Durante l’incontro “Un’Europa cristiana?” (Roma 28/10/2010, in un confronto con monsignor Fisichella, a seguito del numero monografico di ItalianiEuropei 3/2010 sul tema), sollecitato dal moderatore Piero Schiavazzi, D’Alema ritorna sul paragone tra se stesso ed Aiace Telamonio, offerto in un’intervista di qualche tempo fa, in cui si paragonava alla solida trincea degli Achei, l’eroe rimasto a presidiare le navi mentre il nemico (fuori di metafora, la destra) minacciava di appiccar ossimoricamente fuoco alle liquide schiere veltroniane…
“D’Alema: “Io sono come quel personaggio minore dell’Iliade, Aiace Telamonio. Ha presente? Il cugino di Achille, quello che combatteva un passo dietro agli eroi. Ma guarda caso, era quello che gli achei chiamavano sempre, all’ultimo momento, quando tutto era perduto e c’era da salvare le navi bruciate dai troiani…”
In realtà qui, nell’incontro romano, D’Alema precisa che il paragone si riferiva alla combattività, al carattere di quell’eroe: il solerte intervistatore aveva precedentemente sottolineato che Aiace appare nell’Iliade un guerriero “laico” - che non invoca mai l’aiuto degli dèi (pagani…)-, ma D’Alema, semmai, del parallelismo riprende l’augurio che non gli càpiti identico fato, cioè di venire onorato solamente post-mortem, così come il “pietoso flutto” secondo la tradizione postomerica aveva depositato sulla tomba di Aiace Telamonio, infine, le armi d’Achille, già assegnate all’astuto Odisseo (nella registrazione di Radio Radicale, si ascolti a partire dal minuto 55 circa).
In effetti, come si vede, qui riemerge, seppur rimosso, un interessante tratto caratteriale di D’Alema: certo, all’epoca della segreteria veltroniana non impazzì come l’Aiace sofocleo menando fendenti notturni alle truppe del PD, dopo che la primazia di miglior politico nel campo degli Achei-Democratici fu assegnata con le Primarie all’astuto Veltroni-Odisseo, abile nella parola, sebbene meno valoroso nelle concrete battaglie politiche quotidiane, ma ancor oggi il presidente della FEPS non è disposto a veder riconosciuti i propri meriti solamente dai posteri, post mortem (politica, s’intende: al termine di una carriera in prima fila) - anzi! spontaneamente da parte del partito gli si sarebbero dovuti attribuire simili onori, senza che l’orgoglioso capo delle schiere ex-comuniste del PD ne facesse richiesta (cfr. Ovidio, Metamorfosi XIII, 97: “Aiax armis, non Aiaci arma petuntur”).
In ogni caso, dal punto di vista di un classicista, è interessante notare in primo luogo come D’Alema valorizzi una variante del mito d’Aiace effettivamente non presente nei poemi ciclici postomerici (se si pensa ai fatti narrati nell’Etiopide e, soprattutto, nella Piccola Iliade si evince una sepoltura priva di onori funebri - semmai presenti nella tragedia sofoclea), ma ben nota nella tradizione italiana perché discendente dall’ “alessandrinismo foscoliano” dei Sepolcri (vv. 215-225)
E se il piloto ti drizzò l’antenna
oltre le isole Egee, d’antichi fatti
certo udisti suonar dell’Ellesponto
i liti, e la marea mugghiar portando
alle prode retèe l’armi d’Achille
sovra l’ossa d’Aiace: a’ generosi
giusta di glorie dispensiera è morte;
né senno astuto, né favor di regi
all’Itaco le spoglie ardue serbava,
ché alla poppa raminga le ritolse
l’onda incitata dagl’inferni Dei.
dove viene recuperata una variante mitica attestata in Pausania e in un epigramma dell’Antologia Palatina: cfr. Pausania, I.35,4 (“Sul giudizio per le armi (di Achille), ho sentito una storia raccontata dagli Eoli che più tardi colonizzarono Ilio: affermano che, quando Odisseo fece naufragio, le armi furono portate dalle onde presso la tomba di Aiace”) e l’Anonimo dell’Antologia Palatina, Libro Nono, Epigrammi epidittici 115:
«Ebbe per mala sentenza dei Greci lo scudo d’Achille,/
che d’Ettore si bevve il sangue, Odisseo:/
l’onda alla naufraga poppa lo tolse, fissando l’approdo:/
Itaca no, ma il tumulo d’Aiace./».
[secondo la variante di Filostrato Eroico 35.14, invece, Odisseo stesso avrebbe sentito il dovere di riporre le armi, mal acquistate, sulla tomba dell’eroe, incontrando il plauso degli Achei ma l’opposizione, su basi religiose, di Teucro]
ed in secondo luogo notare altresì come, nel menzionare nel proprio intervento verbatim il “pietoso flutto” D’Alema effettui un calco verbale quasi testuale dalla poesia di Vincenzo Cardarelli:
“E il flutto pietoso, / il mutevole flutto, più sagace / dell’umano giudizio; più costante / della fortuna, / sul tuo tumulo alfine le depose” (Aiace) Vincenzo Cardarelli, in Opere a c. di C.Martignoni, Milano, 1981, p.19
Per concludere: D’Alema dimostra un classicismo nutrito di Omero, Foscolo e Cardarelli, mettendo tra parentesi invece gli aspetti più inquietanti - e predominanti nel mito greco- della figura di Aiace Telamonio.
Peccato, perché la figura del protagonista tragico sofocleo avrebbe potuto suggerirgli altri, interessanti, parallelismi (come già all’epoca qualcuno gli fece notare): per un leader molto spesso tacciato di hybris, proprio in forza delle considerazioni sopra illustrate, potrebbe rivelarsi un interessante esercizio spirituale (a maggior ragione visto il tema del convegno romano) la meditazione su un eroe di patologico orgoglio, tanto da ritenere di essere il migliore del proprio schieramento nello scontro quotidiano col nemico; su un eroe che, vistosi soppiantato nella primazia da un altro leader, che stimava inferiore ma più dotato nell’arte demagogica di ottenere consenso con la parola, ne impazzì d’ira, tanto da arrivare a nuocere alle risorse vitali del proprio stesso schieramento, nell’oscurità. O mythos deloi…