E’ la notizia del giorno: Repubblica apre i propri archivi al pubblico (dal 1984 ad oggi; il Corriere, già lo faceva, ma “solo” dal 1992).
Probabilmente, però, l’operazione di digitalizzazione non è andata esente da errori: si veda la chiusa di quest’articolo di 21 anni or sono (la scelta dell’autore, Beniamino Placido, per la mia prova di ricerca non è casuale: era una delle mie letture preferite da liceale - sì, perché all’epoca dell’articolo, appunto, io dovevo ancora compiere 15 anni…), da cui traggo il titolo del post (con buona pace di ottativi e ipotetiche!).
********
LA FARFALLA LATINISTA
Repubblica — 25 aprile 1987 pagina 28 sezione: CULTURA
STA per nascere una nuova Associazione culturale. Ne sono in parte responsabile. Desidero darne notizia. Descriverne le finalità. Raccontare com’ è venuta l’ idea. Si tratta dell’ Associazione Antichisti di Ritorno. Se questa dizione fa pensare agli analfabeti di ritorno, allora siamo nel giusto. Come tanti che sono andati a scuola e poi hanno dimenticato di leggere e di scrivere, così molti di noi che pure hanno frequentato le buone scuole del buon tempo antico non ricordano più nulla di greco e di latino.
Si sono resi conto con raccapriccio, ad un certo punto della loro vita, di aver dimenticato tutto. E si sono chiesti, e si chiedono: come mai? Se si è imparato una volta ad andare in bicicletta, si sa sempre salire su una bicicletta. Se si è imparato una volta come funzionano le proporzioni, si sanno sempre utilizzare le proporzioni. E’ il mio caso. Me ne servo per calcolare (a:b=c:d) anche il prossimo aumento del fitto di casa. Come mai restiamo sbigottiti di fronte ad una frase di greco, che pure abbiamo studiato per cinque anni? O di latino, che pure abbiamo studiato (nelle buone scuole del buon tempo, ecc.) per otto?
Siamo in tanti ad avere questo cruccio (alcuni di noi ce l’ hanno e lo coltivano in segreto da decenni): tutti fermamente decisi a rifare i conti con questo scacco, con questa pagina nera della nostra formazione intellettuale. Siamo in tanti. Forse più di quanto non si pensi. All’ Università di Padova riscuotono successo da un paio d’ anni dei corsi di greco zero (vale a dire: di greco antico partendo da zero) condotti sulla base di una nuova eccellente grammatica greca appositamente preparata da Luigi Bottin (l’ editore è Clesp, via del Santo 57/7, Padova). Sono frequentati, questi corsi, da antichisti di ritorno iscritti magari a medicina, o biologia, o filosofia, ma che non vogliono rassegnarsi a perdere il greco studiato (a proposito, e se non è indiscreto: ma l’ abbiamo veramente studiato? e come?) a scuola.
La costituenda Associazione Antichisti di Ritorno è seria e severa. Impone delle regole ferree ai suoi adepti. Ma prima di enunciarle, queste regole, è opportuno raccontare in quali circostanze l’ Associazione è stata pensata. Servirà anche a chiarirne le finalità. L’ idea è nata a Venezia, nel corso della presentazione di un libro di Maurizio Bettini: Antropologia e cultura romana (La Nuova Italia Scientifica, pagg. 271, lire 32.000). Maurizio Bettini non è un antichista di ritorno. Semmai di andata. Insegna Letteratura latina all’ Università di Siena. E cammina spedito. Procede in una direzione nuova e interessante: cerca di far entrare in combinazione la cultura latina con l’ antropologia. L’ operazione è stata già fatta per la letteratura greca (non devo certo ricordare ai lettori di queste pagine la scuola francese di Louis Gernet). Assai poco, assai meno per la letteratura latina. Che cosa significa, far entrare l’ antropologia in combinazione con Livio, Virgilio, Plauto? Significa, per esempio, studiare il senso del tempo che i latini avevano. Per scoprire, magari, che i latini avevano paradossalmente l’ avvenire dietro le spalle. Come nel titolo dell’ autobiografia di Vittorio Gassman, argutamente richiamata in questo libro. O come nello sfacciato couplet che cantava Abbe Lane in una commedia italiana degli Anni Cinquanta: il mio impresario non fa che dire / hai l’ avvenire dietro di te. Significa, per esempio, studiare certe delicate creature (come la farfalla) dell’ immaginario romano. Per scoprire che esse portavano le anime dei morti, garantendo quel minimo di sopravvivenza cui tutti segretamente aspiriamo. Significa, per esempio, studiare, la figura della Regina Amata nell’ Eneide (quella che non vuol dare la figlia Lavinia in moglie ad Enea: proprio non vuole). Per scoprire che è o si comporta, in un momento di crisi come le tarantolate descritte da Ernesto De Martino ne La terra del rimorso. Tirando le somme: ad una immortalità sia pure arrangiata, ridotta aspiriamo un po’ tutti, ieri come oggi. E magari ci illudiamo di trovarla oggi non nelle farfalle, ma (orrore!) in quelle registrazioni con la viva voce del defunto che si progetta di infilare nelle tombe, in America. Le tarantolate le abbiamo avute fino a ieri, nel Mezzogiorno. Ed Ernesto De Martino è un nostro (grande) contemporaneo. Che cosa significa, dunque, applicare l’ antopologia all’ Eneide, alle Georgiche, al De Rerum Natura? Significa forse scoprire che i latini erano (ma guarda un po’ !) come noi, e che noi siamo, in fondo, come gli antichi latini? Significa riscoprire la solita prevedibile universalità dell’ umano? Troppo poco. Troppo facile. No: la promessa più sostanziosa implicita in questo libro, e in questo tipo di studi, è un’ altra. E’ , forse, l’ opposta. Fermo restando che in molte cose gli antichi erano ovviamente come noi, e che noi siamo altrettanto ovviamente come loro, rimane da esplorare quella vastissima, affascinante area in cui siamo, eravamo, e restiamo diversi. Prendiamo il saggio sullo zio (Ne sis patruus mihi), forse il capitolo più ingegnoso di questo ingegnoso libro di Bettini. Noi distinguiamo oggi sì e no fra lo zio maschio (il Conte zio) e la zia femmina (Grazie, zia!). I latini distinguevano accuratamente fra patruus (fratello del padre), amita (sorella del padre), avunculus (fratello della madre) e matertera (sorella della madre). Ciascuna di queste figure aveva le sue caratteristiche e i suoi poteri, il suo ruolo, la sua funzione.
Penetrare in questo intricato universo antico di simboli, di funzioni significa rendersi conto che siamo, sì, gli stessi, noi e Cicerone (illustre padre della patria, e drammatico patruus del nipote Quinto). Ma siamo anche immensamente diversi. Siamo simili perché ci troviamo di fronte sempre fatalmente agli stessi problemi: strutturazione dei legami familiari, definizione del tempo, controllo (illusorio, per lo più) della morte. Ma adottiamo di volta in volta delle soluzioni differenti in presenza dei grandi problemi. E in questo siamo irrimediabilmente differenti dagli antichi. Ne viene fuori una lezione di tolleranza (per tutto ciò che è diverso). E di speranza, anche. Vuol dire che anche quando è messa con le spalle al muro, l’ umanità riesce sempre a inventare una qualche via di uscita. Una qualche organizzazione simbolica di resistenza e di sopravvivenza.
Per questo per studiare il mondo antico come un universo da fantascienza: tanto vicino, tanto lontano gli antichisti di ritorno si costituiscono nella loro nuova associazione. Pronti ad accettarne le regole: che sono severissime, come anticipavo. Lo sono due in particolare.
Primo. L’ antichista di ritorno deve essere pronto al sacrificio. Deve saper rinunciare persino ad alcuni diritti costituzionali. Può essere sottoposto in ogni momento a perquisizione personale e domiciliare, senza l’ autorizzazione del magistrato. Può anzi deve essere sorpreso sempre con qualche pagina di greco (o di latino) in tasca. Con qualche pagina di latino (o di greco) sul tavolo. In treno, in tram, e persino in macchina (ai semafori, beninteso) deve ripassare qualche radice difficile, qualche etimologia strana, qualche paradigma irregolare di queste benedette lingue antiche.
Secondo. Le deve studiare sempre, ma non le deve imparare mai, non le deve mai sapere sul serio, definitivamente, queste benedette lingue antiche. Gli antichisti di ritorno vogliono conservare la loro trepidazione dilettantesca nei confronti dell’ ottavino obliquo, dell’ ipoteca di terzo tipo, dei supini deponenti e di tutte le altre figure enigmatiche delle lingue classiche. Sanno che non possono. E quindi non vogliono confondersi con gli antichisti di andata: quelli seri, professionali, professorali. Quelli che non hanno mai un dubbio di fronte a nessun testo, a nessun frammento antico. Quelli che sono capaci di riconoscere immediatamente e di interpretare facilmente qualsiasi brano, latino o greco. Se esistono. -
di BENIAMINO PLACIDO