Corriere della sera, 13 giugno 2008
L’intervento di Luciano Canfora oggi a Oxford testimonia il continuo interesse della comunità scientifica internazionale
“Artemidoro, il falso nascosto nel proemio”
Luciano Canfora
L’introduzione, la nozione di «Lusitania», i brani di Marciano: le tracce di un testo «moderno»
Il testo pubblicato qui di seguito è una sintesi della relazione preparata dal professor Luciano Canfora per un convegno sulla vicenda del papiro di Artemidoro che si tiene oggi in Inghilterra. L’incontro, in programma presso il Saint John’s College dell’Università di Oxford, è un’ulteriore dimostrazione dell’interesse che la polemica ha suscitato nella comunità internazionale degli studiosi di antichità classiche.
Colui che creò l’«Artemidoro» intendeva palesemente e, oserei dire, quasi legittimamente incominciare con un proemio. E anche sulla scorta dell’«ipotesto» — cioè dell’Einleitung di Carl Ritter, come ha dimostrato Maurizio Calvesi — scelse le parole ovvie, quelle indicanti appunto l’atto e il fatto dell’incominciare: «Colui che si accinge ad un’opera geografica », ton epiballòmenon geographia («Dans l’introduction à un ouvrage etc.» scriveva Ritter). E perciò nel 2006 gli editori del catalogo memorabile, Le tre vite del Papiro di Artemidoro (Mondadori Electa), non poterono che tradurre «chi intende dedicarsi alla geografia » (p. 157). Non prevedevano in quale ginepraio si fossero cacciati con tale davvero onesta traduzione. Essa confermava quello che risulta chiaro dall’intero proemio: che cioè si tratta per l’appunto di un proemio generale, di una apertura dell’intera opera, di un testo che cerca, a modo suo, di spiegare che cos’è la geografia, dunque di un testo che non può immaginarsi collocato — come accade nel famigerato papiro — al principio del secondo libro (la Spagna). No, è un testo di apertura, e perciò la parola esordiale, «colui che si accinge », intendeva essere per l’appunto un termine denotante l’inizio.
Ma così cadeva in pezzi tutta la ricostruzione: che rotolo era mai questo, nel quale — a tacer d’altro (disegni para- michelangioleschi e bestiari e zodiaci, paesaggi e vignette) — il proemio generale si trova accanto alle prime righe del libro II? La ragionevolezza spinse Bärbel Kramer a proporre una via d’uscita: «Il rotolo contiene estratti!». Così essa scrisse nel suo saggio del 2006, di cui oggi l’edizione Led di Artemidoro suggerisce di non tener conto. Ma la teoria «estratti» era catastrofica: oltre tutto come si sarebbe potuto dimostrare che erano estratti presi tutti dal medesimo autore? Insomma, veniva meno ogni ragione per rifilare all’innocente Artemidoro quel proemio bizantino-ottocentesco. E il grande reperto di «estese porzioni della Geografia di Artemidoro» svaniva nel nulla (a tacere, ripetiamo, delle innumerevoli ragioni che escludono si possa rifilare al vero Artemidoro le colonne IV e V: su ciò cfr. Il papiro di Artemidoro, Laterza).
Ecco allora la trovata disinvolta: cambiamo la traduzione! E così oggi nell’edizione Led (p. 196) «chi intende dedicarsi» è diventato «colui che si dedica»: simpatico sforzo volto a far scomparire l’esplicita nozione di inizio, di cominciamento. Come dire: si fa quel che si può.
Per circa dieci anni — dal lontano 1998 — gli editori hanno assunto come cardine e architrave della loro avventura artemidorea che la colonna IV (righi 1-14) del papiro corrisponde al fr. 21 Stiehle. Sul modo in cui quel frammento è tramandato avevano le idee a dir poco confuse, per non dire aberranti. Quello che doveva restare fuori discussione era che fr. 21 essendo Artemidoro, anche col. IV (e dunque tutto il papiro) è Artemidoro. (Ovviamente il ripiegamento Kramer verso l’ipotesi «estratti» faceva traballare la deduzione estesa all’intero papiro). Per circa due anni abbiamo documentato con dovizia di prove che fr. 21 è Marciano (un brano tratto dalla Epitome artemidorea, edita da Marciano sotto il nome di Artemidoro). Tale constatazione, che si accorda perfettamente con le analisi svolte da Margarethe Billerbeck sul testo di Stefano di Bisanzio, comportava che, se colonna IV, 1-14 = fr. 21 (i.e. Marciano), anche colonna IV, 1-14 è Marciano. Dunque, addio Artemidoro (e addio papiro dell’età di «Cleopatràs lussuriosa»). La risposta a questa palmare verità fu, per lungo tempo, la sordità totale.
Avevamo anche con insistenza mostrato che col. IV, 1-14 presenta ritocchi (peggiorativi) ed errori di fatto rispetto a fr. 21. Non ripeteremo qui la dimostrazione. Il lettore può trovarla riassunta in Quaderni di storia 67, pp. 287-294. Questo genere di ritocchi peggiorativi ed errori porta recta via all’attribuzione di col. IV, 1-14 (e quindi del contesto) ad un falsario moderno. Oltre all’inclusione, in quei 14 sventurati righi, di due errate congetture moderne e di un vero e proprio errore di stampa, si trattava anche di un marchiano errore storico: l’inclusione nella Hispania Ulterior dell’«intera Lusitania».
Via via che il tempo scorreva ci rendemmo conto che l’escamotage disperato avrebbe potuto essere un repentino «contrordine», e cioè: fr. 21 è Marciano (Deo gratias!) ma colonna IV, 1-14 è Artemidoro proprio perché qua e là diverso…
Prevedendo tale gesto disperato fornimmo, al principio di gennaio 2008, il quadro chiaro delle conseguenze paradossali di un tale improvviso revirement (Quaderni di storia 67). Tra l’altro si perveniva all’assurdo di far dire ad Artemidoro quella sciocchezza sulla Hispania Ulterior e di far dire invece l’esatto contrario al suo epitomatore (fr. 21).
L’edizione Led (p. 213) ha compiuto il miracolo. Ciò che avevamo previsto si attua: fr. 21 diventa Marciano, con una levitas e naturalezza degna del manniano cavalier Cipolla, mentre colonna IV, 1-14 è Artemidoro proprio per quelle diversità che invano avevamo segnalato per due anni. Ma ovviamente il cavalier Cipolla non si perde d’animo: ciò che gli scomoda non esiste, e dunque Quaderni di storia 67 non appare mai nella pur straripante bibliografia del mastodonte Led, né si tiene alcun conto di quegli adynata che l’adozione dell’ipotesi disperata inevitabilmente comportava. E poiché la questione Lusitania è troppo ingombrante, due parole andavano dette: la soluzione adottata, alquanto surreale, è stata che con «Lusitania tutta» l’autore intende far riferimento alla nozione geografica, non politica, di Lusitania! Non si rendono evidentemente conto del fatto che la «nozione geografica» di Lusitania è di gran lunga più vasta del territorio incluso, da Augusto in avanti, nella ormai provincia di Lusitania: il che renderebbe l’affermazione di col. IV, 13-14 (la Ulterior comprende «la Lusitania tutta») ancora più inverosimile.
E questo basterebbe. Diceva il grande Paul Maas che un solo argomento davvero probante basta, cento deboli non servono.
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Novità
«Ma come fa a essere un papiro di Artemidoro?» (pp. XIV-210,€17)è il titolo del nuovo libro delle Edizioni di Pagina in cui Luciano Canfora e Luciano Bossina si confrontano con la edizione critica del papiro per ribadire la tesi che si tratti di un falso. Il volume, cne esce in questi giorni in libreria, è scritto in quattro diverse lingue (italiano, inglese, francese e tedesco) per favorirne la diffusione presso la comunità scientifica internazionale
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I critici - L’analisi filologica e storico-artistica del testo
“Le contestazioni, da Calvesi a Cavina”
Nella contesa sul papiro di Artemidoro, gli storici dell’arte si vanno schierando con Luciano Canfora, a favore della tesi che il contestato reperto sia in realtà il prodotto di una contraffazione risalente al XIX secolo. Dopo l’articolo di Maurizio Calvesi apparso sul Corriere della Sera il 7 aprile scorso, ora tocca a un’altra voce autorevole, Anna Ottani Cavina, intervenuta l’11 giugno su Repubblica.
La docente dell’Università di Bologna, attraverso un’analisi delle figure presenti nel reperto, giunge alle seguenti conclusioni: «La percezione dell’antichità, nelle teste disegnate sul papiro, rivela a mio parere un timbro arcaizzante (non arcaico) sulla scia di una ricerca neoprimitiva che dalla fine del Settecento percorre gran parte dell’Ottocento». Insomma, niente a che fare con il mondo classico, visto che emergono «elementi contemporanei», i quali oltretutto «si leggono senza difficoltà, perché le lacune del papiro non compromettono la comprensione dell’immagine, colpita parrebbe da bombe intelligenti che girano intorno agli studi di teste (…), senza mai centrare il cuore del disegno». Non a caso, sulla base di questa «risposta plausibile» offerta da Anna Ottani Cavina, i redattori di Repubblica — quotidiano sul quale in precedenza era intervenuto Salvatore Settis, paladino dell’autenticità, per confermare l’attribuzione ad Artemidoro — hanno intitolato il suo articolo «Un papiro di pieno Ottocento».
E’ la medesima opinione esposta da Canfora e da altri studiosi nel volume Il papiro di Artemidoro (Laterza), in cui si ipotizza che a confezionare l’enigmatico reperto sia stato il falsario greco Costantino Simonidis, vissuto appunto nel XIX secolo. Una ricostruzione avvalorata da Calvesi, secondo il quale il sulfureo Simonidis, nel suo lavoro di contraffazione, avrebbe tratto «alcuni concetti e alcune parole, nonché lo stesso clima retorico» da un’opera del geografo tedesco Carl Ritter (1779-1859).
R.C.