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Autenticità del Papiro di Artemidoro: tempi supplementari

Corriere della Sera, 22 dicembre 2008
Dispute Un supplemento all’ opera in inglese che il filologo ha dedicato al controverso papiro

Canfora, ultime prove sul falso Artemidoro

Dino Messina

Nemico del luogo comune, Luciano Canfora ci ha sempre bonariamente criticato quando abbiamo usato il termine “giallo” per definire l’ appassionante disputa sull’ autenticità del papiro di Artemidoro. Eppure a conclusione del recente supplemento alla sua opera in inglese The True History of the So-called Artemidorus Papyrus (Edizioni di Pagina, € 18), il filologo che per primo ha ipotizzato la possibile attribuzione del singolare manufatto al falsario ottocentesco Costantino Simonidis, cita il giallista Conan Doyle. Lo scrittore scozzese fa dire infatti al suo Sherlock Holmes: «Eliminati tutti gli altri fattori, quello che rimane dev’ essere la verità». Un modo elegante per dichiarare conclusa la partita, in cui il falsario greco Simonidis si presenta come il vincitore sicuro.

A questa conclusione Canfora giunge attraverso prove e ipotesi di diverso tipo. Innanzitutto filologiche. Perché lo studioso nel capitolo iniziale a questo «Supplement» non solo dimostra che i primi quattordici righi della colonna IV corrispondono quasi completamente all’ epitome di Artemidoro fatta da Marciano. Un riassunto insomma del quarto secolo che nella versione del cosiddetto papiro di Artemidoro contiene correzioni apportate da vari studiosi tra il XVII e il XIX secolo. Non solo: nel papiro compaiono anche citazioni da altre opere di Marciano, così come un errore geografico di Tolomeo.

Come spiegare però i risultati della prova al carbonio che hanno datato il papiro tra il primo secolo avanti Cristo e il primo dopo Cristo? Secondo Canfora è la prova della falsità: solo una mano moderna poteva usare un vecchio manufatto per copiare contenuto più recente.

Questo supplemento si avvale del contributo di altri due specialisti. Il francese Daniel Delattre sottolinea le somiglianze tra l’ alfabeto del Papiro di Artemidoro e le trascrizioni moderne del Papiro di Ercolano, concludendo che probabilmente il primo manufatto è «la creazione di un falsario». Mentre Luigi Vigna si interroga sul perché anche nell’ edizione critica non si sia dato conto delle fasi di restauro che dal misterioso «Konvolut» hanno portato al Papiro così come noi lo conosciamo.

Nov
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I disegnatori di Artemidoro

Salvatore Settis replica a Canfora (cfr. il recente aggiornamento del pamphlet inglese di Canfora in proposito) sul Papiro di Artemidoro: è in uscita presso Einaudi Artemidoro. Un papiro dal I secolo al XXI. Ultimi echi dell’ormai prolungata querelle sul Tirreno di ieri, qui. Settis, i Disegnatori Di Artemidoro

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Settis a Venezia... e si riparla del Papiro di Artemidoro

[N.B.: Salvatore Settis nei giorni scorsi, l’11 ottobre, a Venezia, ha presentato il nuovo volume della collana «Mirabilia Italiae», dedicato alla Scuola Grande di San Rocco]

la Nuova Venezia — 14 ottobre 2008
Ma quel papiro è vero o falso? Battaglia pubblica tra studiosi


Celebre e controverso, il «Papiro di Artemidoro» è tornato alla ribalta con la pubblicazione dell’edizione critica, a cura di Claudio Gallazzi, Bärbel Kramer e Salvatore Settis (Led Edizioni, Milano 2008, pagg.630, euro 480), e con l’esposizione a Berlino e a Monaco di Baviera. Reso noto agli studiosi nel 1998 sull’autorevole rivista Archiv für Papyrusforschung, esso fu presentato al grande pubblico nella mostra «Le tre vite del Papiro di Artemidoro. Voci, sguardi, dall’Egitto greco-romano», in scena a Torino dal febbraio al maggio 2006.

Singolare e avvincente la storia del documento secondo l’ipotesi dei curatori della mostra torinese. Tutto avrebbe avuto inizio in un atelier di Alessandria d’Egitto poco dopo la metà del I secolo a.C.: un pittore-cartografo disegna una mappa in posizione errata su un papiro rendendo, così, inservibile quella che avrebbe dovuto essere un’edizione di lusso e illustrata di un testo geografico. Dopo «l’incidente», il rotolo viene accantonato per un eventuale altro utilizzo. Ma ben presto, ecco l’inizio della sua «seconda vita»: sul verso vengono, infatti, disegnati animali, reali e fantastici, con l’indicazione dei nomi in lingua greca, forse usati come campionario per i clienti nella scelta di soggetti di mosaici e di dipinti. Al recto, che conservava degli spazi liberi, viene riportata, nel I secolo d.C., una serie di schizzi di volti e di arti umani, esercitazioni grafiche di giovani apprendisti pittori. Poi, fra il I e il II secolo d.C., il rotolo sarebbe stato riutilizzato per il cartonnage di una mummia, cioè l’impasto colorato di papiri, gesso e colla, usato come sarcofago in luogo del legno molto più costoso: è la «terza vita» del prezioso scritto, che rimane nascosto fino all’inizio del ’900, quando entra nella collezione di antichità dell’egiziano Khashaba Pasha.

Nel 1971 la maschera di cartapesta viene portata in Europa e soltanto allora ci si accorge di scritte in greco che affiorano tra le abrasioni del colore. Estratti i pezzi di papiro, si ricostruisce, tra l’altro, un manufatto lungo m. 2,55 circa per un’altezza di cm. 32,5, che conterrebbe la più ampia porzione ad oggi conosciuta del testo (perduto) dei Geographoumena di Artemidoro di Efeso (II-I secolo a.C.), opera nota soltanto attraverso brevissime citazioni di autori più tardi. Nel testo, dopo un enfatico proemio in cui le geografia è paragonata alla filosofia, fra la terza e la quarta colonna trova spazio una mappa, che rappresenterebbe una parte della Spagna, con la raffigurazione «a volo di uccello» di fiumi, strade, costruzioni, e con una serie di «vignette» ad indicare riferimenti topografici.

Serop Simonian, mercante d’arte di Amburgo e ultimo proprietario del Papiro, dopo averlo proposto, senza successo, al re di Spagna, al British Museum, al Louvre e al Getty Museum, nel 2004 riesce a venderlo alla Fondazione per l’Arte della Compagnia di San Paolo per ben 2 milioni e 750 mila euro. Così, il rotolo è presentato come la gemma più fulgida della mostra di Torino, curata da Claudio Gallazzi e Salvatore Settis.

Passano pochissimi mesi e scoppia la «bomba»: Luciano Canfora, docente di Filologia greca e latina all’Università di Bari, indica il Papiro come un clamoroso falso, ipotizzando anche che ne sia stato autore Costantino Simonidis, geniale falsario greco del XIX secolo. Canfora ha ora raccolto le proprie argomentazioni nel volume Il Papiro di Artemidoro (Edizioni Laterza, 2008, pagg. 522, euro 28).

Ha ripreso, così, vigore la querelle con Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale di Pisa, strenuo sostenitore dell’autenticità del Papiro sulla base soprattutto dell’esame paleografico e dei risultati di analisi chimico-fisiche. Il metodo del C14, infatti, data il documento fra il 40 a.C. e il 130 d.C., e l’esame degli inchiostri conferma una composizione vegetale e priva dei sali metallici in uso nell’800. Ma qui hanno buon gioco le obiezioni di Canfora: il C14 non può indicare il momento della scrittura del Papiro ma solo quello in cui è stato tagliato e preparato; per l’inchiostro, le analisi rivelano la composizione e non l’età. Per confutare la tesi del falso, Settis sostiene che a Costantino Simonidis, morto nel 1890, non potevano essere noti né la città di Ipsa, menzionata nel Papiro e conosciuta solo per alcune monete venute alla luce nel 1986, né il sistema di rappresentare le migliaia mediante la lettera «sampi» dell’alfabeto cario con un’unità sovrapposta come esponente, che si registra per la prima volta nel Papiro di Elefantina pubblicato nel 1907. Puntuale la replica di Canfora: nelle monete compare il nome Ipses e non Ipsa (sono due città diverse); Simonidis scrisse un volume sull’alfabeto cario e addirittura fabbricò un falso testo di Aristotele in caratteri carii.

Nell’edizione critica di Gallazzi, Kramer e Settis, non si riscontrano adeguate risposte agli anacronismi per l’uso di espressioni tardo-antiche e medievali, agli errori geografici e storici, e specialmente alle osservazioni filologiche e linguistiche di Canfora e dei suoi collaboratori. Ad esempio, se si confronta il testo della colonna IV del Papiro con un frammento già noto di Artemidoro (fr.21 Stiehle), esso appare esemplato addirittura su varianti introdotte da studiosi dell’Ottocento.

Grosse e oscure nubi si addensano, dunque, sull’autenticità del Papiro. Sull’argomento, papirologi, filologi, archeologi e altri esperti, si confronteranno nel convegno internazionale indetto per il 14 novembre all’Accademia delle Scienze di Torino. Si prevede battaglia.

Roberto Pesavento

Sep
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Simonidis ispirato da Dürer? Ancora sull'autore del "Papiro di Artemidoro"

Corriere della Sera 22 settembre 2008


Sulla rivista «Storia dell’arte» Maurizio Calvesi conferma la tesi di Luciano Canfora
Artemidoro? Sembra proprio Dürer
Il papiro porta al falsario Simonidis, che s’ispirò all’artista tedesco

Maurizio Calvesi

Lo sguardo dello storico dell’arte può aggiungere, all’esame «interno» del papiro di Artemidoro, qualche osservazione sul segno, che appare uniforme in alcune delle figure, nonché nella mappa. Si veda come il tratto ondulato e sottile dei fiumi si ripeta nella chioma del sapiente che è stampato di profilo nell’agraphon, davanti alla colonna di apertura. Almeno le due figure dell’agraphon sembrano della stessa mano della mappa (ovvero di quella di Simonidis).
Allievo di un allievo di David fu quest’ultimo, che è certamente l’autore del testo. Ma egli era, per l’appunto, anche un artista. Che il suo maggiore maestro sia stato alla scuola di David, lo ha lasciato scritto Callinico Jeromonaco nella notizia biografica posta al principio dei Symmiga (Mosca 1853).
La figura più grintosa del papiro è senza dubbio la testa posta di profilo di fronte alla prima colonna, in basso: lo sguardo fermo, il naso rincagnato nel primo tratto e poi sporgente, la bocca stretta, i capelli come anche la ruga della fronte e il sopracciglio delineati con un tratto più leggero, la barba riconfusa con i capelli, e presentata con tratti anche orizzontali. Questa strana barba, pettinata lungo la gota in direzione della nuca, è un elemento classico che possiamo trovare nella scultura romana (si veda il Pugile delle Terme, nel Museo Nazionale Romano) come nei disegni neo-classici, proprio di David, tenendo anche presente il gusto del maestro per i profili dell’antico; ma nel complesso a me sembra che l’impronta severa della figura richiami soprattutto Dürer, come potrebbe suggerire un confronto con la testa di Nicodemo nel Compianto di Monaco, Alte Pinakothek, o anche con alcune delle teste barbute che così frequentemente compaiono nella grafica düreriana.
Ancora nel recto, le mani e i piedi sono disposti con regolarità secondo un gusto accademico (non già «alla rinfusa» come vorrebbe Settis): quattro mani ordinate a losanga, la losanga che penetra nel triangolo formato dai tre piedi sottostanti. Il motivo delle mani ha un buon riscontro, nel libro di Canfora Il papiro di Artemidoro,
con una tavola dell’Enciclopédie. Tuttavia il più famoso esempio di una composizione di quattro mani è quello visibile al centro del Gesù tra i dottori di Dürer (in collezione Thyssen) dove le quattro mani formano un quadrato e non una losanga, ma possono indurre l’imitatore a riprodurre un disegno geometrico e centrale formato da due mani sinistre e due destre, come nel papiro. È un motivo celebre che ha sedotto più pittori, anche della nostra stagione: una mano sinistra e una destra, una sinistra e una destra. E che una delle mani di Simonidis sia ricalcata — come propone puntualmente Canfora — da Raffaello, con il medio e l’anulare congiunti, il pollice aperto, e le fossette laddove la mano è più paffuta, è una conferma dell’attenzione accademica di Simonidis ai grandi maestri del Rinascimento.
Ma l’interesse per Dürer sembra decisamente confermato da un’altra figurazione del verso. Un cervo assale un lupo che gli punta contro le zampe come rattrappite. Canfora ha scovato un eccellente confronto con il centauro che assale un lupo nella Uranographia di Hevelius. Si tratta di una mappa delle costellazioni, che Simonidis — segnalo — può aver osservato anche in altre versioni, come quella, bellissima, di Andreas Cellarius (Keller) verso il 1660, dove il
lupus prende il nome di fera, o in altre e forse soprattutto nel suo prototipo che risale proprio a Dürer, a una sua incisione dello stesso soggetto in cui il gruppo (centaurus contro fera) assume una fisionomia altrettanto prossima all’immagine del papiro: è verosimile che proprio da qui Simonidis abbia attinto. Sostituita la testa del cervo a quella del centauro, la figura (dunque notissima) si è adattata pienamente alla fantasia del falsario.
Piccole glosse: l’elefante è detto «sterile» in Artemidoro-Simonidis.
«Apprendiamo dalla didascalia che l’elefante che combatte con il serpente — scrive Stefano Micunco nel libro di Canfora — sarebbe
steiros, sterile. L’unico possibile raffronto è con il testo del
Physiologus, il quale afferma che l’elefante “non ha naturale desiderio di unione sessuale”». È possibile aggiungere che una frase simile è reperibile anche nel Bestiaire di Philippe de Thaün (che del resto riprende dal Physiologus): l’elefante «non procrea spesso»; e nel Bestiaire
di Gervaise: «Non si accoppia mai con la sua compagna se non ha deciso di generare».

E veniamo alla mappa: «una carta geografica — l’unica del genere che si sia conservata dall’antichità»; «sarebbe in ogni caso l’unica mappa antica pervenuta, e per di più tramandata sullo stesso rotolo che conteneva il testo geografico. Ciò che non è ad oggi documentato né da altre testimonianze pervenuteci, né dalle fonti antiche. Le quali anzi informano che le mappe geografiche erano di norma riportate su supporti materiali autonomi »; «una fantasiosa mappa piena di impressionistiche vignette adattabili a qualunque parte del mondo fornita di fiumi». Forse la carta è di pura invenzione.
Se cerchiamo, nel disegno dei fiumi, qualcosa di vicino al tratto sottile e leggero, delicatamente ondulato, con cui i fiumi sono segnati nella mappa del papiro, potremmo guardare alla cartografia del Kircher. Qui ricorre frequentemente, per quel che può valere, anche quella biforcazione finale del segno- fiume che indica un delta e trova riscontri nella carta dell’Artemidoro simonideo. Kircher poteva essere un autore ben conosciuto da Simonidis, che era interessato ai geroglifici.

Il testo
Pubblichiamo uno stralcio dall’articolo di Maurizio Calves «Un Artemidoro del XIX secolo», tratto dal numero 119 della rivista «Storia dell’arte»
La tesi
Lo studioso conferma la sua tesi, già espressa sul «Corriere» del 7 aprile scorso, che il papiro di Artemidoro sia un falso ottocentesco, come sostiene Luciano Canfora


A sinistra, un particolare dall’incisione «I disperati» di Dürer. A destra, un’immagine dal «papiro di Artemidoro»

Aug
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Artemidoro e i celti: la replica di Canfora

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Luciano Canfora replica così su Il sole 24 ore di domenica 3 agosto 2008

Jul
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FGrHist V (Fragmente Griechischer Geographen)?

Corriere della Sera 31 luglio 2008
CALENDARIO
“Studiare Artemidoro!”
Luciano Canfora

Un manipolo di volenterosi italiani, guidati dallo storico Eugenio Lanzillotta, sta dando vita ad una nuova raccolta degli storici greci in frammenti (edizioni Tored, Tivoli, col sostegno dell’ Unione europea). La novità dell’ impresa risiede nell’ ampiezza del progetto.

Chi si dedica ad imprese del genere merita anche la qualifica di archeologo, perché si avventura a ricostruire un intero partendo da frammenti. Sovviene la celebre immagine di Norden che equiparava i resti del foro romano ai superstiti resti della letteratura romana.

Un auspicio si vuole qui formulare. Che questo manipolo di studiosi affronti quanto prima proprio quella parte che Jacoby, nella sua insostituibile raccolta, non realizzò: i geografi in frammenti.

Chi dovrà cimentarsi col più grande di essi, Artemidoro, avrà il compito agevolato. L’ ampia discussione sorta in questi anni a margine del falso Artemidoro (realizzato da Simonidis, virtuoso in litografie) ha spianato in parte la strada al doveroso recupero.

Jul
28th
Mon
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I celti di Artemidoro

I Celti di Artemidoro -Leggi questo articolo su Scribd: I Celti di Artemidoro

Sole 24 Ore, domenica 27 luglio 2008, articolo di Cinzia Dal Maso,
“I celti di Artemidoro” - ancora sul Papiro di Artemidoro, le tesi di Filippo Maria Gambari

Jun
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Jun
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Canfora ad Oxford: perché ribadire l'inautenticità del papiro di Artemidoro

Corriere della sera, 13 giugno 2008
L’intervento di Luciano Canfora oggi a Oxford testimonia il continuo interesse della comunità scientifica internazionale
“Artemidoro, il falso nascosto nel proemio”
Luciano Canfora

L’introduzione, la nozione di «Lusitania», i brani di Marciano: le tracce di un testo «moderno»

Il testo pubblicato qui di seguito è una sintesi della relazione preparata dal professor Luciano Canfora per un convegno sulla vicenda del papiro di Artemidoro che si tiene oggi in Inghilterra. L’incontro, in programma presso il Saint John’s College dell’Università di Oxford, è un’ulteriore dimostrazione dell’interesse che la polemica ha suscitato nella comunità internazionale degli studiosi di antichità classiche.

Colui che creò l’«Artemidoro» intendeva palesemente e, oserei dire, quasi legittimamente incominciare con un proemio. E anche sulla scorta dell’«ipotesto» — cioè dell’Einleitung di Carl Ritter, come ha dimostrato Maurizio Calvesi — scelse le parole ovvie, quelle indicanti appunto l’atto e il fatto dell’incominciare: «Colui che si accinge ad un’opera geografica », ton epiballòmenon geographia («Dans l’introduction à un ouvrage etc.» scriveva Ritter). E perciò nel 2006 gli editori del catalogo memorabile, Le tre vite del Papiro di Artemidoro (Mondadori Electa), non poterono che tradurre «chi intende dedicarsi alla geografia » (p. 157). Non prevedevano in quale ginepraio si fossero cacciati con tale davvero onesta traduzione. Essa confermava quello che risulta chiaro dall’intero proemio: che cioè si tratta per l’appunto di un proemio generale, di una apertura dell’intera opera, di un testo che cerca, a modo suo, di spiegare che cos’è la geografia, dunque di un testo che non può immaginarsi collocato — come accade nel famigerato papiro — al principio del secondo libro (la Spagna). No, è un testo di apertura, e perciò la parola esordiale, «colui che si accinge », intendeva essere per l’appunto un termine denotante l’inizio.


Ma così cadeva in pezzi tutta la ricostruzione: che rotolo era mai questo, nel quale — a tacer d’altro (disegni para- michelangioleschi e bestiari e zodiaci, paesaggi e vignette) — il proemio generale si trova accanto alle prime righe del libro II? La ragionevolezza spinse Bärbel Kramer a proporre una via d’uscita: «Il rotolo contiene estratti!». Così essa scrisse nel suo saggio del 2006, di cui oggi l’edizione Led di Artemidoro suggerisce di non tener conto. Ma la teoria «estratti» era catastrofica: oltre tutto come si sarebbe potuto dimostrare che erano estratti presi tutti dal medesimo autore? Insomma, veniva meno ogni ragione per rifilare all’innocente Artemidoro quel proemio bizantino-ottocentesco. E il grande reperto di «estese porzioni della Geografia di Artemidoro» svaniva nel nulla (a tacere, ripetiamo, delle innumerevoli ragioni che escludono si possa rifilare al vero Artemidoro le colonne IV e V: su ciò cfr. Il papiro di Artemidoro, Laterza).

Ecco allora la trovata disinvolta: cambiamo la traduzione! E così oggi nell’edizione Led (p. 196) «chi intende dedicarsi» è diventato «colui che si dedica»: simpatico sforzo volto a far scomparire l’esplicita nozione di inizio, di cominciamento. Come dire: si fa quel che si può.
Per circa dieci anni — dal lontano 1998 — gli editori hanno assunto come cardine e architrave della loro avventura artemidorea che la colonna IV (righi 1-14) del papiro corrisponde al fr. 21 Stiehle. Sul modo in cui quel frammento è tramandato avevano le idee a dir poco confuse, per non dire aberranti. Quello che doveva restare fuori discussione era che fr. 21 essendo Artemidoro, anche col. IV (e dunque tutto il papiro) è Artemidoro. (Ovviamente il ripiegamento Kramer verso l’ipotesi «estratti» faceva traballare la deduzione estesa all’intero papiro). Per circa due anni abbiamo documentato con dovizia di prove che fr. 21 è Marciano (un brano tratto dalla Epitome artemidorea, edita da Marciano sotto il nome di Artemidoro). Tale constatazione, che si accorda perfettamente con le analisi svolte da Margarethe Billerbeck sul testo di Stefano di Bisanzio, comportava che, se colonna IV, 1-14 = fr. 21 (i.e. Marciano), anche colonna IV, 1-14 è Marciano. Dunque, addio Artemidoro (e addio papiro dell’età di «Cleopatràs lussuriosa»). La risposta a questa palmare verità fu, per lungo tempo, la sordità totale.


Avevamo anche con insistenza mostrato che col. IV, 1-14 presenta ritocchi (peggiorativi) ed errori di fatto rispetto a fr. 21. Non ripeteremo qui la dimostrazione. Il lettore può trovarla riassunta in Quaderni di storia 67, pp. 287-294. Questo genere di ritocchi peggiorativi ed errori porta recta via all’attribuzione di col. IV, 1-14 (e quindi del contesto) ad un falsario moderno. Oltre all’inclusione, in quei 14 sventurati righi, di due errate congetture moderne e di un vero e proprio errore di stampa, si trattava anche di un marchiano errore storico: l’inclusione nella Hispania Ulterior dell’«intera Lusitania».


Via via che il tempo scorreva ci rendemmo conto che l’escamotage disperato avrebbe potuto essere un repentino «contrordine», e cioè: fr. 21 è Marciano (Deo gratias!) ma colonna IV, 1-14 è Artemidoro proprio perché qua e là diverso…
Prevedendo tale gesto disperato fornimmo, al principio di gennaio 2008, il quadro chiaro delle conseguenze paradossali di un tale improvviso revirement (Quaderni di storia 67). Tra l’altro si perveniva all’assurdo di far dire ad Artemidoro quella sciocchezza sulla Hispania Ulterior e di far dire invece l’esatto contrario al suo epitomatore (fr. 21).


L’edizione Led (p. 213) ha compiuto il miracolo. Ciò che avevamo previsto si attua: fr. 21 diventa Marciano, con una levitas e naturalezza degna del manniano cavalier Cipolla, mentre colonna IV, 1-14 è Artemidoro proprio per quelle diversità che invano avevamo segnalato per due anni. Ma ovviamente il cavalier Cipolla non si perde d’animo: ciò che gli scomoda non esiste, e dunque Quaderni di storia 67 non appare mai nella pur straripante bibliografia del mastodonte Led, né si tiene alcun conto di quegli adynata che l’adozione dell’ipotesi disperata inevitabilmente comportava. E poiché la questione Lusitania è troppo ingombrante, due parole andavano dette: la soluzione adottata, alquanto surreale, è stata che con «Lusitania tutta» l’autore intende far riferimento alla nozione geografica, non politica, di Lusitania! Non si rendono evidentemente conto del fatto che la «nozione geografica» di Lusitania è di gran lunga più vasta del territorio incluso, da Augusto in avanti, nella ormai provincia di Lusitania: il che renderebbe l’affermazione di col. IV, 13-14 (la Ulterior comprende «la Lusitania tutta») ancora più inverosimile.
E questo basterebbe. Diceva il grande Paul Maas che un solo argomento davvero probante basta, cento deboli non servono.

***

Novità
«Ma come fa a essere un papiro di Artemidoro?» (pp. XIV-210,€17)è il titolo del nuovo libro delle Edizioni di Pagina in cui Luciano Canfora e Luciano Bossina si confrontano con la edizione critica del papiro per ribadire la tesi che si tratti di un falso. Il volume, cne esce in questi giorni in libreria, è scritto in quattro diverse lingue (italiano, inglese, francese e tedesco) per favorirne la diffusione presso la comunità scientifica internazionale

***

I critici - L’analisi filologica e storico-artistica del testo

“Le contestazioni, da Calvesi a Cavina”

Nella contesa sul papiro di Artemidoro, gli storici dell’arte si vanno schierando con Luciano Canfora, a favore della tesi che il contestato reperto sia in realtà il prodotto di una contraffazione risalente al XIX secolo. Dopo l’articolo di Maurizio Calvesi apparso sul Corriere della Sera il 7 aprile scorso, ora tocca a un’altra voce autorevole, Anna Ottani Cavina, intervenuta l’11 giugno su Repubblica.
La docente dell’Università di Bologna, attraverso un’analisi delle figure presenti nel reperto, giunge alle seguenti conclusioni: «La percezione dell’antichità, nelle teste disegnate sul papiro, rivela a mio parere un timbro arcaizzante (non arcaico) sulla scia di una ricerca neoprimitiva che dalla fine del Settecento percorre gran parte dell’Ottocento». Insomma, niente a che fare con il mondo classico, visto che emergono «elementi contemporanei», i quali oltretutto «si leggono senza difficoltà, perché le lacune del papiro non compromettono la comprensione dell’immagine, colpita parrebbe da bombe intelligenti che girano intorno agli studi di teste (…), senza mai centrare il cuore del disegno». Non a caso, sulla base di questa «risposta plausibile» offerta da Anna Ottani Cavina, i redattori di Repubblica — quotidiano sul quale in precedenza era intervenuto Salvatore Settis, paladino dell’autenticità, per confermare l’attribuzione ad Artemidoro — hanno intitolato il suo articolo «Un papiro di pieno Ottocento».
E’ la medesima opinione esposta da Canfora e da altri studiosi nel volume Il papiro di Artemidoro (Laterza), in cui si ipotizza che a confezionare l’enigmatico reperto sia stato il falsario greco Costantino Simonidis, vissuto appunto nel XIX secolo. Una ricostruzione avvalorata da Calvesi, secondo il quale il sulfureo Simonidis, nel suo lavoro di contraffazione, avrebbe tratto «alcuni concetti e alcune parole, nonché lo stesso clima retorico» da un’opera del geografo tedesco Carl Ritter (1779-1859).
R.C.

Jun
12th
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Festival del mondo antico di Rimini: la X edizione

[NdR:

Segnalo, in particolare, all’interno di quest’edizione, il dibattito sul Papiro di Artemidoro
Domenica 15 Ore 16.30 
Rimini, Corte degli Agostiniani
“Dialoghi”
IL PAPIRO DI ARTEMIDORO
Conversazione tra Luciano Canfora, Cinzia Dal Maso, Franco Farinelli.
In caso di maltempo: Teatro degli Atti
Di seguito una presentazione dell’edizione di quest’anno:]
- - -
Repubblica 28 maggio 2008   - BOLOGNA
“Tra scavi, processi, abbuffate festival nella Roma imperiale”

Anna Tonelli 

E’ stato inaugurato quando ancora non aveva una ‘casa’ . Ed ora che il Festival del mondo antico di Rimini compie dieci anni può riappropriarsi della domus del chirurgo, racchiusa in una teca di mattoni e cristalli, dopo anni di abbandono e frenate ad uno scavo interminabile. Non a caso la kermesse del passato sarà aperta il 12 giugno dal convegno «Medici e pazienti nell’ antica Roma», in cui si parlerà di dottori e malati nell’ età augustea. Ma, come in tutti i festival che si rispettino, si susseguiranno 160 eventi in quattro giorni di sagra romana (fino al 15): letture e film, commenti magistrali e processi pubblici, libri e scavi, mostre e visite guidate, abbuffate e giochi, regate sotto il ponte di Tiberio o pedalate lungo i sentieri romani, dal mattino degli itinerari a piedi o in bici ai congedi di mezzanotte, a base di note e parole dentro la domus. Sono 96 ore in cui Rimini mette in mostra il suo cuore antico, come hanno sottolineato gli organizzatori presentando ieri a Bologna il festival, che s’ avvale della collaborazione dell’ Istituto regionale dei Beni Culturali. Un programma collaudato, pur senza sostanziali novità, secondo linee collaudate ormai da tutti i festival: indovinata la formula, si prosegue nella stessa direzione, secondo lo schema calcistico ‘squadra che vince non si cambia’ .

Nel labirinto di incontri e spettacoli, va segnalato lo scavo in diretta della vicina necropoli etrusco-villanoviana di Verucchio, insieme ai reportage di missioni archeologiche italiane in Cirenaica e Samarcanda. Per trovare esempi di malaffare tra corsi e ricorsi della storia, sarà ricostruito un processo penale romano intitolato «L’ odore della morte».

Immancabili i commenti magistrali, ovvero le letture sceniche di testi antichi chiosati da filosofi e studiosi: Umberto Curi s’ interroga su «Meglio non essere mai nati?», Matteo Castellucci esplora «Il latino di Pascoli», il trio Alessandro Aresu-Massimo Cacciari-Ivano Dionigi affabula su «Il mare degli antichi, il mare dei moderni», Alberto Angela orienta il pubblico «Per le strade della città romana». Perché il passato non sia solo storia, ma anche presente, ecco pronto il web, dove al sito http://antico.comune.rimini.it/ è registrato un soggettario con 74 voci che da «Acaus» a «Yoga» riassume la mappa del festival.

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