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Festina lente

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Le etere del princeps: da Pericle a Berlusconi, la satira comica attacca

“Quello di Sabina è stato un capolavoro di in­vettiva satirica, urtante e spiaz­zante come dev’essere un’invetti­va satirica, senza mediazioni arti­stiche né perifrasi. Gli ignorantelli di ritorno che gridano «vergo­gna» non possono sapere che già nell’antica Atene, Aristofane era solito far interrompere le sue com­medie con una «paràbasi», cioè con un’invettiva del corifeo che avanzava verso il pubblico e parla­va a nome del commediografo, di­cendo la sua sui problemi della cit­tà. Anche questa è satira (a meno che qualcuno non la confonda an­cora con le barzellette)”.

Marco Travaglio, L’Unità 10 luglio 2008 (“Io difendo quel palco”).

Del resto, come già osservavo, il princeps è sempre stato attaccato dalla satira comica: Carfagna come Aspasia?…

Articolo completo, qui sotto:

 

Jul
9th
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A proposito di Impero: all’università il mio autore latino preferito era Svetonio. Scrittore e storico mediocre, ma propagandista geniale. Lui non perdeva tempo a criticare la tirannide imperiale da un punto di vista filosofico o politico: gli bastava appioppare a tutti gli imperatori i vizi peggiori che si potevano rintracciare sul mercato del pettegolezzo. È così che la dinastia Giulio-claudia si è trasformata in quella combriccola di pazzi maniaci assassini e pedofili che ancora ci affascina. Ecco, attenzione a liquidare Guzzanti e Grillo come due comici incarogniti. Istintivamente hanno scelto la strategia di Svetonio, che è la più adatta ai tempi: la corruzione del corpo come metafora della corruzione dello Stato
leonardo: Radical-cheap (satira e potere)
Jul
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Cliofilia: cronache bizantine, archetipi di continuità (con excursus sulla terza Roma)

Siegmund Ginzberg è un brillante giornalista, che può essere letto spesso, tra gli altri giornali, sul Foglio e su Repubblica. Proprio su quest’ultimo quotidiano è apparso l’11 febbraio 2007 l’articolo che dà il titolo ad un libro che è una sorta di antologia dell’ultima produzione di Ginzberg  che consiste - detta semplicemente- nel ritrovare analogie tra eventi del passato e contemporanei: un atteggiamento intellettuale “cliofilico”, come nota Canfora sul Corriere di oggi (del resto, nel recente passato, Ginzberg si è già distinto per il proprio penchant classicistico, con un’altra raccolta di articoli che pescavano nei classici della letteratura, attualizzandoli):

***

Il Corriere della Sera 1 luglio 2007

“Quando la Storia copia se stessa”

Luciano Canfora  

La cliofilia può apparire, ed in parte è, una deformazione mentale. Appellarsi ad un precedente storico per giustificare l’agire politico o ravvisare in un fatto passato l’antecedente di un avvenimento presente, nella convinzione che il primo illumini e aiuti a meglio intendere il secondo, sono i principali aspetti della cliofilia. La parola ha avuto una certa fortuna, talvolta è stata usata con ironia.

Nella “Talpa della storia” di Vladimir Kormer, dimenticato autore sovietico del «dissenso», per esempio, se la rinfaccia come «vizio» l’inquieto genitore- funzionario alle prese col figlio maniaco dell’Occidente. Ma essa non è appannaggio di una parte sola. È stato osservato che anche l’oratoria e la pubblicistica mussoliniana è ossessivamente «cliofilica» sia prima che dopo il salto spericolato dal socialismo al fascismo. E l’oratoria politica delle prime quattro Repubbliche francesi offrirebbe, in questo senso, un eccellente repertorio.

A ben vedere l’atto di nascita è già nella storiografia antica: nell’idea cioè che lo scrivere la storia di fatti reputati epocali giovi alla comprensione della vicenda politica prossima ventura (se non addirittura di ogni tempo). Coloro i quali dunque si volgono ammirati al passato scorgendovi analogie con il presente, come accade a Siegmund Ginzberg nel suo composito e denso
Risse da stadio nella Bisanzio di Giustiniano” (Rizzoli), non fanno che portare conferme a quella lontana previsione tucididea nonché sostegno a tutte le prospettive cliofiliche di qualunque orientamento esse siano. «Mi sono accorto — scrive — che nelle pagine dei grandi libri (del passato, ndr.) si potevano trovare tesori insospettati di giornalismo, anticipazioni insospettate della notizia del giorno (…) La meraviglia è che riescano a dirci tanto sulle nostre vicende».

Talvolta sono stati gli stessi protagonisti di grandi fasi storiche a leggere se stessi analogicamente, a calarsi dentro una analogia. Ginzberg dedica uno dei suoi capitoli più riusciti alla riflessione di Stalin sul film Ivan il terribile di Eisenstein e lo fa servendosi di una fonte primaria: gli appunti presi dal grande regista e dall’attore che impersonava Ivan (Cerkasov) dopo la loro lunga e tesa conversazione con Stalin (presenti Zdanov e Molotov), il quale per discutere e criticare il film li aveva convocati.

L’incontro avvenne nel febbraio del 1947. Gli appunti presi allora dai due sono stati pubblicati mezzo secolo dopo, nel 1998, da Moskovskie Novosti.
L’analogia funzionava in due direzioni. Intendeva significare che il ruolo storico di Ivan IV era stato positivo e inoltre che esso poteva essere accostato, in situazione pur diversa, al ruolo dello stesso Stalin, oppure che proprio la possibilità di un tale accostamento doveva suggerire che il ruolo di Ivan doveva considerarsi sostanzialmente positivo. L’imprevisto che vien fuori dagli appunti è che Stalin e Zdanov non solo criticano il film perché attribuisce a Ivan caratteri che i due non accettano né gradiscono («il vostro Ivan viene presentato come un nevrastenico, un malato di nervi» sbottò Zdanov), ma estendono la loro critica al personaggio storico in quanto tale.

E così limitano la portata stessa dell’analogia. «Uno degli errori di Ivan — disse Stalin se si presta fede agli appunti — fu di non essere riuscito a farla finita col potere dei cinque partiti feudali tra cui era costretto a giostrarsi. Fosse riuscito a disfarli, non sarebbe seguita quella che viene chiamata l’Era dei Torbidi. Fatto giustiziare qualcuno — soggiunse con evidente sarcasmo — finiva poi per perdersi a lungo in contrizioni e preghiere».

Un altro attore, anche lui prediletto dal regista, pare avesse detto ad Eisenstein prima del colloquio: «Stalin ha ammazzato molta più gente. E non se ne pente. Proviamo a vedere se si pente dopo aver visto il film!». Lo storicismo «cliofilico» di Stalin rifulge, in quella circostanza, anche nell’elogio che egli fa del cristianesimo. E lo fa in polemica con altri censori che avevano rimproverato al film l’eccessiva presenza della religione. «Non si può dire che noi siamo buoni cristiani — obiettò Stalin in difesa del film. Ma sarebbe sbagliato negare il ruolo progressivo del cristianesimo in quella fase storica.

Ebbe un grande significato: segnò il momento in cui lo Stato russo si staccava dall’Oriente e si volgeva verso Occidente. Liberatosi dal giogo tartaro (musulmano), Ivan tendeva a riunificare la Russia come bastione contro le invasioni tartare». Come non pensare, leggendo questa riflessione alla Toynbee, al celebre giudizio di Isaac Deutscher nella sua biografia di Stalin («scacciò la barbarie dalla Russia con metodi barbarici»)?
Ovviamente la cliofilia può avere effetti addormentatori e assolutori nei confronti della «a-moralità» della politica (si intende di quella grande e terribile, non delle operette o pochades della quotidianità parlamentare).

Perché, ad esempio, Ivan sentì il bisogno di punire ferocemente ed esemplarmente Novgorod (1570) città a lui fedele e di insospettabile fede ortodossa? Non fu mai dimostrato che Novgorod volesse passare con la Polonia cattolica o con la nemica Svezia. Eppure bastò il sospetto. E anche questo non può che rafforzare l’analogia.

Essa non è un gioco: al contrario, può essere un antidoto al fatalismo storiografico. È banale praticarla entro il semplice orizzonte improduttivo del nil sub sole novum. Al contrario — si potrebbe osservare — giova a rimettere continuamente in discussione il passato. A non appagarsi di giudizi consolidati, a non sistemare una volta per sempre da una parte i buoni e dall’altra i cattivi. In tal senso proprio la coppia Ivan-Stalin risulta istruttiva e foriera di riflessioni non necessariamente rasserenanti.
Poco c’entra Putin in tutto questo, anche se Ginzberg chiama in causa soprattutto lui. Certo, anche il caso Putin può arricchire il quadro in un’altra direzione: quella della continuità nonostante la rottura. E la storia della Russia, così come del suo archetipo bizantino, si presta, alla considerazione della continuità, come un esempio da manuale. Rottura più prolungata e lancinante dell’ottobre 1917 e di tutto ciò che ne seguì è difficile immaginarla. Eppure il potere, la sua forma come il suo esercizio, finì col riassestarsi, dopo la inaudita bufera, nelle forme che la tradizione russa offriva ai protagonisti (e anche agli antagonisti). Rottura più clamorosa, sul finire del Novecento, e più netta, della fine dell’Urss e del dissolvimento del Partito-Stato, è difficile trovare. Eppure le forme del potere di quella che ormai chiamiamo «Demokratura», sia essa retta da Eltsin che fa bombardare il Parlamento o da Putin che fa eleggere presidente un suo sostituto per rimpiazzarlo al più presto, sono ancora debitrici della storia russa e della sua incoercibile continuità. Anche i boiardi, che Ivan cercò di liquidare, sono lì a insidiare i successori del «Terribile». Non bastò neanche la durezza staliniana a farli uscire di scena.

Jun
30th
Mon
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Berlusconi "magnaccia"? I precedenti storici non mancano

Il riferimento del titolo è alla dichiarazione con cui Di Pietro (una sorta di demagogo dei tempi moderni, direbbero alcuni…) stigmatizza l’operato di Berlusconi come quello di un “magnaccia”: i parallelismi per insulti di questo genere nel corso degli scontri politici dell’antichità certo non mancano… Luciano Canfora ne ricorda, qui sotto, uno riguardante Cicerone vs Antonio: ma non è da dimenticare, p.e., che Aristofane (Acarnesi, v.526 segg.)  giocosamente fa risalire lo scoppio nientepopodimenoche della Guerra del Peloponneso al furto di due prostitute megaresi al seguito di Aspasia, l’influente etera della cerchia del princeps Pericle.

Berlusconi “magnaccia” come Pericle, insomma: la “corte” del potente una costante storica per una democrazia trasformata, seppur non ufficialmente, in una sorta di principato (come l’Atene di allora, così l’Italia di oggi: democrazia solo formale ed un primus inter pares ad avere de facto un potere pluridecennale)?

Si capisce come, in tutte le epoche, il colorito caravanserraglio del potente si presti ad essere attaccato (e non solo in commedia, seppur “politica”, come lo fu Pericle) da parte di chi si fa portavoce del popolo (il quale percepisce come esautorato il proprio potere formale), con il rischio, appunto, come scrivevo sopra, che quest’ultimo scivoli, nella propria azione politica di leader, magari nella demagogia (da Cleone ad Iperbolo e Cleofonte, ancora una volta la storia d’Atene insegna)…

*******

Corriere della sera 29 giugno 2008
«Lenone»
Come Cicerone contro Antonio

L’ elegante sortita dell’ ex ministro Di Pietro potrebbe, forse all’ insaputa di lui, avere dei precedenti letterari. E sia pure in celebri contesti scurrili. Il rozzo Marco Antonio, braccio destro di Cesare in tante campagne, bersaglio poco dopo le Idi di marzo dell’ attacco ferocissimo di Cicerone, viene addirittura raffigurato dall’ oratore nella celebre e mai pronunciata Seconda Filippica come il capofila di un corteo variopinto, nel quale, accanto ai littori che gli spettavano per il suo rango, c’ era una specifica carrozza carica di lenoni e di allegre seguaci che Cicerone bolla con l’ epiteto di comites nequissimi.

E di un corteo di latrones e lenones intorno ad Antonio parla anche nella Sesta Filippica. Imbarazzante comitiva cui anche i cittadini dei municipi erano tenuti a rendere omaggio. Pochi sarebbero disposti a prendere per buono tutto quello che Cicerone riversa addosso ad Antonio, ma non è affatto da escludere che il rozzo e gaudente soldataccio si compiacesse, anche per sfida, di compagnie del genere.

Luciano Canfora

Jun
27th
Fri
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La mala erba epicurea

Corriere della Sera 27 giugno 2008

Esce da Manni un racconto postumo di Luigi Malerba, scritto per la radio negli anni Ottanta

“Un sogno amaro, in una Roma senza ideali”

Giorgio De Rienzo

I giovani credono che sia uno di «Comunione e Liberazione» e poco gli danno retta. Gli mostrano brutalmente come il suo pensiero sia stato stravolto. «Si direbbe che ogni cosa che io dica posso essere usata per uno scopo opposto a quello che io propongo, a vantaggio dei peggiori uomini del mondo», conclude Epicuro amaramente.
L’editore Manni manda in libreria lunedì 30 giugno un testo di Malerba scritto per la radio e mai pubblicato. Risale ai primi anni Ottanta: è dunque contemporaneo delle Galline pensierose (1980) e del Diario di un pensatore (1981). Proprio di sogno qui si tratta: Il sogno di Epicuro. Il filosofo è ritratto nel suo orto ad annaffiare le verdure e discetta con tre allievi, due giovani e una ragazza, prima di andare con loro a cena. Beve con loro, «china la testa sul tavolo e si addormenta».
Inizia il sogno. Epicuro «fa un balzo nel tempo di duemila anni e arriva nel mondo di oggi». Si trova a Roma, legge scritte di violenza sui muri sobbalza al passaggio di un automobile, sbarra gli occhi al passaggio di una gigantesca motocicletta», che scambia per un centauro con le ruote, alza gli occhi al cielo per ammirare un aereo, ma è costretto anche a vedere a terra «cumuli di spazzatura, cartacce, cassette di verdura, bottiglie vuote, sacchetti di plastica». Arriva in Campo dei Fiori e trova un gruppetto di giovani sotto la statua di Giordano Bruno. Come se fosse nel suo orto in Grecia parla loro da maestro, anche perché tra i giovani appariranno i suoi antichi allievi.
Sono ragazzi invecchiati precocemente. Usciti sconfitti da una stagione di impegno, cercano ora rifugio nella droga. Epicuro ha un bel dire che la «politica» va abolita e che la sola forma di Stato è quella «tenuta insieme dall’impulso naturale dell’amicizia».


*******


E venne Epicuro a redimere l’uomo
Il grande filosofo scopre il mondo moderno. Con un colpo di scena

Luigi Malerba

Un orto ben coltivato, circondato da un muro. Addossato al muro un basso padiglione nel quale si intravedono alcune panche e un tavolo di legno grezzo.
Il filosofo Epicuro, un cinquantenne con una folta barba grigia, cammina fra i solchetti dell’orto, coltivato a rape, cavoli, lattuga, crescione, ravanelli, sedano, cipolle e altre verdure. Lo seguono cinque allievi fra cui una ragazza. Epicuro parla e intanto annaffia le verdure con una brocca piena d’acqua. Quando l’acqua è finita uno degli allievi gli porge un’altra brocca piena e va a riempire quella vuota a una fontanella addossata al muro dell’orto. Intanto Epicuro continua la sua lezione.


«I piaceri si dividono dunque in “naturali e necessari”, come cibarsi; in “naturali e non necessari”, come cibarsi con alimenti raffinati; e infine vengono i piaceri che non sono “né naturali né necessari”, come arricchirsi ». Un allievo con una faccetta simpatica e spiritosa si avvicina al filosofo.
«Maestro Epicuro, posso esprimere un concetto?».
«Sentiamo».
«Io considero i ravanelli crudi un cibo molto raffinato. Il mio amico Sidonio li considera invece un cibo degno delle capre».
«Il tuo amico Sidonio farà bene a lasciare i ravanelli per te o per le capre dal momento che non gli piacciono. Il piacere comunque non è unico e assoluto per tutti, non esiste “il piacere in sé” come dice Platone, ma vari generi di piacere in rapporto alle persone, agli oggetti, alle condizioni delle persone, all’occasione ».

Mentre parla, Epicuro distrattamente continua il gesto di innaffiare le verdure, ma la brocca è vuota. Un secondo allievo glielo fa notare. «Maestro Epicuro, stai innaffiando con la brocca vuota».
Epicuro si rende conto della distrazione. «Se veramente continuassi a innaffiare, il fatto che la brocca è vuota non sarebbe rilevante. In realtà non sto innaffiando come tu hai detto, ma sto facendo soltanto il gesto di innaffiare. Insomma sto facendo un innaffiamento “platonico”. Con questo genere di innaffiamento le verdure non crescerebbero e noi finiremmo per morire di fame. Esiste una migliore dimostrazione che la filosofia deve essere tutta tesa ad aiutare gli uomini a vivere meglio, possibilmente a raggiungere la felicità, e che è inutile e perciò dannosa quella filosofia che propone soltanto idee astratte?».
«Come Platone» dice la Ragazza.


Epicuro sorride soddisfatto alla Ragazza, poi prende la brocca piena d’acqua che gli porge uno degli allievi e nell’altra mano tiene la brocca vuota. Le mostra tutte e due agli allievi, una vicina all’altra.
Epicuro alza in alto la brocca vuota. «Questa è la filosofia di Platone ». Poi mostra la brocca piena. «E questa è la filosofia di Epicuro».
Poi dà la brocca vuota all’altro allievo perché vada a riempirla, e con quella piena riprende a innaffiare le verdure. Dopo qualche istante si ferma e gira lo sguardo intorno.
«Ravanelli, cavoli, rape, lattuga, barbabietole, sedano, cipolle, cetrioli… lo chiamano “il giardino di delizie”, e io sono d’accordo nel dire che queste verdure sono autentiche delizie, ma preferisco che questo luogo venga chiamato “l’Orto di Epicuro” perché di un orto si tratta e non di un giardino».


Il Primo Allievo fa uno sbadiglio. «Posso esprimere un altro concetto? » «Dimmi».
Il Primo Allievo è incerto. «Il sole sta tramontando, maestro Epicuro… ».
«La notizia è interessante, ma generica ».
«Con il tramonto del sole i tuoi allievi sentono la necessità di soddisfare un loro desiderio “naturale e necessario”».
«Se è della cena che intendi parlare, gli ortaggi sono già stati raccolti e lavati. Possiamo dunque entrare nel padiglione».
Epicuro depone la brocca dell’acqua e si avvia verso il padiglione seguito dagli allievi. Posato su un tavolo c’è un grande cesto con molti ortaggi. Gli allievi siedono intorno al tavolo insieme al maestro e prendono una ciotola ciascuno. Sul tavolo c’è anche una brocca piena di vino e delle coppe di metallo.
Gli allievi attendono rispettosamente, ma con impazienza, che Epicuro incominci a mangiare per primo. Il filosofo guarda il cibo, poi guarda gli allievi in attesa, evidentemente affamati.
Sorride malizioso. «L’attesa aumenta il piacere».


Il Primo Allievo mostra segni di nervosismo.
«Posso esprimere un concetto?» «Certo».
«Ho fame: l’attesa prolungata e i morsi della fame che l’accompagnano procurano dolore».
Epicuro risponde allegramente. «Abbandoniamoci dunque a quest’orgia di piacere!».
Epicuro prende un ravanello e lo addenta. Gli allievi incominciano a loro volta a mangiare con voracità. «Quando i nostri nemici ci accusano di essere dei gaudenti dediti ai più sfrenati piaceri dei sensi, in fondo non hanno torto».

May
21st
Wed
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Nemmeno gli ospitalissimi Greci accoglievano chiunque e comunque. E distinguevano accuratamente diritti e doveri dello straniero accolto, e perciò garantito, dalla condizione del semplice sconosciuto. Del clandestino, dell’ homeless, del sans-papier, dell’ asylant, per dirla con le parole di adesso. Ieri come oggi i rapporti tra noi e gli altri attraversano fasi che dipendono dallo stato di salute dell’ economia e dalla tenuta del legame sociale. Alternando sistole e diastole, contrazione e dilatazione dell’ ospitalità. La sicurezza e il benessere rendono tutti più solidali. Al contrario, più cresce il senso d’ insicurezza e più l’ altro viene vissuto come un nemico potenziale. Perché quando si ha paura tutto fruscia, diceva Sofocle. E la sensazione di essere assediati ci chiude la mente e il cuore.

“il mito dello straniero e l’ ospite sgradito” - Marino Niola - Repubblica 20 Maggio 2008.

Questa la chiusa dell’intervento: tema quanto mai d’attualità, visto il rigurgito xenofobo che ammorba l’Italia di Berlusconi IV

Mar
26th
Wed
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Dall’ultimo libro di Giorgio Ruffolo: “In un libro suggestivo di Luigi Zoja i concetti di hybris, di arroganza (verso gli dei) e di nemesis, di vendetta (degli dei) sono espressi come metafore della crescita capitalistica e delle sue contraddizioni. Metafore attinte al mito di quella Grecia classica che per prima ha suscitato l’ inquietudine creativa, ma anche i complessi di colpa dell’ Occidente. Quell’ inquietudine è forse un virus che la Grecia ha trasmesso all’ Occidente e che dopo un lungo letargo è riemerso nella modernità, alimentando gli «spiriti animaleschi» del capitalismo. Quel virus ha proliferato grazie a una felice combinazione, propria e specifica dell’ Occidente, di due fattori: la tecnica e il mercato. Questa formidabile ricetta ha permesso di estrarre da società stagnanti una fonte di crescita, prima della popolazione, poi della produzione, e di realizzare una condizione di netta superiorità delle economie dell’ Europa e delle sue colonie bianche sul resto del mondo in termini di produttività e di benessere. Ma ha anche suscitato condizioni di insostenibilità. Insostenibilità fisica ed ecologica rispetto ai limiti posti dalla legge dell’ entropia crescente. Insostenibilità politica rispetto ai vincoli che devono essere osservati per assicurare la coesione della società. Per la prima volta nella storia l’ Occidente ha generato una società priva del senso del limite, «illimitata», anzi, propriamente, sterminata. Ciò vale non soltanto per la crescita della produzione, ma per l’ uso dello spazio, congestionato, e del tempo, sovraccarico. Nonché della parola, sempre più frenetica e urlata a riempire il silenzio, come accade negli show televisivi, o nei film, dove il dialogo è diventato un precipitato maniacale. E vale per l’ estremo limite, quello della morte, scongiurata per quanto possibile dal discorso e dalla presenza. Ora, una civiltà che pretende di abolire il limite è perduta, non solo perché non riconosce i confini ecologici e sociali della sua avventura, ma perché smarrisce il senso che solo il limite può attribuirle. È quello che viene a mancare nell’ insensatezza della crescita, generando una instabilità e un’ aggressività endemica. Di qui l’ esigenza di arrestare la crescita in una condizione di «stato stazionario» retta dai due principi fondamentali dell’ equilibrio ecologico e della correlazione sociale. Il virus della hybris umana non si manifesta però solo «negativamente», accelerando localmente, nel mondo dominato dall’ uomo, la tendenza universale all’ aumento del disordine: dell’ entropia. L’ uomo costituisce anche il punto più alto di un processo simmetrico a quello della crescente entropia: il processo dell’ evoluzione. Simmetrica rispetto alla seconda legge della termodinamica c’ è infatti quella che alcuni scienziati hanno definito la legge della organizzazione. Se esistesse solo la legge dell’ entropia ci sarebbe solo il caos. Invece, a partire dal big bang il caos cede spazio a strutture ordinate: molecole via via più complesse, stelle, galassie. Pianeti, formazioni geologiche, oceani, metabolismi autocatalitici: e poi vita, società, intelligenza~ Insomma: all’ aumento complessivo di entropia fa da contrappunto una disposizione sempre più ordinata della materia. Quest’ ordine non è il frutto né del caso né di un progetto divino. È la capacità insita nella materia di autoorganizzarsi, da forme semplici a forme sempre più complesse, attraverso la selezione naturale. In questo processo antientropico l’ uomo occupa la posizione di punta. Nel processo di selezione naturale emerge infatti, attraverso la sterminata proliferazione di possibilità sanzionate dal successo, un’ organica intenzionalità, che nell’ uomo diventerà intelligenza. A quel punto, la selezione naturale è affiancata da una selezione culturale. L’ intelligenza dell’ uomo, frutto supremo di quella selezione, può impadronirsi, attraverso la scienza, della logica di quel processo evolutivo per guidarla sulla via di una trasformazione della specie umana in una specie più complessa, capace di ampliare i limiti che la natura le ha assegnato: le sue colonne d’ Ercole; quelle che Dante fa varcare al suo Ulisse in nome dell’ umana trascendenza: «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtude e canoscenza». Mentre, restando all’ interno della produzione materiale e della sua crescita l’ uomo incontra i limiti insuperabili dell’ entropia, procedendo nella conoscenza l’ uomo non incontra che i limiti della produzione di idee e delle capacità ideative del suo cervello che sembra sia tuttora utilizzato in minima parte. Possiamo allora immaginare di impossessarci del meccanismo della legge dell’ organizzazione, dell’ evoluzione, per raggiungere gradi sempre più elevati di conoscenza e di potenza. Invece di inseguire la potenza sulla via della crescita materiale, dell’ avere, sbarrata dalla legge dell’ entropia, perseguire l’ autotrasformazione del nostro essere, sia quanto al suo aspetto fisico (la durata della vita) sia nel suo aspetto spirituale (il senso della vita). In altri termini, renderci padroni della seconda legge dell’ organizzazione, e quindi dell’ evoluzione di noi stessi. Non era questo il significato di quei due alberi (non uno solo) ai cui frutti era fatto divieto di accedere nel giardino dell’ Eden, per non diventare simili a Dio (l’ albero del bene e del male, e l’ albero dell’ immortalità)? In questa trascendenza della condizione umana, fisica e spirituale, bisogna saper vedere, come fa Aldo Schiavone nel suo piccolo libro ispirato, Storia e destino, il senso e il destino della avventura umana. E l’ improbabilità di una condizione economica e sociale che ha i secoli contati. (…) Non è già questa, della trascendenza umana, la via sulla quale sta procedendo, nel seguire la sua vocazione al sapere, la scienza? Non è questo il senso di quella grande impresa dell’ intelligenza artificiale in cui scienziati «pazzi e geniali» come Doyne Farmer, come Daniel Hillis, e tanti altri, stanno investendo la loro pazzia e la loro genialità? Dovremmo avere più paura di supercomputer in grado di pensare secondo regole logiche e morali dettate da noi di quanta ne abbiamo dei demagoghi e dei paranoici che guidano oggi popoli interi? Lungo questa linea non incontriamo altri limiti di quelli che ci poniamo noi stessi in nome di una religio che ci relega in una condizione di tanto superstiziosa quanto presuntuosa ignoranza. Se così stanno le cose, le filosofie che contestano la scienza e la tecnica come idoli della nostra servitù ci portano sulla strada opposta a quella segnata dalla legge dell’ organizzazione che regola l’ evoluzione dell’ essere. Ci portano nelle fumosità del misticismo, mentre la scienza e la tecnica, al servizio della conoscenza, non del mercato, sono le vie aperte al nostro sviluppo creativo. (…) Non è il progresso tecnico la causa del venir meno dei fini, ma è il suo asservimento all’ accumulazione capitalistica. Quella sintesi di tecnica e di mercato che ha costituito il segreto del trionfo capitalistico ne rappresenta oggi la prigione. Non è vero che la tecnica prescrive di fare tutto ciò che è fattibile. Essa prescrive di fare tutto ciò che è profittevole. Il problema, allora, non è quello di sottrarsi alla tecnica, ma di sottrarre la tecnica alle leggi del mercato, ponendola al servizio della conoscenza. In questo senso l’ equilibrio ecologico, l’ arresto della crescita economica dell’ avere, sterile e autodistruttiva, è la premessa necessaria di un umanesimo trascendente inteso allo sviluppo esistenziale della specie umana. 
(Repubblica, 26 marzo 2008) 

Dall’ultimo libro di Giorgio Ruffolo: “In un libro suggestivo di Luigi Zoja i concetti di hybris, di arroganza (verso gli dei) e di nemesis, di vendetta (degli dei) sono espressi come metafore della crescita capitalistica e delle sue contraddizioni. Metafore attinte al mito di quella Grecia classica che per prima ha suscitato l’ inquietudine creativa, ma anche i complessi di colpa dell’ Occidente. Quell’ inquietudine è forse un virus che la Grecia ha trasmesso all’ Occidente e che dopo un lungo letargo è riemerso nella modernità, alimentando gli «spiriti animaleschi» del capitalismo. Quel virus ha proliferato grazie a una felice combinazione, propria e specifica dell’ Occidente, di due fattori: la tecnica e il mercato. Questa formidabile ricetta ha permesso di estrarre da società stagnanti una fonte di crescita, prima della popolazione, poi della produzione, e di realizzare una condizione di netta superiorità delle economie dell’ Europa e delle sue colonie bianche sul resto del mondo in termini di produttività e di benessere. Ma ha anche suscitato condizioni di insostenibilità. Insostenibilità fisica ed ecologica rispetto ai limiti posti dalla legge dell’ entropia crescente. Insostenibilità politica rispetto ai vincoli che devono essere osservati per assicurare la coesione della società. Per la prima volta nella storia l’ Occidente ha generato una società priva del senso del limite, «illimitata», anzi, propriamente, sterminata. Ciò vale non soltanto per la crescita della produzione, ma per l’ uso dello spazio, congestionato, e del tempo, sovraccarico. Nonché della parola, sempre più frenetica e urlata a riempire il silenzio, come accade negli show televisivi, o nei film, dove il dialogo è diventato un precipitato maniacale. E vale per l’ estremo limite, quello della morte, scongiurata per quanto possibile dal discorso e dalla presenza. Ora, una civiltà che pretende di abolire il limite è perduta, non solo perché non riconosce i confini ecologici e sociali della sua avventura, ma perché smarrisce il senso che solo il limite può attribuirle. È quello che viene a mancare nell’ insensatezza della crescita, generando una instabilità e un’ aggressività endemica. Di qui l’ esigenza di arrestare la crescita in una condizione di «stato stazionario» retta dai due principi fondamentali dell’ equilibrio ecologico e della correlazione sociale. Il virus della hybris umana non si manifesta però solo «negativamente», accelerando localmente, nel mondo dominato dall’ uomo, la tendenza universale all’ aumento del disordine: dell’ entropia. L’ uomo costituisce anche il punto più alto di un processo simmetrico a quello della crescente entropia: il processo dell’ evoluzione. Simmetrica rispetto alla seconda legge della termodinamica c’ è infatti quella che alcuni scienziati hanno definito la legge della organizzazione. Se esistesse solo la legge dell’ entropia ci sarebbe solo il caos. Invece, a partire dal big bang il caos cede spazio a strutture ordinate: molecole via via più complesse, stelle, galassie. Pianeti, formazioni geologiche, oceani, metabolismi autocatalitici: e poi vita, società, intelligenza~ Insomma: all’ aumento complessivo di entropia fa da contrappunto una disposizione sempre più ordinata della materia. Quest’ ordine non è il frutto né del caso né di un progetto divino. È la capacità insita nella materia di autoorganizzarsi, da forme semplici a forme sempre più complesse, attraverso la selezione naturale. In questo processo antientropico l’ uomo occupa la posizione di punta. Nel processo di selezione naturale emerge infatti, attraverso la sterminata proliferazione di possibilità sanzionate dal successo, un’ organica intenzionalità, che nell’ uomo diventerà intelligenza. A quel punto, la selezione naturale è affiancata da una selezione culturale. L’ intelligenza dell’ uomo, frutto supremo di quella selezione, può impadronirsi, attraverso la scienza, della logica di quel processo evolutivo per guidarla sulla via di una trasformazione della specie umana in una specie più complessa, capace di ampliare i limiti che la natura le ha assegnato: le sue colonne d’ Ercole; quelle che Dante fa varcare al suo Ulisse in nome dell’ umana trascendenza: «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtude e canoscenza». Mentre, restando all’ interno della produzione materiale e della sua crescita l’ uomo incontra i limiti insuperabili dell’ entropia, procedendo nella conoscenza l’ uomo non incontra che i limiti della produzione di idee e delle capacità ideative del suo cervello che sembra sia tuttora utilizzato in minima parte. Possiamo allora immaginare di impossessarci del meccanismo della legge dell’ organizzazione, dell’ evoluzione, per raggiungere gradi sempre più elevati di conoscenza e di potenza. Invece di inseguire la potenza sulla via della crescita materiale, dell’ avere, sbarrata dalla legge dell’ entropia, perseguire l’ autotrasformazione del nostro essere, sia quanto al suo aspetto fisico (la durata della vita) sia nel suo aspetto spirituale (il senso della vita). In altri termini, renderci padroni della seconda legge dell’ organizzazione, e quindi dell’ evoluzione di noi stessi. Non era questo il significato di quei due alberi (non uno solo) ai cui frutti era fatto divieto di accedere nel giardino dell’ Eden, per non diventare simili a Dio (l’ albero del bene e del male, e l’ albero dell’ immortalità)? In questa trascendenza della condizione umana, fisica e spirituale, bisogna saper vedere, come fa Aldo Schiavone nel suo piccolo libro ispirato, Storia e destino, il senso e il destino della avventura umana. E l’ improbabilità di una condizione economica e sociale che ha i secoli contati. (…) Non è già questa, della trascendenza umana, la via sulla quale sta procedendo, nel seguire la sua vocazione al sapere, la scienza? Non è questo il senso di quella grande impresa dell’ intelligenza artificiale in cui scienziati «pazzi e geniali» come Doyne Farmer, come Daniel Hillis, e tanti altri, stanno investendo la loro pazzia e la loro genialità? Dovremmo avere più paura di supercomputer in grado di pensare secondo regole logiche e morali dettate da noi di quanta ne abbiamo dei demagoghi e dei paranoici che guidano oggi popoli interi? Lungo questa linea non incontriamo altri limiti di quelli che ci poniamo noi stessi in nome di una religio che ci relega in una condizione di tanto superstiziosa quanto presuntuosa ignoranza. Se così stanno le cose, le filosofie che contestano la scienza e la tecnica come idoli della nostra servitù ci portano sulla strada opposta a quella segnata dalla legge dell’ organizzazione che regola l’ evoluzione dell’ essere. Ci portano nelle fumosità del misticismo, mentre la scienza e la tecnica, al servizio della conoscenza, non del mercato, sono le vie aperte al nostro sviluppo creativo. (…) Non è il progresso tecnico la causa del venir meno dei fini, ma è il suo asservimento all’ accumulazione capitalistica. Quella sintesi di tecnica e di mercato che ha costituito il segreto del trionfo capitalistico ne rappresenta oggi la prigione. Non è vero che la tecnica prescrive di fare tutto ciò che è fattibile. Essa prescrive di fare tutto ciò che è profittevole. Il problema, allora, non è quello di sottrarsi alla tecnica, ma di sottrarre la tecnica alle leggi del mercato, ponendola al servizio della conoscenza. In questo senso l’ equilibrio ecologico, l’ arresto della crescita economica dell’ avere, sterile e autodistruttiva, è la premessa necessaria di un umanesimo trascendente inteso allo sviluppo esistenziale della specie umana. 

(Repubblica, 26 marzo 2008

Feb
6th
Wed
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A beneficio di Michele Serra

No, la Rupe Tarpea non è a Sparta (il rif. è all‘“Amaca” di oggi, su Repubblica)

Feb
1st
Fri
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Sostiene Demostene
Che il ceto politico italiano stia dando uno spettacolo misero è sotto gli occhi di tutti. Basterebbe un’ antologia delle cose dette, con quotidiana cadenza, dai leader nelle ultime settimane per vedere come si calpesta il principio di non contraddizione, non a torto così caro ad Aristotele. Ma parlarne è un po’ come sparare sulla Croce Rossa. Resta in ombra il dato meno edificante ma non meno vero. Lo diremo con le parole dell’ ateniese Demostene, che certo non fu né incorruttibile né irreprensibile, ma profondo conoscitore del «mestiere di politico».

«In nessun caso sono i politici che vi rendono buoni o cattivi, ma voi loro, secondo che li vogliate di un modo o dell’ altro. Giacché non siete voi a desiderare quello che vogliono loro, ma al contrario sono le loro aspirazioni che si conformano a ciò che essi ritengono voi vogliate».
Ogni comunità - questo dice l’ antico oratore - quali che siano le forme politiche o istituzionali, ha le élite che si merita.
Luciano Canfora, Corriere della Sera, 31 gennaio 2008, pagina 45
Jan
5th
Sat
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Anassagora giunse ad Atene
che aveva da poco passati i trent’anni.
Era amico di Euripide e Pericle.
Parlava di meteore e arcobaleni.
Ne resta memoria nei libri.
Si ascolti però quel che ora va detto.
Anche la grandissima Unione Sovietica e la Cina
esistono, o l’Africa; e le radio
ogni notte ne parlano. Ma per noi, per
noi che poco da vivere ci resta,
che cosa sono l’Asia immensa, il tuono
dei popoli e i meravigliosi nomi
degli eventi, se non figure, simboli
dei desideri immutabili dolorosi? Eppure
–si ascolti ancora – i desideri immutabili
dolorosi che mordono il cuore nei sonni
e del poco da vivere che resta
fanno strazio felice, che cosa sono
se non figure, simboli, voci,
dei popoli che furono e che in noi
sono fin d’ora? E così vive ancora,
parlando con Euripide e con Pericle
di arcobaleni e meteore, il filosofo
sparito e una sera d’estate
ansioso fra capre e capanne di schiavi
entra ad Atene Anassagora.
“La condizione degli intellettuali” di Romano Luperini  Prolusione per l’apertura dell’anno accademico 2007-08 dell’Università degli studi di Siena. Citazione di una poesia inedita di Franco Fortini (“Reversibilità” in Poesie inedite,a cura di P. V. Mengaldo, Einaudi, Torino 1997, p. 27).