13th
Aristotele alle elezioni
Eh, sì, queste elezioni nazionali - che vedono l’esordio del PD - potrebbero costituire un nuovo inizio, una nuovo principio della politica italiana: in proposito c’è chi ha pensato, addirittura, alle archai (in greco: “principi, inizi”; ma anche: “comandi”) della logica aristotelica… Perché mai? In breve: un inizio come si costuituisce come tale, visto che - per definizione - non discende da premesse antecedenti? Beh, “è come quando un esercito fugge davanti al nemico; e finalmente uno si gira a guardare se il nemico incalza, fermandosi. Gli altri intanto continuano a correre; poi un altro si guarda intorno e vede quel soldato che ha smesso di scappare perché il nemico è già lontano, e così – uno dopo l’altro – si voltano tutti quanti, fino a che le milizie obbediscono di nuovo al comando di uno solo. Per «comando», la parola greca è ancora archè: «ciò che è primo,… e che domina»” (così, il processo, nelle chiare parole di Gadamer). Quanto Aristotele applicava ai principi del filosofare, può essere - per traslato - applicato ai principi del comando politico: che una “nuova stagione” nasca da un’apparente rotta, da una fuga spicciola dell’esercito sbandato delle ideologie del passato; da combattenti che cessano di fuggire e ritrovano una leadership che prima non c’era - eppure ora emerge da sé e di per sé.
E così, infatti, argomenta Massimo Adinolfi su Leftwing, l’autore dello spunto che mi premeva qui segnalare: “E’ possibile che le elezioni del 2008 rappresentino una svolta. Che la svolta sia epocale è però lecito dubitare, se non altro perché la frequenza con la quale si annunciano le svolte epocali in Italia è tale da far dubitare del concetto stesso di epoca. Soccorre piuttosto un’altra celebre immagine di Aristotele. Il quale, per spiegare come nascano nelle teste degli uomini i concetti, ricorreva all’esempio di quell’esercito in rotta, i cui uomini fuggono disordinatamente in ogni direzione, finché qualcuno non si arresta, anche solo per guardarsi intorno. Quel che accade in seguito è che altri comincino a fermarsi intorno a lui, senza sapere bene perché, spesso con motivazioni diverse. A poco a poco, però, attorno a quel primo nucleo di uomini si ricostituiscono le file dell’esercito. Se l’immagine riesce calzante, forse è perché da un quindicennio a questa parte è difficile indicare l’ ubi consistam della politica italiana. Si vedono eserciti in rotta – o, meno pessimisticamente, un lento e forse inevitabile smottamento – ma non si vedono i punti intorno a cui riordinare lo spazio politico. Quei punti sono concetti, sono cioè i modi e le regole con cui la politica conta di avere presa sulla società italiana. Chi abbia in testa simili concetti, tra i protagonisti dell’attuale panorama, è difficile a dirsi. Il Partito democratico ha effettivamente ridisegnato i termini del confronto politico in Italia, ma è presto per dire se, grazie a questo, tali termini abbiano trovato quella effettiva consistenza di cui il paese ha bisogno. Per il momento, sembra prevalere l’idea che il paese non ne abbia affatto bisogno, e che la novità sia rappresentata anzitutto dal fatto che siano stati liquidati i vecchi termini. Liquidati, o liquefatti.”