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Papiro di Artemidoro: per D'Alessio si tratta di un rotolo miscellaneo antico

Corriere della Sera 11 maggio 2009

 

INTERVENTI E REPLICHE

Artemidoro: le ricerche sul papiro

Nel suo articolo «Artemidoro, due prove sulla falsità» (Corriere, 29 aprile ), Luciano Canfora dà notizia di un mio contributo su L’ Indice (che anticipa un mio più ampio lavoro). Temo però che l’ articolo di Canfora e, soprattutto, il suo titolo diano un resoconto fuorviante della mia ricerca, attribuendomi conclusioni opposte rispetto a quelle da me effettivamente raggiunte.

Lungi dall’ aver fornito alcuna «prova sulla falsità» del papiro, ho infatti argomentato che, tra le teorie proposte, quella del falso ottocentesco sia di gran lunga la meno verosimile. Credo inoltre di avere dimostrato in modo cogente che la ricostruzione del papiro accettata finora (anche da chi lo ritiene un falso) sia fondamentalmente sbagliata. Il papiro da integro non si presentava come l’ inizio di un libro di una «Geografia», con «proemio», mappa e descrizione dell’ Iberia. Invece, dopo una lunga sezione perduta, l’ ordine era: carta geografica, descrizione dell’ Iberia (basata, con modifiche, su una sezione della «Geografia» di Artemidoro), disegni, e infine una autonoma «lode della Geografia». Si trattava, in altri termini, di un rotolo miscellaneo.

Canfora ha di recente addotto come indizio della falsificazione il fatto che il papiro «volesse apparire “completo”: dal proemio che spiega ab ovo cosa sia la geografia, all’ ultimo, malconcio rigo (…) con una frase evidentemente conclusiva» (Quaderni di Storia, numero 69, 2009, pag. 261).

In base allo stesso ragionamento il suo carattere miscellaneo potrebbe ora essere addotto contro l’ ipotesi della falsificazione. Se, infine, menzionavo l’ ipotesi di «un falsario più recente» era solo per scartarla. È congettura meno inverosimile di quella del falso ottocentesco ma che non presenta a mio parere alcun vantaggio rispetto a quella più ovvia e convincente: che, cioè, si tratti di un rotolo miscellaneo antico.

Giambattista D’ Alessio

King’ s College London

Apr
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Papiro di Artemidoro: convegno a Rovereto

Convegno Internazionale di studio

 

Il Papiro di Artemidoro

Rovereto, 29 e 30 aprile 2009

Accademia degli Agiati - Piazza Rosmini 5

Mercoledì 29 aprile 2009, ore 9.15

Presidenza: Peter Schreiner (Universität zu Köln)

Relazione tecnica: analisi morfologica del cosiddetto Konvolut (a cura di una équipe multidisciplinare specializzata)

Daniel Delattre (Centre National de la Recherche Scientifique, Paris)

La scrittura del cosiddetto Artemidoro

Silvia Strassi (Università di Trieste)

Osservazioni paleografiche a proposito del Papiro di Artemidoro

Intervallo

Brigitte Mondrain (Ecole Pratique des Hautes Etudes, La Sorbonne, Paris)

Sulla “scrittura impressa”

Luciano Bossina (Septuaginta-Unternehmen der Akademie der Wissenschaften zu Göttingen)

Asianesimo immaginario

ore 15.00

Presidenza: Luigi Lehnus (Università Statale di Milano)

Guido Avezzù (Università di Verona)

Filologia, scienza del concreto

Renzo Tosi (Università di Bologna)

Non asiani sed asini

Federico Condello (Università di Bologna)

Se il proemio tace: prove di traduzione su P.Artemid. I 1-II 26

Intervallo

Jürgen Hammerstaedt (Universität zu Köln)

Falso di Simonidis?

Luciano Canfora (Università di Bari)

Sarà Simonidis? Certo non può essere Artemidoro

Giovedì 30 aprile 2009, ore 9.15

Presidenza: Luciano Canfora (Università di Bari)

Franco Ferrari (Università di Salerno)

Una filosofia poco ellenistica

 

Silvia Ronchey (Università di Siena)

Riflessioni metodologiche sulla vicenda Artemidoro

Luigi Vigna, Elvira D’Amicone (Museo Egizio, Torino)

A proposito di cartonnage: papiri, stucchi e pigmenti

Giorgio Ieranò (Università di Trento)

Papiri e mass-media

Tavola rotonda

Peter Schreiner, Luigi Lehnus, Jürgen Hammerstaedt, Luciano Canfora, Maurizio Calvesi

*********

Comune di Rovereto - Servizio Biblioteca, in collaborazione con l’Accademia Roveretana degli Agiati, ha promosso il convegno internazionale di studi dedicato al Papiro di Artemidoro, così denominato poiché, secondo alcuni studiosi, contiene frammenti dell’opera Geografia realizzata dal geografo Artemidoro di Efeso (II-I secolo a.C.).

Da quando nel 2006 è stato protagonista di un’importante mostra a Palazzo Bricherasio a Torino, il Papiro di Artemidoro si trova al centro di un acceso dibattito culturale legato alla sua autenticità.

Da allora, infatti, i maggiori studiosi europei di antichità greca e romana hanno avviato una serrata polemica, condotta anche dalle pagine dei più importanti quotidiani nazionali e internazionali, per dimostrare le proprie tesi sull’autenticità o meno del reperto, adducendo numerose prove a favore di una o dell’altra posizione.

La realizzazione del convegno rientra nell’ambito delle iniziative che l’Amministrazione comunale - in collaborazione con l’Accademia Roveretana degli Agiati - promuove per valorizzare il fondo “Mario Untersteiner”. Tale fondo, costituito dalla biblioteca e dall’archivio personale di Mario Untersteiner, grecista, filologo classico, studioso del mito e storico della filosofia, è stato donato al Comune di Rovereto dalla signora Gabriella Untersteiner, figlia dell’illustre professore.

Il convegno costituisce l’occasione di presentare alla comunità scientifica internazionale questa importante donazione e, nel contempo, rappresenta una grande opportunità per gli studiosi di esporre, con chiarezza e rigore la metodologia usata dai filologi e dagli archeologi per studiare un reperto archeologico che, nel caso del Papiro di Artemidoro, affascina non solo gli addetti ai lavori, ma anche il “grande pubblico”.

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Dalla Societas emunctae naris (sic), forse non casualmente (ehm…) nell’ April fool’s day… [si ringrazia Pagina Società Cooperativa per la tempestiva segnalazione], un nuovo libello:
Artemidorus Ephesius. P.Artemid. sive Artemidorus personatus, edidit brevique commentario instruxit Societas emunctae naris, Bari, Edizioni di Pagina, aprile 2009.
INDEX

Praefatio

Quid fuerit Artemidori Geographia et quomodo eam Marcianus in epitomen reduxerit       p. 2

Siglorum conspectus, p. 6

Artemidorus personatus Col. I, p. 8 - Col. II, p. 14 - Col. III, p. 17 - Col. IV, p. 18 - Col. V, p. 24

De personati nostri usu scribendi, p. 33

Summatim dictum, p. 34

Artemidori Geographikon Liber I edidit Claudius Schiano         p.35

Appendix. Artemidori Hispania in Strabonis opere         p.49

Editiones quas adiimus             p.52

********
Nel contempo, colgo l’occasione per dar pubblicità a quest’imminente incontro, organizzato dal “mio” dipartimento pisano (relatore D’Alessio, già normalista, ospite del prof. Riccardo Di Donato):
Dipartimento di Filologia ClassicaScuola di Dottorato in Scienze dell’Antichità.Seminari di Letteratura greca e Antropologia del Mondo AnticoGiambattista D’AlessioProfessor of Greek Language and LiteratureKing’s College Londonterrà un seminario“Sul papiro di Artemidoro”Giovedì 2 Aprile 2009 ore 11Aula Peretti del Dipartimento di Filologia ClassicaVia Galvani, 1 - IV piano

Dalla Societas emunctae naris (sic), forse non casualmente (ehm…) nell’ April fool’s day… [si ringrazia Pagina Società Cooperativa per la tempestiva segnalazione], un nuovo libello:

Artemidorus Ephesius. P.Artemid. sive Artemidorus personatus, edidit brevique commentario instruxit Societas emunctae naris, Bari, Edizioni di Pagina, aprile 2009.

INDEX

  • Praefatio
  • Quid fuerit Artemidori Geographia et quomodo eam Marcianus in epitomen reduxerit       p. 2
  • Siglorum conspectus, p. 6
  • Artemidorus personatus Col. I, p. 8 - Col. II, p. 14 - Col. III, p. 17 - Col. IV, p. 18 - Col. V, p. 24
  • De personati nostri usu scribendi, p. 33
  • Summatim dictum, p. 34
  • Artemidori Geographikon Liber I edidit Claudius Schiano         p.35
  • Appendix. Artemidori Hispania in Strabonis opere         p.49
  • Editiones quas adiimus             p.52

********

Nel contempo, colgo l’occasione per dar pubblicità a quest’imminente incontro, organizzato dal “mio” dipartimento pisano (relatore D’Alessio, già normalista, ospite del prof. Riccardo Di Donato):

Dipartimento di Filologia Classica
Scuola di Dottorato in Scienze dell’Antichità.
Seminari di Letteratura greca e Antropologia del Mondo Antico

Giambattista D’Alessio
Professor of Greek Language and Literature
King’s College London


terrà un seminario
“Sul papiro di Artemidoro”

Giovedì 2 Aprile 2009 ore 11

Aula Peretti del Dipartimento di Filologia Classica
Via Galvani, 1 - IV piano

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Demistificare la democrazia: la fatica di Sisifo di Luciano Canfora

Corriere della Sera 8 marzo 2009
Lo studioso dell’antichità affronta il rapporto tra politica, consenso e poteri forti. Con alcune conclusioni sorprendenti
Il fascino del buon tiranno
La tesi del nuovo saggio di Luciano Canfora. Ma le democrazie sanno correggersi

Sergio Romano

Il ragionamento è questo: possono esistere dittatori positivi che hanno brutalmente guidato i loro Paesi verso straordinari progressi civili

Il lettore si è probabilmente accorto che Luciano Canfora, come certi personaggi delle commedie di Luigi Pirandello, è la somma di due personalità alquanto diverse. Esiste il Canfora n. 1, studioso dell’antichità classica, storico di Cesare e di Tucidide, autore di una fortunata Storia della letteratura greca,
protagonista di un memorabile duello filologico sull’autenticità del papiro di Artemidoro. Ed esiste il Canfora n. 2, comunista impenitente, estimatore critico di Stalin, autore di saggi e pamphlet sull’attualità politica e su alcuni snodi cruciali della storia del Novecento.


Fra questi due volti di una stessa persona esiste tuttavia un rapporto. Canfora è convinto che l’antichità greca e romana contenga tutti gli archetipi della politica europea e fornisca agli osservatori dell’attualità gli strumenti necessari a comprendere ciò che accade oggi.

Nel suo ultimo libro ( La natura del potere, appena edito da Laterza) questo corto circuito fra passato e presente concerne soprattutto il tiranno, vale a dire l’uomo politico che ha maggiormente rappresentato, nella storia del pensiero liberale, democratico e repubblicano, la personificazione del male. Canfora parla dei tiranni greci, naturalmente, ma il suo pensiero attraversa rapidamente i secoli per includere nel suo radar i «tiranni» dell’età moderna e contemporanea, da Napoleone a Hitler, da Mussolini a Stalin. Tutti egualmente pericolosi e detestabili? Questo è il punto del libro di Canfora in cui la materia diventa scottante e il suo giudizio più controverso. Proverò a riassumere la sua tesi con le mie parole e qualche inevitabile deformazione personale.


Attenzione, sembra dire Canfora. Prima di condannare la tirannia, chiediamoci piuttosto se la democrazia abbia il diritto di rappresentare se stessa come un sistema libero e virtuoso. Ogni Stato è fondato sulla forza ed è, come disse Gramsci dopo la morte di Lenin, «dittatura». Nelle democrazie esiste un palcoscenico per gli sciocchi, dove vanno in scena le pantomime della libertà e i riflettori sono tanto più accecanti quanto maggiore è l’ombra di cui i «poteri forti» hanno bisogno per tirare i fili delle loro marionette. Gli elettori partecipano a un gioco in cui il pendolo oscilla fra due varianti di una stessa finzione e in cui lo scopo inconfessato di tanta suggestiva mobilitazione civile è quello di «cambiare per non cambiare». È tipico, osserva Canfora, il caso degli Stati Uniti dove il candidato alla presidenza sceglie un vicepresidente di tendenze politiche diverse dalle sue, buono per acchiappare i voti che potrebbero sfuggirgli. Lo stesso potrebbe dirsi naturalmente delle coalizioni che vengono allestite, dopo la liturgia delle libere elezioni, nella maggior parte delle democrazie parlamentari europee.


Il vero potere è altrove ed è nelle mani di piccole minoranze motivate da particolari interessi. Come osserva Ugo Spirito, allievo di Giovanni Gentile, in un libro intitolato Critica della democrazia, «esistono tanti tipi di regimi democratici quanti sono i tipi di minoranze capaci di guidare le maggioranze»: democrazie plutocratiche, democrazie militari, democrazie sindacalistiche eccetera. Canfora è d’accordo e aggiunge alla lista un tipo, inventato in anni recenti nel laboratorio italiano. È la democrazia in cui il potere si propone di trasformare il cittadino in consumatore, di creare «il suddito consumatore-arrampicatore frustrato, invano proteso a desiderare e a mimare modelli di vita inarrivabili che finiscono col costituire la totalità delle sue aspirazioni». Se ho ben compreso il pensiero di Canfora, l’Italia presenterebbe quindi la caratteristica di avere abolito la distinzione fra potere visibile e potere occulto. Silvio Berlusconi sarebbe contemporaneamente presidente del Consiglio dei ministri e del «consiglio d’amministrazione» dove si decidono, dietro le quinte, i destini del Paese.


Di fronte a queste pseudo democrazie i tiranni possono presentare qualche vantaggio. Non sono, come ricorda Canfora, personaggi isolati e mostruosi proiettati al vertice dello Stato soltanto da una irrefrenabile energia individuale. Sono l’espressione di una élite che li circonda, li sostiene, ma può anche usarli e gettarli per collocare al loro posto un nuovo «amministratore delegato». Il tirannicidio, scrive Canfora, è inutile, forse controproducente. Se il tiranno è rappresentativo di interessi importanti, la sua eliminazione fisica può addirittura provocare il rafforzamento del sistema. Possono esistere quindi — è questa, mi sembra, la tesi centrale del libro di Canfora — tiranni positivi che hanno brutalmente guidato i loro Paesi verso straordinari progressi civili. L’esempio preferito dall’autore è Stalin sino alla fine della Seconda guerra mondiale. I guai cominciarono dopo, quando Stalin divenne «anacronistico» e i suoi successori non seppero adattare il sistema a nuove esigenze e circostanze.


Come sempre, gli argomenti di Canfora sono seducenti. Anch’io vedo i vizi e le finzioni della democrazia parlamentare. Anch’io credo che un sistema autoritario (è il caso della Cina) possa essere in alcuni momenti più benefico, efficace e giusto di una democrazia caotica. Ma non credo, a differenza di Canfora, nell’onnipotenza dei «poteri forti», soprattutto quando rappresentano i capitali finanziari. Questi poteri sono una combinazione di interessi contraddittori e molto spesso incapaci di guardare al di là del loro naso.
Auguro molti lettori a questo libro e in particolare una seconda edizione, a cui Canfora dovrà aggiungere un capitolo sulla bancarotta morale e civile del capitalismo finanziario americano. Potrebbe giungere alla conclusione che esiste fra le democrazie e le tirannie una sostanziale differenza. Le democrazie riescono qualche volta a correggere i loro errori, le tirannie quasi mai.

******

Dal sito della Laterza, ecco l’introduzione di Canfora:

Entriamo in argomento
L’idea che ‘il potere’ stia, da qualche parte, remoto, invisibile, inattingibile ma influentissimo, e quella, opposta, secondo cui esso è, invece, incarnato dai quotidianamente visibili e imperversanti ‘potenti’ (che ogni giorno ci ricordano, o forse ci rinfacciano, di averli eletti) hanno, ancorché contrastanti, entrambe larga diffusione. E curiosamente vengono fatte proprie, non di rado, dalle medesime persone, magari in momenti diversi ma neanche tanto distanti. Curiosa ma indicativa oscillazione tra diagnosi opposte, eppur credute entrambe vere.

Il reiterato rito elettorale può essere considerato, in questa ricerca, un buon indicatore. Nei paesi dove si reca alle urne non più che la metà del corpo elettorale (gli Stati Uniti d’America) o anche meno della metà (Confederazione elvetica) sembra che prevalga la prima diagnosi. Si può arguire, infatti, che una così massiccia sfiducia nello strumento elettorale nasca, in paesi così acculturati, dalla maturata convinzione che vano sia, e nella sostanza inefficace, il voto, l’armamentario elettorale, in quanto il vero potere sarebbe altrove, alieno dall’esporsi al suffragio degli elettori (preferendo, come disse anni addietro un autorevole banchiere, il «suffragio dei mercati»). Nei paesi dove, al contrario, le percentuali dei votanti sono altissime (ma meglio sarebbe dire, ‘sono state’), vigoreggia, a quanto pare, il convincimento contrario. E in effetti, nei paesi dove ancora gli schieramenti in lotta dicono di propugnare concezioni contrapposte intorno all’assetto economico-sociale, le percentuali dei votanti continuano a essere tra le più elevate. Dove invece lo sforzo oratorio del personale politico è volto a proclamare la fine delle contrapposizioni basilari e la sostanziale concordia sulle ‘questioni decisive’, la voglia di votare diminuisce e l’assenteismo aumenta vistosamente. La crescente convinzione, tra i cittadini, dell’irrilevanza dell’esito elettorale potrebbe dunque discendere dalla convinzione che il personale eletto, quale che sia, non introdurrebbe cambiamenti; potrebbe cioè avere come presupposto – più o meno consapevole – che il potere stia altrove, al riparo dalle increspature quotidiane e rumorose della ‘politica’. A una diagnosi del genere si può giungere in base a ragionamenti e a studi, ovvero istintivamente, sospinti dalla empirica delusione della quotidianità. Difficile credere infatti che l’enorme massa dei non-votanti, per esempio negli Stati Uniti d’America, approdi a tale scelta perché capillarmente influenzata dalla assidua frequentazione del pensiero ‘elitistico’, pensiero che – come si sa – pone l’accento sul sostanziale potere di élites non esposte al logoramento elettorale. È preferibile pensare, piuttosto, che gruppi intellettuali o comunque bene acculturati, per un verso, e, per l’altro, masse che nemmeno si pongono il problema di andare a ritirare il certificato elettorale (in Usa esso non raggiunge l’elettore ma dev’essere raggiunto) si mescolino e si intreccino. Sintomatico in tal senso un passaggio di un celebre film di successo (Frantic di Roman Polanski, 1988), dove il protagonista, professore universitario statunitense in trasferta a Parigi per un congresso scientifico, rivolgendosi all’ambasciata del suo paese onde tentare di far luce sul rapimento della propria consorte, dichiara come credenziale positiva, al funzionario d’ambasciata: «Noi non andiamo neanche a votare!».

Ovviamente c’è anche l’altra parte del paese – e in questo caso si tratta del paese forse più nevralgico dell’intero pianeta – che si mobilita e ‘crede’: crede di imprimere un indirizzo al ‘potere’ cambiando (o confermando) gli uomini ‘visibili’. Ma si tratta pur sempre di minoranze, minoranze attive e politicizzate, messe in moto da macchine di partito: e soprattutto attente al dosaggio paralizzante tra conservazione e cambiamento. Lo si è visto ancora di recente. Un candidato-presidente che eccita entusiasmo deve essere controbilanciato, se vuol vincere, da un vice-candidato alquanto conservatore al fine, si dice, di rassicurare gli elettori moderati. Il che porta a concludere che chi eccita entusiasmo, e chiede consenso, lo chiede, al tempo stesso, per cambiare e per non cambiare. Insomma, anche da esperienze a prima vista di segno contrario sembra venir fuori una indiretta conferma della diffusa consapevolezza che il potere è altrove e che soprattutto a questo ‘altrove’, in ultima istanza, giovani o non giovani, spigliati o compassati, si debba dar conto.

Concordano in tal senso due scrittori politici molto diversi, che scrivono a distanza di trent’anni l’uno dall’altro in momenti storici molto significativi: l’uno, Benjamin Constant, all’indomani della chiusura – all’apparenza fallimentare e in perdita – del ciclo Rivoluzione-Impero, di cui egli stesso era stato disinvoltamente partecipe; l’altro, Karl Marx, alla vigilia della nuova deflagrazione rivoluzionaria, quella del 1848. L’uno nel momento in cui più si fa strada, ed è considerata senso comune, anche tra chi ne fu parte, la ‘nausea’ per la ‘rivoluzione’; l’altro nel momento, non breve, in cui la urgente necessità di cambiare assillava, o almeno lambiva, persino la testa coronata del pontefice romano.

Scrive infatti Constant nel celebre discorso all’Athénée Royal di Parigi (1819) sulla libertà dei moderni contrapposta a quella degli ‘antichi’, a significare l’inutilità, oltre che nocività, di ogni tentativo di intaccare il potere: «Il denaro sarebbe l’arma più pericolosa del dispotismo, secondo un autore francese. Ma – obietta – è in pari tempo il suo freno più efficace». Quindi precisa meglio l’oggetto della sua riflessione e dal generico «denaro» passa al più pertinente «crédit», cioè il potere bancario. E subito formula una osservazione assai pertinente e moderna sulle dinamiche economiche: «le crédit est soumis à l’opinion». Come dire: c’è un elemento fondamentale, non economico, del potere bancario, ed è la credibilità, la convinzione diffusa della affidabilità, aspetto non secondario del potere. Segue la sintesi ancora più efficace: «la forza è inutile, il denaro si nasconde o fugge [se cache ou s’enfuit]». E se – incalza Constant – nelle realtà politico-statali antiche «i governi erano più forti dei privati» (peraltro poche pagine prima aveva elogiato la ‘modernità’ di Atene a causa del fenomeno della fuga dei capitali durante la guerra contro Sparta), «oggi dovunque i privati sono più forti del potere politico». Dopo di che il pensatore simbolo del liberalismo si lascia andare a una sorta di inno alla ricchezza, che non manca di un qualche lirismo: «La ricchezza è una forza [puissance] più disponibile ad ogni istante, più applicabile ad ogni genere di interessi, e perciò di gran lunga più reale [bien plus réelle: s’intende del potere politico]». E soggiunge: «e meglio obbedita!». Infatti, spiega: «il potere minaccia, la ricchezza ricompensa; si sfugge al potere ingannandolo, per ottenere i favori della ricchezza invece bisogna servirla [sic: il faut la servir]». E conclude: «Celle-ci doit l’emporter», «È la ricchezza che deve avere la meglio». Un vero parlar chiaro.

Nel primo capitolo del Manifesto del partito comunista, scritto, insieme con Engels, nei primi del 1848, Marx, avanti di lanciarsi in una straordinaria esaltazione del «ruolo rivoluzionario» svolto «nella storia» dalla «borghesia» (e per «borghesia», chiosava Engels in una nota all’edizione inglese del 1888, si deve intendere «la classe dei moderni proprietari dei mezzi sociali di produzione») riassume in breve il cammino che ha portato la «borghesia» da «terzo stato con obblighi fiscali sotto la monarchia» a ceto dominante. E approda alla famosissima formula: «Il potere politico dello Stato moderno [die moderne Staatsgewalt] è soltanto un comitato che amministra gli affari della classe borghese nel suo complesso». La formula è combattiva e prelude, in certo senso, alle misure – indicate poco dopo – da attuarsi con la imminente (nella illusione dei due autori) presa del potere da parte del «proletariato». Misure che essi definiscono «interventi dispotici contro il diritto di proprietà» e miranti, attraverso la conquistata «supremazia politica», a «strappare alla borghesia tutto il capitale». Per i «paesi più progrediti» i due elencano dieci misure da attuarsi subito: la prima è l’«espropriazione della proprietà fondiaria», la seconda è l’«imposta fortemente progressiva», la terza l’eliminazione del diritto di eredità, segue la «centralizzazione del credito mediante una banca nazionale con monopolio esclusivo» e solo al settimo posto finalmente viene previsto l’«aumento delle fabbriche nazionali» (dunque non ancora la abolizione dell’industria privata bensì il suo ridimensionamento grazie alla creazione di un concorrente reputato irresistibile, cioè le aziende statali). Tutto ciò è, beninteso, un primo passo («in un primo tempo»), poi si intravede, in fondo alla strada, l’abrogazione delle classi, «il libero sviluppo di ciascuno» etc. Ma per tenerci a quello che i due autori credevano fosse l’‘oggi’ o l’immediato ‘domani’, importa rilevare che la diagnosi di partenza è che il potere sta nelle mani dei ‘padroni del vapore’ – per dirla con Ernesto Rossi – e che però solo con l’attuazione drastica di «interventi dispotici contro il diritto di proprietà» tale potere passerà alla nuova classe dominante.

La quale – ciò è reputato dagli autori quasi un dato ovvio e scontato – conquisterà il potere politico per attuare tale programma grazie al «suffragio universale», o, come essi dicono, con la «conquista della democrazia» (la frase ricorre subito prima dell’elenco delle dieci misure urgenti). E il teorema si salda con una definizione conclusiva: «il potere politico in senso proprio è il potere organizzato di una classe in vista dell’oppressione di un’altra» (fine del capitolo II).

Ma qualcosa non ha funzionato. Il suffragio universale, alla fine conquistato (dove prima, dove poi, in Italia dopo quasi tutti) ha più e più volte deluso chi lo aveva propugnato, ha mancato i previsti effetti che si sono ora ricordati. Le urne sono divenute – al contrario – lo strumento di legittimazione di equilibri, di ceti, di personale politico quasi immutabile, non importa quanto diversificato e come diviso al proprio interno.

Chi però, retrospettivamente, riconsideri i 160 anni di storia che ci separano dal 1848, non può non rilevare il ciclico riaffacciarsi, quasi a ogni tornante, quasi a ogni «dura lezione della storia», della domanda: e se il vero potere fosse altrove? Non a caso ritorna con forza la formula del ‘doppio Stato’. E se avesse detto crudamente il vero il già bonapartista, poi liberale, Constant? O la compenetrazione tra le due sfere – potere visibile e potere remoto – trova alla fine il suo (imprevisto) inveramento nella pervasiva corruzione della politica, sospinta gagliardamente sul terreno ‘affaristico’? Ma è poi fenomeno sì nuovo?

Di questo, caro lettore, vorremmo discorrere nelle pagine che seguono.

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Andreae sull'autenticità del papiro "di Artemidoro": botta e risposta con Canfora

Repubblica, 6 gennaio 2009

Un nuovo saggio di Settis sul papiro che ha sollevato un´accesa discussione

Come un romanzo

La guerra di Artemidoro

BERNARD ANDREAE*

(trad. di Paola Sorge)

*L´autore è studioso di archeologia, direttore dell´Istituto Germanico di Roma dal 1984 al 1996

 

“Se si assume la tesi del falso, molti problemi rimangono insoluti: i suoi sostenitori dovevano essere più cauti”

Ci sono sempre due fazioni avverse: una pro e una contro. Se si vuole arrivare ad avere un giudizio personale è importante vagliare gli argomenti di entrambi. Quando si tratta di una materia assolutamente sorprendente ma in qualche modo non sconosciuta, la disputa diventa particolarmente appassionante.

Nel 2004 la Fondazione per l´Arte della Compagnia di San Paolo ha acquisito un papiro conosciuto già da tempo e lo ha ceduto al più importante Museo Egizio d´Italia, quello di Torino. È un papiro in cui si trova non solo un testo destinato, come di solito succede, agli specialisti, ma anche una serie di immagini.

Immagini che catturano chiunque. Non si conoscevano sinora disegni del genere in questa quantità risalenti a un´epoca così remota. Il testo è costituito da un brano tratto dalla descrizione della terra di Artemidoro di Efeso risalente al 100 a. C. che sembrava andato perduto, a parte qualche rara citazione di altri autori.

Si tratta di un lungo brano del secondo libro riguardante la Spagna. I disegni non raffigurano solo la semplice carta geografica della penisola iberica che viene descritta nel testo: qui si trovano parecchi altri schizzi che con la Spagna non hanno niente a che fare. In realtà i rotoli dei papiri erano così costosi che venivano riutilizzati più volte per annotazioni o persino, come qui, per disegni. In questo caso straordinario, sono accuratamente disegnati sia animali di tutte le specie, sia teste, mani, piedi di figure umane con contorni netti e tratti plastici che raffigurano capelli, barbe, fronte, occhi e bocca con tanto di chiaroscuri. A prima vista si pensa di avere davanti comuni esercitazioni fatte da allievi di disegno ben dotati. Se si trattasse di uno studio del Rinascimento, non ci sarebbe certo da meravigliarsi. Ma questi disegni con i loro chiaroscuri si trovano in un rotolo di papiro egiziano, ossia in quello che per l´antichità era l´equivalente di un libro di oggi. La scoperta dunque si fa terribilmente eccitante.

Stiamo parlando del papiro di Artemidoro che è stato appena pubblicato in una preziosa edizione, che ha destato un nuovo, vivo interesse. Dato che non si conoscevano reperti di questa natura risalenti all´antichità classica, si può anche pensare a un falso. In particolare il noto filologo Luciano Canfora ha sostenuto acutamente, con tesi da detective che si leggono come un giallo, che il papiro doveva essere un falso. Ha cercato persino di trovare il nome del falsificatore. Ciò chiama in causa gli archeologi che sono in grado di stabilire che questo papiro con le sue cosiddette stampigliature, ossia con le lettere rovesciate impresse sulla pagina di fronte a causa dell´umidità della sabbia dove era rimasto, non può essere stato assolutamente falsificato.

In particolar modo si è sentito chiamato in causa il direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, Salvatore Settis, ben noto ai lettori di Repubblica. È uno dei più stimati archeologi contemporanei e ha collaborato all´edizione del papiro di Artemidoro come autorevole archeologo. Se i suoi avversari, prima di diffondere nel mondo intero la loro teoria della falsificazione, avessero aspettato questa edizione monumentale, sarebbero stati forse più cauti. In effetti, se si prende in considerazione la tesi del falso, molti problemi restano insoluti. Dato che questa edizione, costosa e altamente scientifica, non può contare su una larga diffusione e che però oggigiorno esiste un notevole interesse da parte del pubblico, Settis ha scritto ora un saggio di 120 pagine con la riproduzione di tutti i disegni importanti, a un prezzo accessibile a tutte le tasche (Artemidoro. Un papiro dal I secolo al XXI, Einaudi, pagg. 124, euro 26). Un saggio che si legge come un romanzo e che risponde a tutte le esigenze scientifiche; giocano a favore dell´autore le sue doti letterarie già evidenti in numerosi libri tradotti in diverse lingue. È un vero piacere leggere queste frasi appropriate, costruite con chiarezza, e lasciarsi trasportare dai pensieri stimolanti in un mondo così lontano eppure umanamente così vicino.

Il cristianesimo, è vero, ha spento l´interesse, condannato come pagano, per la cultura e la letteratura dell´antichità classica, ma sorprendentemente furono proprio i monasteri cristiani a copiare i testi classici e a conservare nelle loro biblioteche i capolavori letterari e scientifici del mondo antico. Furono soprattutto gli studiosi italiani del Rinascimento a rintracciarli e a pubblicarli. Settis conduce il lettore su una strada che alla fine ha portato gli studiosi anche nei monasteri egiziani. Dall´Egitto, probabilmente da Alessandria, proviene anche il papiro di Artemidoro accartocciato con altri fogli. La carta serviva infatti come imbottitura per una mummia. Un rotolo di papiro è costituito da fogli pressati fatti di strisce sovrapposte orizzontalmente e verticalmente ricavate dal midollo dei gambi della pianta di papiro, che vengono incollate l´una all´altra. La pagina su cui le fibre sono orizzontali è la parte interna più liscia del rotolo su cui si può scrivere più facilmente, mentre sul retro del papiro di Artemidoro, che per le sue fibre verticali è un po´ più sconnesso, non fu scritto niente. Dunque questa parte offriva molto spazio per schizzi di animali di tutte le specie, sia veri che fantastici.

All´inizio e alla fine di un rotolo di norma rimaneva libera una larga striscia, che si arrotolava per poter tenere meglio il papiro. Altri spazi vuoti si trovano fra le singole colonne del testo: questi spazi non scritti del papiro furono utilizzati verso la metà del I secolo d. C. per studi di teste, mani e piedi. Questi dei, eroi, filosofi, guardano l´osservatore con aria di sfida. Questo è l´aspetto eccezionale del reperto, che è da considerarsi come il più significativo fra quelli rinvenuti in tempi recenti. Ci insegna infatti come gli artisti romani riuscirono con pazienti esercitazioni a tener viva l´arte classica e a dimostrare che la loro creatività era all´altezza dei modelli dell´arte greca. Il papiro infine ci dà una rappresentazione viva di ciò che Petronio verso il 60 d. C. consigliava, con un apparente paradosso, a un artista esordiente che si voleva affrancare dallo stile dell´arte greca: la doveva imitare.

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la Repubblica mercoledì 7 gennaio 2009

“Caro Andreae quel papiro l’ho studiato a fondo”

LUCIANO CANFORA

Caro direttore, ho molto apprez­zato l’intervento, così ricco di spunti positivi e apertu­re problematiche, che un grande esponente dell’archeologia classi­ca come Bernard Andreae ha dedicato ieri al­la ormai pluriennale “questione” Artemidoro, cui Repubblica de­dicò lo scorso 11 giugno un importante interven­to di Anna Ottani.

Mi è molto piaciuto, tra l’al­tro, il riferimento che egli fa ai filosofi effigiati sul papiro: penso anch’io che un paio di quei volti siano una celebre cop­pia filosofica. Né passa inosservata l’osserva­zione sua preliminare: “si può anche pensare ad un falso”. Sulle molte ragioni che militano in tal senso ho scritto altrove. Qui mi preme soltanto una rettifica alle parole con cui Andreae garba­tamente mi rimprovera di aver argomentato l’i­potesi del falso senza at­tendere l’edizione. Que­sto non appare propria­mente esatto. Il fulcro della nostra dimostra-zione è stata l’analisi del­la colonna IV del testo.

Ebbene, tale cruciale colonna, su cui si basa tutto l’edificio, era stata già due volte edita dagli stessi che hanno poi da­to vita alla grossa edi­zione milanese. Noi ab­biamo dunque lavorato sin dal principio sul soli­do terreno apprestato dagli editori medesimi, dedicando successiva­mente un’amplissima recensione al loro mag­gior lavoro. Sicuramen­te non soffriamo di im­pazienza.

Dec
23rd
Tue
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Autenticità del Papiro di Artemidoro: tempi supplementari

Corriere della Sera, 22 dicembre 2008
Dispute Un supplemento all’ opera in inglese che il filologo ha dedicato al controverso papiro

Canfora, ultime prove sul falso Artemidoro

Dino Messina

Nemico del luogo comune, Luciano Canfora ci ha sempre bonariamente criticato quando abbiamo usato il termine “giallo” per definire l’ appassionante disputa sull’ autenticità del papiro di Artemidoro. Eppure a conclusione del recente supplemento alla sua opera in inglese The True History of the So-called Artemidorus Papyrus (Edizioni di Pagina, € 18), il filologo che per primo ha ipotizzato la possibile attribuzione del singolare manufatto al falsario ottocentesco Costantino Simonidis, cita il giallista Conan Doyle. Lo scrittore scozzese fa dire infatti al suo Sherlock Holmes: «Eliminati tutti gli altri fattori, quello che rimane dev’ essere la verità». Un modo elegante per dichiarare conclusa la partita, in cui il falsario greco Simonidis si presenta come il vincitore sicuro.

A questa conclusione Canfora giunge attraverso prove e ipotesi di diverso tipo. Innanzitutto filologiche. Perché lo studioso nel capitolo iniziale a questo «Supplement» non solo dimostra che i primi quattordici righi della colonna IV corrispondono quasi completamente all’ epitome di Artemidoro fatta da Marciano. Un riassunto insomma del quarto secolo che nella versione del cosiddetto papiro di Artemidoro contiene correzioni apportate da vari studiosi tra il XVII e il XIX secolo. Non solo: nel papiro compaiono anche citazioni da altre opere di Marciano, così come un errore geografico di Tolomeo.

Come spiegare però i risultati della prova al carbonio che hanno datato il papiro tra il primo secolo avanti Cristo e il primo dopo Cristo? Secondo Canfora è la prova della falsità: solo una mano moderna poteva usare un vecchio manufatto per copiare contenuto più recente.

Questo supplemento si avvale del contributo di altri due specialisti. Il francese Daniel Delattre sottolinea le somiglianze tra l’ alfabeto del Papiro di Artemidoro e le trascrizioni moderne del Papiro di Ercolano, concludendo che probabilmente il primo manufatto è «la creazione di un falsario». Mentre Luigi Vigna si interroga sul perché anche nell’ edizione critica non si sia dato conto delle fasi di restauro che dal misterioso «Konvolut» hanno portato al Papiro così come noi lo conosciamo.

Dec
2nd
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Tigre contro Tigre. Canfora su Settis, "Artemidoro. Un papiro dal I secolo al XXI"

Corriere della Sera 2 dicembre 2008

Il dibattito - Pochi mesi dopo l’edizione critica, Salvatore Settis torna sul controverso manoscritto

Artemidoro e «il tigre»: così nel papiro spuntò uno strano francesismo

Luciano Canfora

Georges Clemenceau divenne capo del governo francese il 16 novembre 1917. La guerra andava piuttosto male per l’Intesa, dopo la vittoria tedesca sul fronte orientale. Ci voleva un uomo di spietata capacità operativa, e tale fu il settantaseienne leader radical-socialista assurto al vertice nel momento del pericolo. Per i suoi aspri modi, fu popolarmente detto «le tigre ». Infatti «tigre » nella lingua francese è di genere maschile, come del resto maschile è la morte in tedesco e in greco. In Italia, specie dopo Caporetto, lo stile Clemenceau suscitava ammirazione. Il nomignolo tributatogli dai francesi fu subito adottato dalla nostra stampa e tradotto, col proposito di renderlo più intimorente, al maschile: «il tigre». Forma insolita nella nostra lingua, dove è più frequente «tigrotto» e più raro, invece, il femminile «tigretta». In greco antico l’unica forma è tigris, sia femminile che maschile; d’altra parte la radice, avestica, è tigri. Nel greco medievale la situazione non cambia, mentre nel greco moderno si ha tigris per il maschile e tigri per il femminile.

Ecco perché ha fatto scalpore trovare sul verso del cosiddetto «papiro di Artemidoro » (ma il vero Artemidoro non c’entra) il disegno di una maestosa tigre rampante, ritta su di un supporto roccioso e denominata, da un’imbarazzante didascalia, tigros. Una novità assoluta, quasi un francesismo.

Nell’edizione Led del cosiddetto Artemidoro (a cura di Kramer-Gallazzi- Settis-Cassio-Soldati-Adornato) veniva prospettato, con movenze stilistiche solenni, che potesse trattarsi «verosimilmente» di «uno sbaglio dell’estensore » (sic) più che di una «forma eteroclita dell’usuale tigris ». Fortuna che non è stata sfoderata, anche per il tigre, la spericolata àncora di salvezza dei «nomi di origine popolare» o, a piacer vostro, «locale», che spesseggia nel tomo Led ogni qualvolta una didascalia crea imbarazzo.

Ad ogni modo, questa trovata relativa al tigre non figura più nel recentissimo volume einaudiano Artemidoro. Un papiro dal I secolo al XXI, di cui qui brevemente diremo. Il volume sembra destinato a mandare in soffitta l’edizione Led, uscita appena nello scorso marzo e già offerta, ad un pubblico selezionato, a metà prezzo. Riprendendo la conferenza pronunciata a Berlino al cospetto della prima copia dell’edizione Led, Salvatore Settis ha infatti dato vita ad una sorta di epitome di quanto già si leggeva nelle 630 pagine della citata edizione Led: memore forse del peso che le epitomi hanno avuto nella storia del vero Artemidoro.

L’epitome è un genere letterario minore, ma dignitoso e altruista. Marciano, ad esempio, nel fare dopo cinque secoli l’epitome di Artemidoro, addirittura annullò se stesso, e fece circolare l’epitome senz’altro sotto il nome di Artemidoro. (Nel caso einaudiano, invece, sembra essere accaduto il contrario). L’epitome è anche un genere che non impone l’aggiornamento: deve rispecchiare il già detto. Ecco perché qui, nel novissimo volumetto einaudiano, non ci si è presi la briga di discutere quanto è stato scritto prima, durante e dopo l’edizione Led, sullo stesso argomento. C’è solo un elenco di titoli nel Post-scriptum. Meno male: così, almeno, il lettore può andarsi comunque ad informare su come stanno realmente le cose.

Rarissime le innovazioni rispetto al tomo di marzo: vediamo di che si tratta. Per tamponare il disastro rappresentato dal toponimo Obleuion (colonna V) era stata suscitata in luglio, su di un quotidiano, l’ipotesi che tale toponimo fosse nientemeno che «celtico». Si sa quanto si può cavare dai sostrati, specie se celtici. La trovata viene ora accolta nel novissimo volume einaudiano, e propinata in modo personale: avremmo, nel papiro, che tutto sommato è scritto in greco, «la forma latina del nome celtico (Oblivio) ». L’idea è fantastica. I Celti, forse una pattuglia post-hallstattiana spintasi verso nord, avevano creato il toponimo Obleuion; i Romani lo imitarono e, vedi fortuna, imbroccarono, ciò facendo, una parola latina, oblivio, che peraltro aveva una sua propria autosufficiente origine (radice lei, che si ritrova in lino/levis etc.). Un vero miracolo. Più saggiamente Bärbel e Johannes Kramer scrivevano, neanche dodici mesi fa, che Obleuion «no es otro que la grafia griega de la palabra latina» ( Memorias de Clio, n. 5, 2007, p. 86).

Un’altra innovazione è, alla pagina 13, la foto di un grosso pezzo del papiro, addotto a testimoniare «le fasi dello smontaggio». Il bello è che quella foto, con altre quattro o cinque, la posseggo anch’io: mi giunse da un papirologo che la ebbe quando il cosiddetto Artemidoro giaceva, in grossi pezzi già distesi, in un box fuori Basilea in attesa di compratori. Ricordiamo che alcuni mesi addietro si parlava di almeno cinquanta piccoli frammenti risultati dallo smontaggio della «maschera» e sapientemente ricomposti col sudore della fronte. Come potrebbe lo smontaggio della «maschera» aver prodotto un pezzo così grande e in così buone condizioni? Il problema è che quanto scritto da Luigi Vigna sui Quaderni di storia (n. 68) e poi sul Giornale dell’arte di novembre in merito al totale silenzio degli editori sulle fasi di smontaggio dell’ex maschera funeraria da cui sarebbe sbucato fuori il cosiddetto Artemidoro costituisce un serissimo problema. È questo che induce a cercare rimedi peggiori del male.

Inutile dire che l’insormontabile inconciliabilità, da tempo e reiteratamente segnalata, tra la colonna IV del cosiddetto Artemidoro ed il già noto frammento 21 sussiste più che mai. Infatti nella colonna IV si legge, in contrasto con la realtà storica, che la provincia romana detta Spagna Ulteriore comprenderebbe (nell’anno 100 a.C.!) «tutta quanta la Lusitania», mentre invece, ben più correttamente, nel frammento si legge che quella provincia «si estende fino alla Lusitania». A lungo Kramer-Gallazzi-Settis sostennero che i due testi sono identici; ora invece riconoscono che sono diversi (deo gratias) e che però, proprio perciò, il papiro può indisturbatamente essere Artemidoro mentre si deve ammettere (evviva) che il frammento è Marciano. Piroetta tragica. In questo modo finisce che l’autore dice una sciocchezza, mentre chi lo riassume dice il giusto. L’escamotage supremo, consistente nel dire che lì «Lusitania» è detto in senso «non amministrativo», è rovinoso, giacché la nozione «non amministrativa » ma geografica di Lusitania è molto più vasta, e di conseguenza l’inclusione di «tutta quanta la Lusitania» nella provincia romana già nel 100 a.C. diventa più che mai un’insostenibile assurdità.

Maas diceva che basta un solo argomento, purché forte. Noi non vorremmo essere così severi. Ci limitiamo a dire che l’eroica e vana difesa dell’«autenticità» del cosiddetto Artemidoro sta diventando un genere letterario. E questo parla da sé: per un papiro appena nato è proprio una sorte ria.

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Il libro

Nel volume «Artemidoro. Un papiro dal I secolo al XXI (Einaudi)» Salvatore Settis ripropone, con alcuni ritocchi, la conferenza tenuta a Berlino il 12 marzo scorso alla presentazione dell’edizione critica del Papiro

L’autore

Salvatore Settis, docente di storia dell’arte e dell’archeologia classica, è direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa

Nov
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I disegnatori di Artemidoro

Salvatore Settis replica a Canfora (cfr. il recente aggiornamento del pamphlet inglese di Canfora in proposito) sul Papiro di Artemidoro: è in uscita presso Einaudi Artemidoro. Un papiro dal I secolo al XXI. Ultimi echi dell’ormai prolungata querelle sul Tirreno di ieri, qui. Settis, i Disegnatori Di Artemidoro

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Professor Canfora, si arriverà mai alla «pistola fumante», a trovare la prova che il papiro è un falso?

«Non è escluso che tra le carte di Simonidis, che stiamo studiando e che il falsario ha disseminato nel corso delle sue varie peregrinazioni, si trovi prima o poi la “prova delle prove”. Nel frattempo si sono avute molte novità, dal 2006 a oggi. Un bravo restauratore di papiri del Museo Egizio di Torino, un cui studio è sul numero in uscita del “Giornale dell’Arte”, mostra con buoni argomenti che i disegni che hanno fatto lievitare a dismisura il prezzo di vendita del papiro, e la cosiddetta “scrittura impressa” che vi è stata riscontrata sono frutto di un procedimento litografico. Siamo quindi in pieno Ottocento, e la scoperta conforta le confutazioni su base letteraria e linguistica da cui siamo partiti. Senza contare che, come si è scoperto di recente, l’inizio del testo di questo papiro è la traduzione libera della prefazione di un libro tedesco dell’Ottocento uscito in Germania nel 1817».
— (dal Corriere di Como, 12/11/2008, intervista di l.m., a margine di un incontro organozzato dal circolo transfrontaliero “Cultura Insieme”)

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