Corriere della Sera, 22 dicembre 2008
Dispute Un supplemento all’ opera in inglese che il filologo ha dedicato al controverso papiro
Canfora, ultime prove sul falso Artemidoro
Dino Messina
Nemico del luogo comune, Luciano Canfora ci ha sempre bonariamente criticato quando abbiamo usato il termine “giallo” per definire l’ appassionante disputa sull’ autenticità del papiro di Artemidoro. Eppure a conclusione del recente supplemento alla sua opera in inglese The True History of the So-called Artemidorus Papyrus (Edizioni di Pagina, € 18), il filologo che per primo ha ipotizzato la possibile attribuzione del singolare manufatto al falsario ottocentesco Costantino Simonidis, cita il giallista Conan Doyle. Lo scrittore scozzese fa dire infatti al suo Sherlock Holmes: «Eliminati tutti gli altri fattori, quello che rimane dev’ essere la verità». Un modo elegante per dichiarare conclusa la partita, in cui il falsario greco Simonidis si presenta come il vincitore sicuro.
A questa conclusione Canfora giunge attraverso prove e ipotesi di diverso tipo. Innanzitutto filologiche. Perché lo studioso nel capitolo iniziale a questo «Supplement» non solo dimostra che i primi quattordici righi della colonna IV corrispondono quasi completamente all’ epitome di Artemidoro fatta da Marciano. Un riassunto insomma del quarto secolo che nella versione del cosiddetto papiro di Artemidoro contiene correzioni apportate da vari studiosi tra il XVII e il XIX secolo. Non solo: nel papiro compaiono anche citazioni da altre opere di Marciano, così come un errore geografico di Tolomeo.
Come spiegare però i risultati della prova al carbonio che hanno datato il papiro tra il primo secolo avanti Cristo e il primo dopo Cristo? Secondo Canfora è la prova della falsità: solo una mano moderna poteva usare un vecchio manufatto per copiare contenuto più recente.
Questo supplemento si avvale del contributo di altri due specialisti. Il francese Daniel Delattre sottolinea le somiglianze tra l’ alfabeto del Papiro di Artemidoro e le trascrizioni moderne del Papiro di Ercolano, concludendo che probabilmente il primo manufatto è «la creazione di un falsario». Mentre Luigi Vigna si interroga sul perché anche nell’ edizione critica non si sia dato conto delle fasi di restauro che dal misterioso «Konvolut» hanno portato al Papiro così come noi lo conosciamo.
Salvatore Settis replica a Canfora (cfr. il recente aggiornamento del pamphlet inglese di Canfora in proposito) sul Papiro di Artemidoro: è in uscita presso Einaudi Artemidoro. Un papiro dal I secolo al XXI. Ultimi echi dell’ormai prolungata querelle sul Tirreno di ieri, qui. Settis, i Disegnatori Di Artemidoro
[N.B.: Salvatore Settis nei giorni scorsi, l’11 ottobre, a Venezia, ha presentato il nuovo volume della collana «Mirabilia Italiae», dedicato alla Scuola Grande di San Rocco]
la Nuova Venezia — 14 ottobre 2008
Ma quel papiro è vero o falso? Battaglia pubblica tra studiosi
Celebre e controverso, il «Papiro di Artemidoro» è tornato alla ribalta con la pubblicazione dell’edizione critica, a cura di Claudio Gallazzi, Bärbel Kramer e Salvatore Settis (Led Edizioni, Milano 2008, pagg.630, euro 480), e con l’esposizione a Berlino e a Monaco di Baviera. Reso noto agli studiosi nel 1998 sull’autorevole rivista Archiv für Papyrusforschung, esso fu presentato al grande pubblico nella mostra «Le tre vite del Papiro di Artemidoro. Voci, sguardi, dall’Egitto greco-romano», in scena a Torino dal febbraio al maggio 2006.
Singolare e avvincente la storia del documento secondo l’ipotesi dei curatori della mostra torinese. Tutto avrebbe avuto inizio in un atelier di Alessandria d’Egitto poco dopo la metà del I secolo a.C.: un pittore-cartografo disegna una mappa in posizione errata su un papiro rendendo, così, inservibile quella che avrebbe dovuto essere un’edizione di lusso e illustrata di un testo geografico. Dopo «l’incidente», il rotolo viene accantonato per un eventuale altro utilizzo. Ma ben presto, ecco l’inizio della sua «seconda vita»: sul verso vengono, infatti, disegnati animali, reali e fantastici, con l’indicazione dei nomi in lingua greca, forse usati come campionario per i clienti nella scelta di soggetti di mosaici e di dipinti. Al recto, che conservava degli spazi liberi, viene riportata, nel I secolo d.C., una serie di schizzi di volti e di arti umani, esercitazioni grafiche di giovani apprendisti pittori. Poi, fra il I e il II secolo d.C., il rotolo sarebbe stato riutilizzato per il cartonnage di una mummia, cioè l’impasto colorato di papiri, gesso e colla, usato come sarcofago in luogo del legno molto più costoso: è la «terza vita» del prezioso scritto, che rimane nascosto fino all’inizio del ’900, quando entra nella collezione di antichità dell’egiziano Khashaba Pasha.
Nel 1971 la maschera di cartapesta viene portata in Europa e soltanto allora ci si accorge di scritte in greco che affiorano tra le abrasioni del colore. Estratti i pezzi di papiro, si ricostruisce, tra l’altro, un manufatto lungo m. 2,55 circa per un’altezza di cm. 32,5, che conterrebbe la più ampia porzione ad oggi conosciuta del testo (perduto) dei Geographoumena di Artemidoro di Efeso (II-I secolo a.C.), opera nota soltanto attraverso brevissime citazioni di autori più tardi. Nel testo, dopo un enfatico proemio in cui le geografia è paragonata alla filosofia, fra la terza e la quarta colonna trova spazio una mappa, che rappresenterebbe una parte della Spagna, con la raffigurazione «a volo di uccello» di fiumi, strade, costruzioni, e con una serie di «vignette» ad indicare riferimenti topografici.
Serop Simonian, mercante d’arte di Amburgo e ultimo proprietario del Papiro, dopo averlo proposto, senza successo, al re di Spagna, al British Museum, al Louvre e al Getty Museum, nel 2004 riesce a venderlo alla Fondazione per l’Arte della Compagnia di San Paolo per ben 2 milioni e 750 mila euro. Così, il rotolo è presentato come la gemma più fulgida della mostra di Torino, curata da Claudio Gallazzi e Salvatore Settis.
Passano pochissimi mesi e scoppia la «bomba»: Luciano Canfora, docente di Filologia greca e latina all’Università di Bari, indica il Papiro come un clamoroso falso, ipotizzando anche che ne sia stato autore Costantino Simonidis, geniale falsario greco del XIX secolo. Canfora ha ora raccolto le proprie argomentazioni nel volume Il Papiro di Artemidoro (Edizioni Laterza, 2008, pagg. 522, euro 28).
Ha ripreso, così, vigore la querelle con Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale di Pisa, strenuo sostenitore dell’autenticità del Papiro sulla base soprattutto dell’esame paleografico e dei risultati di analisi chimico-fisiche. Il metodo del C14, infatti, data il documento fra il 40 a.C. e il 130 d.C., e l’esame degli inchiostri conferma una composizione vegetale e priva dei sali metallici in uso nell’800. Ma qui hanno buon gioco le obiezioni di Canfora: il C14 non può indicare il momento della scrittura del Papiro ma solo quello in cui è stato tagliato e preparato; per l’inchiostro, le analisi rivelano la composizione e non l’età. Per confutare la tesi del falso, Settis sostiene che a Costantino Simonidis, morto nel 1890, non potevano essere noti né la città di Ipsa, menzionata nel Papiro e conosciuta solo per alcune monete venute alla luce nel 1986, né il sistema di rappresentare le migliaia mediante la lettera «sampi» dell’alfabeto cario con un’unità sovrapposta come esponente, che si registra per la prima volta nel Papiro di Elefantina pubblicato nel 1907. Puntuale la replica di Canfora: nelle monete compare il nome Ipses e non Ipsa (sono due città diverse); Simonidis scrisse un volume sull’alfabeto cario e addirittura fabbricò un falso testo di Aristotele in caratteri carii.
Nell’edizione critica di Gallazzi, Kramer e Settis, non si riscontrano adeguate risposte agli anacronismi per l’uso di espressioni tardo-antiche e medievali, agli errori geografici e storici, e specialmente alle osservazioni filologiche e linguistiche di Canfora e dei suoi collaboratori. Ad esempio, se si confronta il testo della colonna IV del Papiro con un frammento già noto di Artemidoro (fr.21 Stiehle), esso appare esemplato addirittura su varianti introdotte da studiosi dell’Ottocento.
Grosse e oscure nubi si addensano, dunque, sull’autenticità del Papiro. Sull’argomento, papirologi, filologi, archeologi e altri esperti, si confronteranno nel convegno internazionale indetto per il 14 novembre all’Accademia delle Scienze di Torino. Si prevede battaglia.
Roberto Pesavento
Corriere della Sera 22 settembre 2008
Sulla rivista «Storia dell’arte» Maurizio Calvesi conferma la tesi di Luciano Canfora
Artemidoro? Sembra proprio Dürer
Il papiro porta al falsario Simonidis, che s’ispirò all’artista tedesco
Maurizio Calvesi
Lo sguardo dello storico dell’arte può aggiungere, all’esame «interno» del papiro di Artemidoro, qualche osservazione sul segno, che appare uniforme in alcune delle figure, nonché nella mappa. Si veda come il tratto ondulato e sottile dei fiumi si ripeta nella chioma del sapiente che è stampato di profilo nell’agraphon, davanti alla colonna di apertura. Almeno le due figure dell’agraphon sembrano della stessa mano della mappa (ovvero di quella di Simonidis).
Allievo di un allievo di David fu quest’ultimo, che è certamente l’autore del testo. Ma egli era, per l’appunto, anche un artista. Che il suo maggiore maestro sia stato alla scuola di David, lo ha lasciato scritto Callinico Jeromonaco nella notizia biografica posta al principio dei Symmiga (Mosca 1853).
La figura più grintosa del papiro è senza dubbio la testa posta di profilo di fronte alla prima colonna, in basso: lo sguardo fermo, il naso rincagnato nel primo tratto e poi sporgente, la bocca stretta, i capelli come anche la ruga della fronte e il sopracciglio delineati con un tratto più leggero, la barba riconfusa con i capelli, e presentata con tratti anche orizzontali. Questa strana barba, pettinata lungo la gota in direzione della nuca, è un elemento classico che possiamo trovare nella scultura romana (si veda il Pugile delle Terme, nel Museo Nazionale Romano) come nei disegni neo-classici, proprio di David, tenendo anche presente il gusto del maestro per i profili dell’antico; ma nel complesso a me sembra che l’impronta severa della figura richiami soprattutto Dürer, come potrebbe suggerire un confronto con la testa di Nicodemo nel Compianto di Monaco, Alte Pinakothek, o anche con alcune delle teste barbute che così frequentemente compaiono nella grafica düreriana.
Ancora nel recto, le mani e i piedi sono disposti con regolarità secondo un gusto accademico (non già «alla rinfusa» come vorrebbe Settis): quattro mani ordinate a losanga, la losanga che penetra nel triangolo formato dai tre piedi sottostanti. Il motivo delle mani ha un buon riscontro, nel libro di Canfora Il papiro di Artemidoro,
con una tavola dell’Enciclopédie. Tuttavia il più famoso esempio di una composizione di quattro mani è quello visibile al centro del Gesù tra i dottori di Dürer (in collezione Thyssen) dove le quattro mani formano un quadrato e non una losanga, ma possono indurre l’imitatore a riprodurre un disegno geometrico e centrale formato da due mani sinistre e due destre, come nel papiro. È un motivo celebre che ha sedotto più pittori, anche della nostra stagione: una mano sinistra e una destra, una sinistra e una destra. E che una delle mani di Simonidis sia ricalcata — come propone puntualmente Canfora — da Raffaello, con il medio e l’anulare congiunti, il pollice aperto, e le fossette laddove la mano è più paffuta, è una conferma dell’attenzione accademica di Simonidis ai grandi maestri del Rinascimento.
Ma l’interesse per Dürer sembra decisamente confermato da un’altra figurazione del verso. Un cervo assale un lupo che gli punta contro le zampe come rattrappite. Canfora ha scovato un eccellente confronto con il centauro che assale un lupo nella Uranographia di Hevelius. Si tratta di una mappa delle costellazioni, che Simonidis — segnalo — può aver osservato anche in altre versioni, come quella, bellissima, di Andreas Cellarius (Keller) verso il 1660, dove il
lupus prende il nome di fera, o in altre e forse soprattutto nel suo prototipo che risale proprio a Dürer, a una sua incisione dello stesso soggetto in cui il gruppo (centaurus contro fera) assume una fisionomia altrettanto prossima all’immagine del papiro: è verosimile che proprio da qui Simonidis abbia attinto. Sostituita la testa del cervo a quella del centauro, la figura (dunque notissima) si è adattata pienamente alla fantasia del falsario.
Piccole glosse: l’elefante è detto «sterile» in Artemidoro-Simonidis.
«Apprendiamo dalla didascalia che l’elefante che combatte con il serpente — scrive Stefano Micunco nel libro di Canfora — sarebbe
steiros, sterile. L’unico possibile raffronto è con il testo del
Physiologus, il quale afferma che l’elefante “non ha naturale desiderio di unione sessuale”». È possibile aggiungere che una frase simile è reperibile anche nel Bestiaire di Philippe de Thaün (che del resto riprende dal Physiologus): l’elefante «non procrea spesso»; e nel Bestiaire
di Gervaise: «Non si accoppia mai con la sua compagna se non ha deciso di generare».
E veniamo alla mappa: «una carta geografica — l’unica del genere che si sia conservata dall’antichità»; «sarebbe in ogni caso l’unica mappa antica pervenuta, e per di più tramandata sullo stesso rotolo che conteneva il testo geografico. Ciò che non è ad oggi documentato né da altre testimonianze pervenuteci, né dalle fonti antiche. Le quali anzi informano che le mappe geografiche erano di norma riportate su supporti materiali autonomi »; «una fantasiosa mappa piena di impressionistiche vignette adattabili a qualunque parte del mondo fornita di fiumi». Forse la carta è di pura invenzione.
Se cerchiamo, nel disegno dei fiumi, qualcosa di vicino al tratto sottile e leggero, delicatamente ondulato, con cui i fiumi sono segnati nella mappa del papiro, potremmo guardare alla cartografia del Kircher. Qui ricorre frequentemente, per quel che può valere, anche quella biforcazione finale del segno- fiume che indica un delta e trova riscontri nella carta dell’Artemidoro simonideo. Kircher poteva essere un autore ben conosciuto da Simonidis, che era interessato ai geroglifici.
Il testo
Pubblichiamo uno stralcio dall’articolo di Maurizio Calves «Un Artemidoro del XIX secolo», tratto dal numero 119 della rivista «Storia dell’arte»
La tesi
Lo studioso conferma la sua tesi, già espressa sul «Corriere» del 7 aprile scorso, che il papiro di Artemidoro sia un falso ottocentesco, come sostiene Luciano Canfora

A sinistra, un particolare dall’incisione «I disperati» di Dürer. A destra, un’immagine dal «papiro di Artemidoro»
Artemidoro e la lingua dei celti - Upload a Document to Scribd Read this document on Scribd: Artemidoro e la lingua dei celti
Luciano Canfora replica così su Il sole 24 ore di domenica 3 agosto 2008