Schediasmata RSS

Festina lente

Archivio

View blog reactions
May
9th
Sat
permalink

Venanzio sfortunato

Sì, insomma, una sorta di fratello minore del Venanzio originale, quello “Fortunato”, la maggor gloria di Valdobbiadene, dopo il prosecco… [Venantius Honorius Clementianus «Fortunatus natus quidem in loco qui Duplabilis dicitur fuit; qui locus haud longe a Cenitense castro vel Tarvisiana distat civitate.» (Paolo Diacono, Hist. Langobardorum 2, 13)].

Sarà questa la suggestione? Mah, nel frattempo sono a segnalare questi due apologhi a tema classico, da L’accalappiacani  n° 3 [L’accalappiacani, Settemestrale di letteratura comparata al nulla, numero 3, Roma, DeriveApprodi 2009, 128 pagine, 12 euro],  pag. 88, via il blog di Paolo Nori:

*******

Il ritorno dello Pseudo-Venantius

Un giorno uno studente di lettere classiche andò a chiedere la tesi a un professore potente e indaffarato. Il professore, giudicando con un’occhiata che lo studente non sembrava destinato a niente di particolare nella vita, gli assegnò una tesi sullo Pseudo-Venantius. Lo studente ci rimase male, perché una tesi sullo Pseudo-Venantius non aveva mai aperto la carriera di nessuno, ma era intimorito dal professore e non obiettò. Cominciando a studiare il poco materiale a disposizione, rimase affascinato dall’abisso di oblio in cui può cadere un essere umano, questo animale dotato di memoria. Si appassionò allo Pseudo-Venantius, dedicandosi alla tesi giorno e notte. Fece viaggi lunghissimi, ricerche massacranti, collazioni di testi che avrebbero sfiancato un’abbazia di filologi. Gli anni volarono via, i genitori trapassarono, i suoi amici fecero in tempo a sposarsi e a divorziare, il professore morì d’infarto tra le braccia di una studentessa, l’università venne trasferita, i confini della nazione furono modificati, ma lo studente continuava a lavorare alla sua tesi, abbagliato dallo Pseudo-Venantius come da una luce oscura, destinata solo a lui. Finì a fare un lavoro ignobile in una città volgare, miope e solo, poverissimo e disprezzato, felice di essere morto al mondo, in compagnia del suo segreto, della sua felicità, del suo autore.

****

[Ndr: Su chi fosse lo Pseudo-Venanzio, cfr. ancora lo stesso Nori, sempre da L’accalappiacani numero 3, pag. 79]

Vita e opere dello Pseudo-Venantius

Lo Pseudo-Venantius è l’autore più sconosciuto della tarda antichità. Il secolo che l’ha visto nascere è incerto, il suo borgo natale è stato raso al suolo, della sua vita non si sa niente e le sue opere, di cui non si conosce affatto il contenuto, non hanno mai interessato anima viva. Nessuno, del resto, si è mai dato la minima pena di conservarle. Gli autori medievali che lo citano si confondono sempre con qualcun altro che ha un nome che gli somiglia e gli fanno dire cose che molto probabilmente non avrebbe mai detto neanche per sbaglio. I pochi frammenti che gli si potrebbero assegnare sono stati per secoli attribuiti a quegli altri autori che hanno un nome che gli somiglia e gli studiosi di quegli altri autori non intendono cedere una virgola allo Pseudo-Venantius. Di lui non si sa cosa pensava, non si sa cosa voleva, non si sa se era felice o infelice, laico o chierico, scapolo o ammogliato, se era di tendenze suicide o se aveva un motivo qualsiasi per stare al mondo. Pare che dopo qualche giorno passato senza vederlo non lo riconoscessero nemmeno gli amici. L’unica testimonianza certa rimasta di lui è che una volta suo padre, incontrandolo sulle scale di casa, gli chiese: “E tu chi sei?”

Sep
11th
Thu
permalink

This is a momentous occasion. The publication of the final fascicule of the Groningen edition of the scholia to Aristophanes marks the completion of the scholarly endeavours of nearly half a century, made possible by the support of the NWO (The Netherlands Organisation for the Advancement of Pure Research). The project began in 1960, under the supervision of W.J.W. Koster (until 1975) and latterly of D. Holwerda, who has seen it through to completion in the new millennium with the appearance of the scholia to the Thesmophoriazusae and Ecclesiazusae edited by Remco Regtuit.

Given that this slender, handsome volume sets the capstone upon nearly fifty years of international cooperation in the painstaking process of producing the first new critical edition of the complete scholia to Aristophanes since Dübner’s in 1842, the reader will forgive the inclusion of a brief list of the contributors and their achievements.

Part IV: The Commentaries of John Tzetzes: (1) on Plutus, ed. L. Massa Positano (1960); (2) on Clouds ed. D. Holwerda (1960); (3) on Frogs and Birds, ed. W. J. W. Koster (1962); (4) Indices (1964).

Part I: (1A) Prolegomena on Comedy, ed. W. J. W. Koster (1975); (1B) Scholia to Acharnians, ed. N. G. Wilson (1975); (2) Scholia to Knights ed. D. Mervyn Jones, N. G. Wilson (1969); (3.1) Ancient Scholia to Clouds, ed. D. Holwerda (1977); (3.2) Recent Scholia to Clouds, ed. W. J. W. Koster (1974).

Part II: (1) Scholia to Wasps, ed. W. J. W. Koster (1978); (2) Scholia to Peace, ed. D. Holwerda (1982); (3) Scholia to Birds, ed. D. Holwerda (1991); (4) Scholia to Lysistrata, ed. J. Hangard (1996).

Part III: (1a) Ancient Scholia to Frogs, ed. M. Chantry (1999); (1b) Recent Scholia to Frogs, ed. M. Chantry (2001); (2/3) Scholia to Thesmophoriazusae and Ecclesiazusae ed. R. F. Regtuit (2007); Ancient Scholia to Plutus, ed. M. Chantry (1994); (4b) Recent Scholia to Plutus, ed. M. Chantry (1996).

Recensione a R.F. Regtuit (ed.), Scholia in Thesmophoriazusas; Ranas; Ecclesiazusas et Plutum. Scholia in Aristophanem, III 2/3.   Groningen:  Egbert Forsten, 2007, sulla BMCR, a cura di R. Tordoff, York University, Toronto (N.B.: un primo draft, a quanto pare…).

Questa la significativa chiusa: “Con il completamento dei commenti ed indici di Alan Sommerstein ed ora con il compimento del progetto-scolii del NWO, così come con la pubblicazione dell’Oxford Classical Text di Aristofane a cura di Nigel Wilson, gli studiosi di Aristofane avranno il piacere di confessare che la loro situazione non è mai stata così propizia; effettivamente, saranno in condizione di studiare il loro autore da una posizione migliore di quella che abbia mai goduto una qualsiasi generazione di studiosi, a partire dagli Alessandrini”!

Aug
1st
Fri
permalink

Postille Nacht

surripedia:

Postille Nacht loc.sost.s.f. tipica vigilia natalizia tra filologi tedeschi.

Jul
30th
Wed
permalink

Tagli alla ricerca: giù le mani da Aristofane!

Scandaloso il declassamento del progetto di ricerca (“TEATRO GRECO ANTICO: TESTO, RAPPRESENTAZIONE, RICEZIONE”), guidato dall’Univ. di Bari e coordinato dal prof. Mastromarco, mirante, tra le altre cose, alla “traduzione e il commento di alcune delle commedie interamente conservate di Aristofane e di una porzione significativa di frammenti della commedia dorica e della commedia attica nelle sue tre fasi evolutive: archaia, mese e nea”: ma è solo la punta dell’iceberg di una serie di tagli indiscriminati alla ricerca, come ben mette in evidenza il prof. Luciano Canfora (collega barese di Mastromarco), che avanza la seguente modest proposal:

- - -
Corriere della Sera 30 luglio 2008
Discussioni Risorse scarse e valutazioni inefficaci
MODESTA PROPOSTA PER LA RICERCA
Una commissione unica per porre fine allo scandalo del killeraggio sui progetti, protetto dall’ anonimato
Luciano Canfora

La penuria di risorse è notoriamente uno dei mali che affliggono la ricerca universitaria in Italia. È difficile porvi rimedio. L’ altro malanno, forse più grave e però rimediabile, è l’ arbitrio con cui i pochi fondi disponibili vengono talora distribuiti da commissioni giudicatrici il cui lavoro risulta parcellizzato e in nessun modo reso armonico e coerente. Ci sono poi, purtroppo, anche casi estremi: per esempio quello di alcuni «revisori» che si son dati il compito di togliere un punto qua e un punto là, nella tabella delle valutazioni, al solo fine di declassare un collega non gradito.

Nella recentissima tornata di (modesti) finanziamenti ministeriali si è prodotto qualche caso limite. Faccio un unico esempio per tutti. Un progetto intitolato «Teatro greco antico: testo, rappresentazione, ricezione» (ottimamente rappresentato e argomentato e che coinvolge ben cinque università) è stato retrocesso dalla classe A (sicuramente finanziabile) alla B (non sicuramente, e quest’ anno certamente, non finanziabile) con una risibile alchimia. Bisognava togliergli un punto e perciò gli sono stati ascritti a difetti quelli che nel giudizio medesimo venivano presentati come pregi!

Questo indisturbato killeraggio protetto dall’ anonimato è uno scandalo cui porre rimedio quanto prima. Il ministero ha tanti problemi compreso quello di contenere gli appetiti delle nuove istituzioni che si autoproclamano «eccellenti», ma il problema che qui sollevo è indilazionabile. Sempre ammesso che la ricerca universitaria non sia considerata un lusso superfluo.

È dunque necessaria una proposta. Eccola. L’ articolo undici del Regolamento vigente sui criteri operativi per la valutazione dei progetti di ricerca di interesse nazionale dispone che «per i progetti della classe A venga fornita una più specifica e approfondita motivazione generale del loro grado di eccellenza». Queste valutazioni si riducono ormai a vuote e tautologiche frasi di routine. Dunque è necessaria un’ unica commissione per ciascuna «area disciplinare». Soltanto questo potrà impedire incoerenze, contraddizioni, arbitrarie sperequazioni nei giudizi finalmente comparativi. Singoli gruppi di referees tra loro incomunicanti (che è la prassi attuale) possono solo portare a esiti scandalosi come è accaduto quest’ anno in modo particolarmente evidente e vergognoso anche a causa della scarsità di risorse.

- - -

UPDATE: Più che il teatro, può il prosciutto, a quanto pare… Carmina non dant panem: e al companatico, ci pensano i sedicenti esperti.

Corriere della Sera 7 agosto 2008 

CALENDARIO
Ricerca sul prosciutto

Sia ben chiaro, non abbiamo che rispetto per il prosciutto crudo (anche se, per par condicio, conosciamo anche le ragioni del cotto). E perciò non abbiamo mancato di gioire quando abbiamo visto coi nostri occhi, nel sito del ministero, l’ attribuzione di oltre 90.000 euro come finanziamento della ricerca (PRIN) ad un progetto della durata, si dice, di ben due anni accademici avente come soggetto e titolo «Caratteri di idoneità e tipicità percepita nel prosciutto crudo». Certo due anni volano in un baleno, sono «più corto spazio all’ eterno che un mover di ciglia» eccetera, per dirla col sommo poeta. Dunque auguri. Ma la domanda, in un Paese che non consideri la ricerca universitaria un innocuo trastullo, è la seguente: perché mai ricerche relative agli scavi italiani ad Antinooupolis o sul teatro greco, condotte da noti ed apprezzati specialisti del ramo, siano invece rimaste al palo senza pane né companatico. Una risata seppellirà gli «esperti», gli indisturbati referees?

Luciano Canfora

Jul
22nd
Tue
permalink
Jun
17th
Tue
permalink
Jun
15th
Sun
permalink

Quel nodo di fatti e parole

SlideShare | View | Download

Il sole 24 ore domenica 15 giugno 2008

L’importanza del «non scritto»

Luciano Canfora ha, con esemplare equilibrio e saggezza storica, illustra­to il difficile rapporto «fatti» - «paro­le» in ordine alla quête e alla mise en oeuvre della verità. Lo ringrazio anche per la urbani­tà del dialogo che ci riporta all’«euforia», eti­mologica, che dovrebbe accompagnare ogni cammino di idee. Da parte mia, una seconda polarità era sottesa, lungo il percorso ch’egli ha tracciato intorno all’esegesi dei «testi sa­cri»: ed è quella, credo altrettanto importan­te, di detti scritti e non scritti, di ciò che in scrittura si deposita (e nella Scrittura viene controllato dall’autorità) e ciò che alla scrittura sfugge. Sin dalla prima tradizione cri­stiana infatti, i «detti di Gesù non scritti» (i loghia agrapha) sono una parte importante di una tradizione che nutrirà il pensiero gnostico di ogni epoca. L’umanista Giovanni Pico della Mirandola, nel suo Heptaplus, rica­pitolerà quella memoria: «Iesus Christus Evangelium non scripsit sed praedicavit». E il Vangelo giovanneo invita ad adorare non in quel tempio o altrove ma «in spirito e veri­tà». È proprio questa tradizione del «non scritto» che ha salvato per secoli la memoria di un credere libero e colmo di speranza.

P.S. Ma naturalmente abbiamo poi sempre bisogno della scrittura, per allenarci a liberare da essa l’eccesso della lettera.

Carlo Ossola

Jun
8th
Sun
permalink

Combattenti della verità

SlideShare | View | Download 

Carlo Ossola sul Sole 24 ore di domenica 8 giugno 2008: recensione a Filologia e libertà di Luciano Canfora

May
9th
Fri
permalink
Apr
24th
Thu
permalink

I filologi: eretici degli eretici (ovvero: critica testuale come strumento di lotta, "arte" eversiva)

Corriere della Sera, 24 aprile 2008 

Così i filologi conquistarono la libertà

Luciano Canfora

Erasmo, Spinoza, Bruno: il pensiero moderno nato dalla critica testuale della sacre scritture

È una storia affascinante quella della libertà di pensiero attraverso il faticoso e contrastato dispiegarsi della libertà di critica sui testi che l’autorità e la tradizione hanno preservato.

Il campo in cui primamente in età moderna tale libertà provò a dispiegarsi fu quello delle «scritture» dette appunto «sacre»: un aggettivo che di per sé scoraggia la critica. E l’antagonista tenace, quando non minacciosamente repressivo, di tale libertà fu la Chiesa, furono le Chiese. Dal lungo processo di definizione di quel che poteva accettarsi come «canonico» a fronte del rigoglio di narrazioni biografiche sulla persona dell’iniziatore della setta (Gesù) alla «stretta» tridentina che sancì l’assoluta prevalenza della Vulgata di Girolamo: «stretta» tridentina che, si potrebbe dire, cede imbarazzata il passo all’irresistibilità della critica testuale, dopo circa quattro secoli, con l’enciclica di Pio XII, Divino afflante spiritu, del 30 settembre 1943, quando Pacelli, pur tra mille cautele e contorsioni, alfine dichiarò legittimo l’esercizio della critica testuale sul corpus antico e neotestamentario.

Il cammino fu molto accidentato e il riconoscimento di aver sbagliato non fu mai esplicito. Le parole pronunciate dal dotto e facondo pontefice il 30 settembre 1943 furono: «Oggi dunque, poiché quest’arte (cioè la critica testuale, nda) è giunta a tanta perfezione, è onorifico, benché non sempre facile, ufficio degli scritturisti procurare con ogni mezzo che quanto prima da parte cattolica si preparino edizioni dei Libri sacri, sì nei testi originali, e sì nelle antiche versioni, regolate secondo le dette norme». E subito precisava: «(edizioni) tali cioè che con una somma riverenza al sacro testo congiungano una rigorosa osservanza di tutte le leggi della critica».

Precisazione sintomatica, oltre che imbarazzante. Per coglierne l’assurdità, basta immaginarla applicata ad altri testi che abbiano anch’essi dato origine, via via nel tempo, a «scuole», seguaci, esegeti, ortodossi e non. Si pensi per esempio al corpus platonico e al suo più che millenario sviluppo, e ben si comprenderà l’effetto insensatamente contraddittorio dell’invito a coniugare «riverenza al sacro testo » e «rigorosa osservanza di tutte le leggi della critica». O si dovrà pensare che un testo affidabile di Platone possano darlo soltanto dei platonici puri e graniticamente fedeli al «verbo» del maestro (ammesso comunque che tale verbo esista già preconfezionato, prima del necessario, lunghissimo, imprevedibile, lavorio critico).

Ovviamente c’è un sofisma cui affidarsi per cercare di tamponare la contraddizione. Che cioè solo quei testi (sacri, com’è noto: quelli inclusi nel canone cattolico) contengono «la verità», in ogni loro parte; il che dovrebbe comportare che perfetta ricostruzione del testo e perfetta aderenza al verbo rivelato, a rigore, coincidano. Infatti è assioma che la verità si esprime in un unico modo. Ma è evidente la petitio principii. Solo dopo aver ricostruito il testo si dovrebbe approdare (eventualmente) a scoprire quale verità esso contenga, e, successivamente, alla conclusione che esso — ed esso soltanto — contiene la verità. Invece qui c’è, sottintesa, la pretesa aprioristica che lì (e non altrove) ci sia la verità. Una «verità» data e precostituita e testualmente compiuta già prima della ricostruzione del testo.

Oltre alla petitio principii ci sono poi difficoltà di ordine storico. Quei testi infatti: a) sono stati spiegati in modi vari dalle differenti confessioni e sette staccatesi via via dal ceppo «cattolico» (il che di per sé dimostra che essi potenzialmente contengono diverse verità e non di rado in contrasto tra loro); b) sono stati accompagnati, nel corso della tradizione, da numerosi altri testi consimili ma non coincidenti con quelli proclamati poi «canonici ». Alcuni, e non altri, a un certo punto furono espulsi dal «canone». Il che — oltre a rappresentare un’ulteriore petitio principii — per giunta accadde in un’epoca in cui già non esisteva più univocità testuale nemmeno dei libri inclusi nel «canone ». In tali condizioni, a maggior ragione, il richiamarsi a una prestabilita, unica, «verità» testuale racchiusa in quei libri appare immetodico. Ma forse è superfluo insistere su questo punto così vulnerabile. Esso è inevitabilmente presente fintanto che quei testi vengono gravati di un peso e di un significato superiore rispetto a quello di tutti gli altri. Una pretesa di superiorità che automaticamente impaccia la libertà di critica (testuale).

Quando si ricostruisce questa vicenda, si comprende che essa coincide con la storia stessa della filologia, cioè della libertà di pensiero. Un grande intellettuale italiano della prima metà del Novecento, Giorgio Pasquali, fu autore di un libro memorabile, che andrebbe ciclicamente ristampato (non importa se «invecchiato», come potrebbe deplorare qualche fumatore di oppio bibliografico): la Storia della tradizione e critica del testo (la prima edizione è del 1934, la più recente è del 1988). Qui, il capolavoro nel capolavoro è il capitolo iniziale, dove Pasquali narra, con semplicità densa a ogni frase di dottrina non ostentata, come il metodo filologico volto a recuperare quanto possibile l’autenticità dei testi — una pratica in cui verità e libertà si sostengono a vicenda — si sia venuto formando, almeno da Erasmo in avanti, nel costante sforzo di ricostruire la formazione — e quindi la lettera — del Nuovo Testamento. Una lotta nella quale i cattolici brandivano i deliberati tridentini, particolarmente oscurantistici su questo punto, ma che vide anche le Chiese protestanti perseguitare i loro adepti che, studiando criticamente il testo greco del Vangelo, ne mettevano di necessità in crisi la comoda e arbitraria fissità e unità. Gli eretici degli eretici furono dunque allora i fondatori della filologia e, al tempo stesso, il seme della nostra libertà: il «campo di battaglia» furono quei testi imbalsamati come «sacri» e lo strumento della lotta fu, allora come sempre, la filologia.

- - -

Il diritto alla verità dopo i veti della Chiesa
Il saggio che pubblichiamo in questa pagina è il secondo capitolo del nuovo libro di Luciano Canfora, Filologia e libertà, appena edito da Mondadori (pagine 149, euro 13).


Come dice il sottotitolo, la filologia è “la più eversiva delle  discipline”, attraverso cui passano “l’indipendenza di pensiero e il diritto alla verità”.

Canfora, docente di Filologia greca e latina all’università di Bari, passa in rassegna i grandi momenti della critica testuale, dalle proibizioni del Concilio di Trento, alle concessioni di Pio XII, e racconta delle battaglie ingaggiate da giganti del pensiero, come Erasmo da Rotterdam, Baruch Spinoza, Giordano Bruno, per applicare la libertà di ricerca anche ai testi sacri.

Tag Cloud