16th
Antonio Ferrari
dal nostro inviato ATENE - Della presenza italiana in Grecia non è soltanto un’ istituzione. È un sigillo di qualità. È un anello prezioso per ricordare e cementare, contro l’ usura del tempo e l’ incalzare della superficialità, la culla greco-romana della nostra cultura e della nostra civiltà. Nel 2009 la Scuola Archeologica italiana di Atene compie cent’ anni. Anniversario importante che meriterebbe di essere celebrato con tutti gli onori. Onori che vengono riconosciuti e tributati da analoghe Scuole straniere che hanno radici ancora più antiche della nostra: la Francia, che inaugurò il proprio istituto nel 1846, la Germania, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti.
Ma se i nostri partner archeologici ci invidiano la capacità di aver prodotto miracoli con pochi mezzi (formazione, corsi, pubblicazioni, ricerche, missioni), noi siamo stati tempestivi, come al solito, nel farci del male. L’ anno scorso, sotto la scure della Finanziaria, stava per finire in frantumi proprio la Scuola Archeologica italiana di Atene, ridotta al rango di «ente improduttivo», quindi «inutile», da sacrificare ai necessari tagli della spesa pubblica.
Chiariamo subito che il bilancio della Scuola non è nulla di clamoroso, e tantomeno si può considerare uno spreco. Era ed è inferiore a un decimo di quello che costerà all’ Inter, per un anno, José Mourinho. «Questo denaro, teoricamente poco più di 800 mila euro, in pratica ridotto a 640 mila con i nuovi tagli, serve a malapena per pagare gli stipendi - dodici persone - e le borse di studio. Ma non abbiamo il denaro per pagare la luce, il gas, per offrire un contributo simbolico alle dodici missioni che operano sull’ intero territorio della Grecia, per le pubblicazioni e per la manutenzione dei cinque edifici storici di proprietà della scuola. I professori? Vengono a insegnare gratuitamente. Quest’ anno si sono pagati persino il viaggio», dice con disappunto Emanuele Greco, direttore della Scuola, appena nominato cavaliere al merito della Repubblica. Cavaliere che, se non si interverrà in fretta, rischia di diventare il liquidatore dell’ istituzione. «Sì, perché senza qualche aiuto saremo costretti a chiudere. Alcuni leader politici, tra cui Piero Fassino, che ha a cuore il nostro destino, mi avevano suggerito di trovare un generoso mecenate, ma io vorrei che fosse lo Stato, che fosse l’ Italia a provvedere alla nostra sopravvivenza».
Quando il re ellenico Giorgio I inaugurò la Scuola, fondata il 9 maggio 1909, il rappresentante di Vittorio Emanuele III si scusò del ritardo rispetto agli altri Paesi europei sostenendo che l’ Italia, fresca di unità dopo la guerra d’ indipendenza, aveva dovuto concentrare gli sforzi sui propri beni archeologici: Paestum, Pompei, Agrigento, Taormina… E questo, nonostante le nostre missioni fossero presenti assai proficuamente in Grecia, soprattutto nell’ isola di Creta, dal 1884. Superando difficoltà di ogni genere, come quelle che affiorarono prepotentemente durante il secondo conflitto mondiale, quando il 28 ottobre del 1940 Mussolini dichiarò guerra ad Atene.
Tuttavia, nonostante il conflitto, la Scuola Archeologica non scomparve. Rinacque più forte di prima. Almeno fino a quando la politica dei tagli ha cominciato a indebolirla. Prime avvisaglie alla fine degli anni 90, più o meno quando si decise di chiudere lo storico Consolato generale d’ Italia a Salonicco, degradandolo a «onorario». Tutto ciò accadeva mentre le altre missioni diplomatiche, attratte dalle opportunità commerciali, finanziarie e soprattutto strategiche, alla fine delle guerre balcaniche, raddoppiavano il personale nella seconda città della Grecia. Nel 2000, un giornale italiano di partito ironizzava sulla Scuola Archeologica, definendo il modesto finanziamento pubblico che le viene accordato «un obolo per gli dei di Atene». Le critiche sono salite di tono, fino a quando, alla fine dell’ anno scorso, è stata avanzata la proposta di chiusura, da presentare nella Finanziaria per il 2008. Il salvataggio avvenne in zona Cesarini, grazie agli interventi degli allora ministri Sandro Bianchi e Pierluigi Bersani, che era pronto a chiedere in Parlamento di dirottare una piccola parte dei suoi fondi ministeriali alla Scuola (ma l’ emendamento non fu discusso in aula), e «in particolare a due colti funzionari dello Stato - ricorda il professor Greco -: Vittorio Grilli e Mario Canzio. Se siamo riusciti a sopravvivere è anche merito loro».
È assai amaro, il direttore della Scuola. «Che cosa posso fare? Abiurare la cultura, sottopormi alle lusinghe dell’ ignoranza dilagante e aprire una palestra per veline? Ci sono ragioni storiche ma anche di opportunità politica per evitare la morte dell’ istituto. Non dimentichiamo che l’ Italia è il primo partner della Grecia. Chiudere, quindi, sarebbe umiliante anche per i nostri ospiti». Per il 2009, Greco aveva pensato di produrre un film-documentario sulla storia della Scuola, due convegni e a una mostra in una prestigiosa sede romana. Ma resistere, da qui al 9 maggio prossimo, non sarà facile. Chi può salvare il futuro della Scuola, chi vuol raccogliere l’ invito del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a puntare sulle nostre istituzioni culturali e sulle nostre radici umanistiche, si faccia l’ esame di coscienza. E soprattutto si faccia avanti.
Il primo ritratto di Cesare? Conviene mantenere cautela, cfr. le giuste considerazioni di Cinzia dal Maso su Repubblica, che cita la scettica prof. Mary Beard di fronte alle certezze francesi (il busto è stato ritrovato ad Arles, ripescato dal Rodano)
“Bellezza antica e bruttezza moderna” (ovvero, La bellezza degli edifici antichi dipende solo dal fatto che sono rovine? ): Torino, 11 maggio 2008, alla Fiera del Libro, dibattito tra Paul Zanker e Franco La Cecla.
[NB: minuti 57’ 58”, copyright Radio Radicale; il bel libro di Zanker l’avevo segnalato qui ]
Presentata a Roma la mostra della scultura, che è una scommessa
La Grecia al Te, azzardo seducente
Dopo il lancio a Milano, Settis la Brioni e Voceri nella sede della stampa estera Roma, via dell’Umiltà. Associazione stampa estera in Italia. Approda qui, dopo la tappa milanese, la presentazione de “La Forza del Bello”, la mostra che dal 29 marzo al 6 luglio sarà allestita nelle Fruttiere e nelle sale affrescate del Te. Un’idea, oltre cento opere, investimenti per circa tre milioni e mezzo di euro. Una sfida che vuole illustrare, narrativamente, la presenza dell’arte greca sul territorio italiano. Nel tentativo, non semplice, di avvicinare oggetti molto distanti tra loro, nello spazio e nel tempo. «Qualcuno sostiene che si fanno troppe mostre - esordisce l’ideatore Salvatore Settis -. Viene da chiedersi il perché». Cosa deve avere un’esposizione per meritare la sua realizzazione? «Produrre nuove conoscenze», risponde il direttore della Normale di Pisa. Il costo organizzativo, quindi, può essere compensato solo dall’acquisizione di ulteriori saperi. È a quel punto che ne varrà la pena. Si gioca tutto sulla qualità, sul bello. Un nome semplice per un concetto complesso, tutt’altro che ovvio. Il bello come energia, eleganza, sfrenatezza. Il bello come corpo, maschile o femminile che sia. Il bello come insieme di categorie sempre identiche a se stesse e universalmente valide. E al Te il bello approderà da ogni parte del mondo. Italia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia e Spagna sono solo alcuni dei Paesi che hanno collaborato alla messa in atto di un progetto tanto ambizioso. Vi saranno copie di opere perdute, alti esempi di collezionismo. E poi rilievi, vasi e ritratti in marmo, bronzo, argilla o terracotta. Oltre cento esemplari esposti per la prima volta, contemporaneamente, nelle sale affrescate da Giulio Romano e nelle Fruttiere. «Ma l’obiettivo - ha sottolineato Maria Luisa Catoni, curatrice della mostra con Settis - non è solo quello di mostrare il bello. Ma dare visibilità anche alla discontinuità del processo artistico, fatto spesso di lunghi silenzi e salti temporali». La sfida, come ha evidenziato il presidente del Centro Te, Enrico Voceri, sta soprattutto nella scelta della scultura. Un genere che il Centro affronta per la prima volta, un azzardo che sa di seduzione. L’esposizione, che si avvale dell’allestimento di Andrea Mandara, si articola in tre sezioni. La prima comprende opere di artisti greci importate in Italia, o prodotte da ellenici che si sono trasferiti nella penisola già dal VII secolo a.C. Si tratta di esemplari in cui l’arte greca sviluppa il suo tratto distintivo: un’accentuata attenzione al corpo umano nei suoi valori di energia ed eleganza. E una volta assoggettata, la Grecia conquistò i suoi selvaggi vincitori. È la seconda sezione a raccogliere i frutti della “moltiplicazione” dell’arte greca sul territorio romano. La memoria di tanto splendore resta ben viva anche dal Medioevo all’Ottocento, tema della terza parte de “La Forza del Bello”. Un viaggio lungo secoli attraverso tratti inconfondibili. La cura meticolosa delle fattezze umane, del nudo. L’eleganza dei panneggi, il senso dell’equilibrio e la misura delle proporzioni. Frutto di un’idea che inizialmente, confessa Settis, non aveva neppure una collocazione geografica. «Questa mostra non è nata per Palazzo Te - ha ammesso lo storico dell’arte -. Si è ipotizzato di collocarla in tanti luoghi, tra cui Roma, ma l’idea di portarla a Mantova mi ha sedotto immediatamente. È una città che investe molto sulla cultura, e lo fa in modo intelligente». (…)
[didascalia: Cratere a calice pestano a figure rosse con Europa sul toro / Paestan red-figure calyx krater with Europe on a bull - Firmata dal ceramografo Assteas, ca. 350-340 a.C. - già J. Paul Getty Museum, Malibu]
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Il Getty Museum ed altre istituzioni museali americane hanno “restituito” all’Italia, dopo laboriose e complesse trattative, una serie di pezzi antichi (67), colà esposti, di sicura provenienza italiana, frutto di esportazione clandestina (ulteriori informazioni sul sito del MIBAC, qui http://www.beniculturali.it/sala/dettaglio-comunicato.asp?nd=ss,cs&Id=2595).
Orbene, uno di questi capolavori antichi – attualmente in esposizione in una mostra al Quirinale (fino al 21/3: dal significativo titolo “Nostoi”: ritorni –e di un’”odissea legale” per farli tornare parla anche la stampa estera, qui http://www.beniculturali.it/pdf/18122007NYT.pdf) – è un celebre vaso di Assteas, il “ratto d’Europa”, qui proposto in immagine (proveniente da Sant’Agata dei Goti, l’antica Saticula, nel Sannio beneventano: si pensi che il tombarolo lo cedette per un maialino e un milione, mentre poi il Getty nel 1981 lo acquisì per 380.000 dollari…).
Ecco come, a tale proposito, Eva Cantarella – prendendo spunto dal mito di Europa rapita da Zeus qui raffigurato- sulle pagine del Corriere del 20/12 propone una riflessione sul preteso “scontro di civiltà” tra Oriente ed Occidente: in realtà si tratterebbe, al contrario, di un “legame profondo”, come testimoniato – tra l’altro – anche dall’arte di Assteas (è interessante notare come anche Godart, nel presentare la mostra, sulla cui locandina, non casualmente, spicca l’immagine della statua di Vibia Sabina, nipote di Traiano e moglie di Adriano, così commenti, attualizzando uno dei “messaggi” di quest’ulteriore capolavoro dell’arte antica, stavolta romana: “Vibia Sabina era la sposa di un uomo di Stato che volle porre fine alle conquiste territoriali dell’impero per dedicarsi alla loro gestione e promozione culturale. “Cedant arma togae” potrebbe essere il motto del principato di Adriano ed è un ottimo viatico per la nostra mostra).
Come non unirsi, infine, agli auguri del ministro Rutelli?: “Visitare al Quirinale la Mostra “Nostoi. Capolavori ritrovati”, sotto gli auspici del Capo dello Stato, rappresenta uno dei più bei doni che il Natale 2007 e il nuovo anno 2008 possano portare agli italiani”. Ed effettivamente sono presentati strepitosi capolavori: oltre a quelli summenzionati, basti citare l’Euphronios Vase, con la deposizione di Sarpedonte, dal MET oppure il cosiddetto Getty Birds Vase e il Choregoi Vase, entrambi dal Getty, tra le più importanti testimonianze di scene teatrali “illustrative “ della commedia greca (si pensi a come Taplin le ha messe a frutto nel suo seminal work, Comic Angels, del 1993)… Una mostra davvero da non perdere!
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Corriere della Sera 20 dicembre, 2007
Un vaso, una leggenda Zeus, l’ amore, l’ Oriente. Per una volta senza violenza
Europa rapita con «dolcezza» Il mito nega lo scontro di civiltà
«Nostoi», li hanno chiamati; «ritorni», come quelli degli eroi greci, come il celebre viaggio di Ulisse verso Itaca. Tra i capolavori rientrati uno, in particolare, ha, accanto allo straordinario valore artistico, uno speciale valore simbolico: è il celebre cratere a calice ove è rappresentato il cosiddetto «ratto di Europa», la ragazza dalla quale prende il nome il nostro continente. Di notevoli dimensioni (60 centimetri di diametro e 71,2 di altezza), il vaso proviene dall’ antica città sannitica Saticula, oggi Sant’ Agata dei Goti, in provincia di Benevento, e al centro della fascia a palmette che corre sotto la scena figurata reca la firma di Assteas (Assteas egrapse), noto pittore attivo a Paestum sulla metà del IV secolo avanti Cristo.
Inserendola in una cornice pentagonale, sopra i cui angoli superiori ha dipinto sei immagini, il pittore ha rievocato in questa scena il mito di Europa, la giovane, bellissima figlia del re fenicio Agenore. Un giorno, racconta il mito, vedendo Europa che giocava con un gruppo di amiche sulla spiaggia di Tiro, sulle coste dell’ Asia minore, Zeus se ne innamorò, e abituato com’ era a soddisfare i suoi desideri ricorse a una delle tante metamorfosi di cui usava servirsi per raggiungere i suoi scopi. Nella specie, assunse l’ aspetto di un bellissimo toro bianco, e andò a stendersi ai piedi di Europa. Affascinata dalla sua docilità, la ragazza dapprima accarezzò il suo mantello, poi lo abbracciò, infine salì sulla sua groppa: e a questo punto il toro, con il preziosissimo carico, si gettò nelle acque del mare, e nuotò sempre più lontano, oltre Cipro e il Dodecaneso, fino a raggiungere Creta.
Il mito di Europa, dunque, lega il nostro continente a quello asiatico da un rapporto che, contrariamente a quel che si potrebbe pensare, non è una delle tante violenze sessuali di cui la mitologia greca abbonda. I greci, come il vaso dimostra, vedevano la storia tra Europa e Zeus come una storia d’ amore: perché mai, se non l’ avesse considerata tale, il pittore avrebbe inserito, nel cielo, sopra la testa di Europa, l’ immagine di Pothos, simbolo di un desiderio amoroso chiaramente ricambiato. L’ atteggiamento di Europa, inoltre -mentre il toro nuota in un mare in cui, tra pesci e altri animali marini stanno Scilla (con in mano un tridente) e Tritone (con in mano un remo)- non è affatto quello di una donna spaventata, atterrita da una minaccia o un pericolo. A questo si aggiunga che sopra gli angoli superiori della cornice in cui è inserita la scena principale, Assteas ha dipinto, a destra, un piccolo Eros, la dea dell’ amore Afrodite e Adone. Se avesse voluto rappresentare una scena di violenza, presumibilmente avrebbe scelto personaggi diversi. E per finire a favore dell’ interpretazione «amorosa» del mito interviene il seguito della storia di Zeus ed Europa: quando finalmente tocca la terra di Creta, il toro divino cerca un luogo adatto a celebrare l’ unione, e individua un platano secolare, alla cui ombra appaga finalmente il suo desiderio. Quindi, per ringraziare l’ albero che ha offerto riparo al suo amore, gli concede due doni. Il primo è quello di non perdere mai le foglie (ecco perché il platanus orientalis, come i botanici chiamano la varietà mediterranea, è l’ unico tipo di platano sempreverde); il secondo consiste nella capacità di rendere feconde le giovani spose che dormiranno sotto i suoi rami. Difficile a credere, ma ancora oggi i cretesi attribuiscono questo potere a un lontanissimo erede del platano originario, che si trova nel perimetro degli scavi dell’ antica città di Gortina, e raccontano che sino a pochi anni or sono a volte, al mattino, al mattino, di trovare giovani donne addormentate alla sua ombra. Ma questo non è tutto: a confermare il legame amoroso tra Zeus ed Europa sta il fatto che questa diede al dio tre figli, uno dei quali era Minosse, il primo, mitico legislatore cretese, che nell’ Odissea, durante la visita di Ulisse all’ Ade, viene presentato come giudice delle anime, e come tale ritorna nel mito platonico delle anime, al termine del Gorgia. Uno dei personaggi mitici più importanti per i greci, dunque, è figlio della ragazza venuta dall’ Asia: il mito di Europa stava a segnalare il legame profondo tra Oriente e Occidente, non ancora turbato dall’ inimicizia che sarebbe esplosa, secoli dopo, di fronte alla minaccia persiana. E’ molto importante che il cratere di Assteas sia rientrato in Europa. Quel che esso ricordava ai greci è qualcosa che anche noi dovremmo ricordare, molto più spesso di quanto non facciamo.
ROMOLO e REMO Perché una civiltà si fonda sul mito
VENERDÌ 23 NOVEMBRE 2007 DIARIO DI REPUBBLICA
NB: per l’articolo originale dell’archeologo a commento delle recenti scoperte archeologiche sul Palatino, cfr. qui