Il nobel Tranströmer ed Orazio

L’ottantenne poeta svedese Tomas Tranströmer ha vinto il premio Nobel 2011 per la letteratura.

Leggo, qui, una bella presentazione, in cui il poeta parla del proprio legame con la cultura latina prima, e poi italiana:

«Al ginnasio dovevamo tradurre Orazio, mi interessavano le forme latine (…) Poi l’endecasillabo dantesco. E ancora, tra i vostri autori, Quasimodo, Calvino, Montale, Ungaretti, Mario Luzi».

Ed in effetti l’influenza sul giovane Tranströmer dei propri studi liceali (studiò latino al gymnasium latino di Södra, a Stoccolma) è stata dal poeta stesso efficacemente raccontata in appendice ad un’importante raccolta poetica del 2006 (vado a citare dall’edizione inglese: The great enigma: new collected poems [1954-2004], trad. R.Fulton), nella sezione conclusiva, in prosa, una sorta di riflessione retrospettiva a mo’ di diario (“Memories Look at Me”, pag. 255segg).

Tranströmer iniziò ad usare nell’estate dopo la maturità, via Orazio, la strofe saffica e l’alcaica. La motivazione è memorabile, e merita di essere riproposta, a proposito di classici “nostri contemporanei” o, più nello specifico, riguardo al tema dell’eredità e modelli classici nella poesia contemporanea:

“Classical meters - how did I come to use them? The idea simply turned up. For I regarded Horace as a contemporary. He was like Rene Char, Oskar Loerke, or Einar Malm. The idea was so naive it became sophisticated”.

E’ interessante, più in generale, l’intero racconto delle esperienze scolastiche ginnasiali di Tranströmer come discente di latino, intrecciate con la maturazione della propria vocazione poetica.

“In the course of my penultimate year at school, my own brand of modernistic poetry was in production. At the same time I was drawn to older poetry, and when our Latin lessons moved forward from the historical texts on wars, senators, and consuls to verses by Catullus and Horace, I was carried quite willingly into the poetic world presided over by Bocken [NdR: il suo professore di latino e greco, Per Venström, alias Pelle Vänster (vänster = sinistra), alias Bocken (capra), dalla bianca barba e dall’aspetto simile a Dracula].

Viene narrato, in divenire, come una lezione di traduzione dal latino possa far rivivere nell’alunno la forza della poesia classica. T. racconta un’illuminante esperienza didattica, nel corso di una traduzione sotto la guida del summenzionato prof. di latino (peraltro poeticamente ottuso: “a person … utterly immune to Horace”… “He belonged to the category of human being that was quite impossible to imagine in a role other than that of schoolteacher. In fact, it could be said that it was hard to envisage him as anything other than a Latin teacher”), che mai capì quanto il proprio allievo fosse “captivated by those classical stanzas”.

Così insomma, nella Svezia dell’immediato dopoguerra, si continuava a studiare il latino: a partire dal contatto con la traduzione dei grandi autori classici. La scenetta rievocata da Tranströmer merita di essere riportata per esteso; si tratta dell’incontro con Orazio, autore come s’è detto quanto mai significativo per T. (Carmina, II, 3):

Plodding through verses was educative. It went like this.
The pupils first had to read out a stanza, from Horace perhaps:

Aequam memento rebus in arduis
servare mentem, non secus in bonis
ab insolenti temperatatam
laetitia, morituri Delli

Bocken would cry out: Translate!” And the pupil would oblige:

With an even temper… aah… Remember that in an even temper… no… with equanimity… to maintain an even temper in difficult conditions, and not otherwise… aah… and like in fav-… favorable conditions… aah… abstain from excessive… aah… vivacious joy O mortal Dellius…

Operazione questa, del tradurre parola per parola, apparentemente terra-terra, ma proprio da quest’operazione preliminare scatta improvvisa, come racconta T., l’elevazione data dal comprendere e rivivere la parola poetica, nutrimento di speranza, che dà ali, nel caso di T., ad una precoce vocazione propria:

 
“By now the luminous Roman text had really been brought down to earth. But in the next moment, in the next stanza, Horace came back in Latin with the miraculous precision of his verse. This alternation between the trivial and decrepit on the one hand and the buoyant and sublime on the other taught me a lot. It had to do with the conditions of poetry and of life. That through form something could be raised to another level. The caterpillar feet were gone, the wings unfolded. One should never lose hope!”

“One should never lose hope”: mai perdere speranza. Neppure la speranza in un Nobel ormai dichiaratamente inatteso, che arriva ad ottant’anni, dopo un ictus che dal 1990 lo ha privato della voce ma non della parola poetica.