera civiltà occidentale».Purtroppo la sua presenza si è indebolita insieme a quella di una cultura che ha le sue radici più antiche in Europa. Però il latino non è soltanto importante per la nostra civiltà nel suo complesso, ma anche per il cattolicesimo. A questo proposito ricordo quanto scrisse Thomas Mann, il famoso romanziere, entrando in una chiesa in Australia quando la liturgia era ancora in prevalenza in latino.

Vivendo un’esperienza per lui importante, disse pressappoco: ascoltando il sacerdote che si esprimeva in latino, riflettei sul fatto che in quel momento in tutto il mondo si usava quell’unica lingua per celebrare la messa. Soltanto allora mi resi conto della universalità del cattolicesimo, capace di usare il latino presso ogni popolo, qualsiasi fossero la sua lingua, la sua storia, la sua cultura.

Perché mi sono ricordato di quella riflessione leggendo il «New York Times»?

Perché ho capito che la salvezza del latino passava soprattutto, in parte passa, attraverso le liturgie latine del cattolicesimo.

Ma, a questo punto, viene spontanea una domanda che riguarda più da vicino la religione in senso lato: se una liturgia viene celebrata in una lingua che è considerata da molti una lingua morta, si tratti del cristianesimo o dell’islam, e quindi del latino o dell’arabo antico, l’uso di quella lingua riduce o aumenta la possibilità di capire il significato dell’esperienza religiosa? Arricchisce o impoverisce dal punto di vista religioso? Da un lato, è cosa nota, l’uso liturgico di una lingua viva aumenta il numero delle informazioni di cui dispone chi vive un’esperienza liturgica collegata appunto all’uso di tale lingua viva, anzi, di un’infinità di lingue; da un altro lato si indebolisce un messaggio che in tutte le religioni passa attraverso il senso del mistero e dell’eterno alimentati dall’uso di una lingua universale, antica e immutabile. Era Søren Kierkegard, il filosofo, che diceva: «Due uniche certezze, l’infinito e l’eterno». Una lingua ‘eterna’ e ‘universale’ come quella latina consente appunto di vivere più profondamente le esperienze del mistero e dell’universalità, cioè dell’infinito, dell’eternità, appunto perché essa è immutabile.

In conclusione, oggi si comunicano più informazioni culturali, ma se ne trasmettono meno guardando alla religione appunto come esperienza dell’infinito e dell’eterno. Il discorso sul latino riguarda certamente il cattolicesimo e più in generale la religione ma, come abbiamo visto, è uno dei pilastri della cultura di questa Europa che è certamente in decadenza anche perché va distruggendo le proprie radici millenarie e la propria cultura più antica che, non dimentichiamolo, sono state la linfa della civiltà dell’intero pianeta. Quando gli europei hanno smesso di essere fieri della loro civiltà e cultura?Anche quando hanno smesso di considerare il latino, adopero il termine utilizzato dal «New York Times», «sotto la pelle» dell’intera civiltà occidentale.