Amor di verità sullo pseudo-Artemidoro”
Caro Direttore, invocando soprattutto l’amor di verità che nel Suo giornale è la regola, mi corre l’obbligo di rettificare le inesattezze gravi in cui è incorso il dott. Callieri nella lettera apparsa il 19/11 a p. 36: 1) le pubblicazioni sullo pseudo-Artemidoro sono ormai oltre 200 (e non 48!!), e ben più della metà sostengono o che non è Artemidoro o che è un falso, o entrambe le cose. Il Callieri può leggere il saggio di F. Condello, intitolato «Artemidoro» 2006-2011.
2) Il carattere recente (cioè falso) del manufatto simil-artemidoreo è rivelato, tra molte altre prove, dalla presenza di grafite nell’inchiostro (l’analisi in proposito si può leggere perfino nell’ed. Led); comunque si veda anche il volume intitolato «Fotografia e falsificazione». 3) La dott.ssa Pajon ha già svolto la sua tesi al convegno papirologico di Ginevra (agosto 2010) e fu adeguatamente confutata nel corso del dibattito. Forse per questo ogni tanto si affaccia su Wikipedia.
“Sognando un dibattito scientifico corretto”: ancora sul Papiro di Artemidoro

Filippomaria PontaniArchiv für Papyrusforschung 56/1, 2010, “Minima Marcianea”, premette una condivisibile riflessione al suo contributo

[questa la tesi: le coll. IV-V del papiro preservano l’introduzione -con un periplo sommario- alla parte geografica del libro 2 di Artemidoro, che poi si sarebbe sviluppata in una descrizione più dettagliata della Spagna; abstract: “l’evidente analogia tra P.Artemid. col. IV, 18-24 e Marciano Per. mar. ext. 2, 6 (p. 544, 2–4 Müller) trova la sua migliore spiegazione ipotizzando che Marciano avesse il testo di Artemidoro di fronte mentre stendeva l’intera sezione 2,2-2,7 del proprio Periplo, specialmente i paragrafi 2,6-7, concernenti la forma generale dell’Iberia”]:

“Whatever the issue, like many Italians I dream of a scholarly world where dissent – above all in public venues – never resorts to derisory tones bordering on insult, exactly in the same way as I dream of a country free from the rhetoric of obstination and personal attack typical of some right-wing newspapers”

Anche a mio avviso la ricerca della “verità” ben evidenziata da Canfora, con appassionata acribia, e da ultima, tra gli altri, da Silvia Ronchey, quale precipuo compito della filologia, meglio si persegue attraverso un dibattito scientifico che, sine ira et studio, dia conto delle proprie tesi e ricerche in progress, attraverso un confronto pubblico da condursi in primis su riviste internazionali indipendenti, e che, se affidato alle testate giornalistiche (in questi anni il Corriere, per lo più, ma anche Repubblica, la Stampa, il Giornale, etc.), tenti, pur nella semplificazione, di far comprendere al “candido lettore” come in proposito non si sia ancora raggiunta una communis opinio nella comunità scientifica (ad oggi, come scrive Pontani, non vi è nessuna “„solid proof“, bensì una lunga serie di indizi pazientemente raccolti/proposti da Canfora e altri per “condannare” il papiro come falso -alcuni più cogenti, altri meno o per nulla tali-: insomma, resta aperta la possibilità di maturare un autonomo convincimento in proposito e, magari, propendere per un’assoluzione per “insufficienza di prove”, per restare nella metafora giudiziaria, ovvero di interpretarne le indubitabili singolarità, schierandosi, infine, per l’autenticità)

Imho il rischio, in caso contrario, è che, nel corso di un prolungato dibattito (quasi un feuilleton, tra falsari e smascheramenti in più episodi), talvolta estremamente “caldo”, di cui in questi anni abbiamo cercato di dare via via tempestivo conto anche in questa sede, il lettore colto - tra l’interessato e il divertito - assista, senza possedere gli strumenti o le competenze per autonomamente giudicare (nonostante i volumi “divulgativi” pubblicati da Canfora e Settis per Einaudi, Rizzoli, Sellerio), ad un’opposta lotta di entourage (ovverosia quelli legati ai professori -e istituzioni- coinvolti: non solo, quindi, quello legato a Canfora, ma anche, ad esempio, quello orbitante attorno alla Scuola Normale Superiore, di cui per molti anni è stato direttore Salvatore Settis).

Di seguito ecco l’articolo, nella versione integrale (NB: consigliata la visualizzazione a tutto schermo):

APF.2010 Minima Marcianea Filippomaria Pontani

Il fascino di un falsario, riflesso nello specchio di una città

Notevole pezzo di bravura, oggi, sul Corriere, ad opera del poco men che “sommo filologo e storico” Canfora (la cui acribia è pari solamente all’ostinazione con cui segue le tracce del falsario Simonidis: un vero roman policier in fieri che non cessa di riservare colpi di scena - stavolta, leggiamo, ad esser gabbato dall’ingegnoso greco è Leigh Fermor, il cui Mani è davvero una vetta della periegesi contemporanea, altro che il geografo Artemidoro!).

In questo episodio del feuilletton che, a puntate, in questi ultimi anni appare di tanto in tanto anche sul Corriere, a beneficio del pubblico colto ma non specialistico, il lettore appassionato della saga del polymetis Simonidis farà la conoscenza di un altro personaggio, Dionigi di Furnà.

Ma ci si goda per intero questo stupendo pezzo, nominalmente una recensione all’ultima fatica della Ronchey (una ponderosa antologia su Costantinopoli), in realtà una miniera d’aneddoti (da Karl Müller a Minoide Mynas) nonché l’ennesima, brillante, divagazione sul papiro di Artemidoro e sul suo creatore, capace d’ingannare - a maggiore gloria greca - autodidatti ed eruditi di tutte le età…

Papiro di Artemidoro: ancora sul presunto fotomontaggio del Konvolut

La Stampa 20 gennaio 2010

Il Caso - UN DIRIGENTE DELLA SCIENTIFICA NELLA QUERELLE

Giallo Artemidoro la polizia indaga

“Perplessità fortissime sull’autenticità del Papiro”

SILVIA RONCHEY

E’ una foto. Raffigura un’immagine che sembra quasi un’opera d’arte contemporanea: il «Konvolut», l’ammasso papiraceo di poco più di 30 centimetri, il bozzolo da cui si è dipanata la più clamorosa querelle nella storia degli studi papirologici. Secondo i sostenitori della sua autenticità, da qui proviene il Papiro di Artemidoro. Non è di questa opinione Silio Bozzi, dirigente della Polizia Scientifica, da anni noto per l’applicazione delle più sofisticate tecnologie d’indagine non solo all’ambito criminologico ma anche a quello dei beni culturali.

Interessatosi al caso del Papiro di Artemidoro con la lucidità di chi è per mestiere super partes, Bozzi è partito proprio dai suoi elementi visibili nella foto del Konvolut e ha rivelato incoerenze inquietanti tra quest’immagine e quella del Papiro disteso. «Alla mancanza di coerenza prospettica e dimensionale di altri elementi, in particolare della zampa della giraffa, radicalmente diversa dal corrispondente disegno del Papiro, si aggiunge nell’unica foto, peraltro chiaramente scontornata, l’incongruenza clamorosa del sistema di luci e ombre».

Questo Konvolut corredato di scritture e disegni potrebbe dunque non essere mai esistito come entità fisica, e l’immagine essere un sofisticato fotomontaggio? «Sì, moltissimi elementi fanno pensare a una manipolazione. La stessa struttura dell’oggetto raffigurato rende inoltre altamente improbabile che possano esserne usciti due metri e mezzo di papiro più altri 150 frammenti. Non esistendo peraltro documentazione del modo in cui tutto questo è stato estratto e ricomposto, sembra proprio materializzato dal nulla». Si è parlato di «radici infette» del Papiro. «Tutto il lavoro svolto ha portato a perplessità fortissime sulla sua autenticità».

C’è però un nuovo aspetto su cui ora gli studi si stanno concentrando: la misteriosa «scrittura impressa». I difensori del Papiro avevano ipotizzato che lo scriba, arrotolando il supporto man mano che vi scriveva, avesse fatto sì che l’inchiostro fresco si imprimesse sul rovescio, peraltro con uno slittamento di alcuni millimetri. Ma, per «stamparsi», l’inchiostro dovrebbe contenere grafite, un ingrediente conosciuto solo a partire dal tardo medioevo, il che escluderebbe automaticamente l’autenticità del Papiro. Gli esperimenti hanno d’altra parte escluso che l’effetto possa essere stato prodotto dall’umidità. Va presa in considerazione l’ipotesi, prospettata in sede scientifica, di un incidente nel corso di un procedimento litografico? «Misurazioni accurate porteranno a risultati incontestabili sulla scrittura impressa e getteranno ulteriori ombre su un reperto già abbastanza incongruo».

Ma non è paradossale che Bozzi, essendosi occupato così approfonditamente dell’argomento, abbia potuto condurre le sue verifiche solo su foto? «Sì, anche perché poche e non invasive analisi del Papiro porterebbero in breve tempo a risposte definitive su tutti i quesiti fin qui con tanta passione dibattuti. Anzi, dal giornale di Torino, dove questo affascinante reperto si trova, lancio un appello: tiratelo fuori dal caveau, fatecelo studiare e il caso sarà risolto!».

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Stati Uniti “quarta Roma”?

Il titolo nasce da una forzatura delle tesi di Edward Luttwak (ben noto - anche in Italia non fosse altro che per le sue comparse a Porta a Porta- stratega militare statunitense, senior associate presso il Center for Strategic and International Studies: qui un bel profilo della sua “doppia vita”, visto che Luttwak, anche tra l’altro in rapporto con i servizi di sicurezza italiani, ”performs … quasi paramilitary operations — under the vague title of “consultant” — while maintaining a public image as a military historian, thinker and writer, if a frequently (and deliberately) controversial one”), di cui è in uscita La grande strategia dell’impero bizantino, per Rizzoli, nel novembre 2009 (com’è noto, è già stato contorverso autore del “gemello” La grande strategia dell’impero romano, qui presentato in una rivista del SISDE…).

Ecco un estratto del volume di prossima uscita (qui sotto, dall’ediz. orig. inglese), e, di seguito, la traduzione di un recente articolo in cui L. sintetizza le lezioni che l’ “impero” USA dovrebbe apprendere dal predecessore bizantino per mantenere la Pax americana [update: infine, una recensione della bizantinista Silvia Ronchey]:

Il Sole 24 ore, 21 ottobre 2009

STRATEGIE GLOBALI / Sette Lezioni del passato

Bizantini? Magari lo fossimo

Edward Luttwak *

 Per rimanere una grande potenza, gli Stati Uniti devono imitare l’Impero romano d’oriente, sopravvissuto per quasi un millennio a quello d’occidente

Crisi economica, debito nazionale crescente, impegni eccessivi all’estero, non è questo il modo di gestire un impero. L’America ha bisogno di una consulenza strategica seria. E presto. Non è mai stata Roma, e adottarne le strategie – l’espansione spietata, la dominazione dei popoli stranieri, il modello spacca-ossa di guerra totale – servirebbe solo ad affrettare il suo declino. Meglio guardare all’incarnazione orientale dell’impero: Bisanzio, che per durata ha superato di otto secoli il predecessore romano. Ciò che l’America deve riscoprire oggi sono le lezioni della sua strategia globale.

Per fortuna è molto più facile imparare dai bizantini che dai romani, che non hanno lasciato quasi nessuna traccia scritta di strategia e di tattiche, ma soltanto frammenti di testi e una compilazione di seconda mano fatta da Vegezio, che di guerra e di arte del governo sapeva poco. I bizantini invece hanno scritto tutto - tecniche di persuasione, raccolta d’informazione, pensiero strategico, dottrine tattiche e metodi operativi – e chiaramente in una serie di manuali militari giunti fino a noi e in un’importante guida all’arte di governare.

Ho passato gli ultimi vent’anni a studiare questi testi per preparare un saggio sulla strategia globale di Bisanzio, e se gli Stati Uniti desiderano rimanere una grande potenza, farebbero bene a seguire queste sette lezioni.

  • 1. Evitare la guerra con ogni mezzo e in ogni circostanza, ma agire sempre come se potesse iniziare in qualsiasi momento. Allenarsi intensivamente ed essere sempre pronti a dare battaglia, ma senza bramarla. Essere pronti a combattere ha per scopo primario quello di ridurre la probabilità di doverlo fare.
  • 2. Raccogliere informazioni sul nemico e la sua mentalità, e sorvegliarne l’agire incessantemente. Gli sforzi per riuscirci in qualunque modo possono anche risultare poco produttivi, ma sono raramente sprecati.
  • 3. Fare campagna con vigore, sia in offesa che in difesa, ma evitare le battaglie, soprattutto quelle su vasta scala, se non in circostanze molto favorevoli. Non pensare come i romani, per i quali la persuasione era soltanto un corollario della forza. Usare invece la minima dose possibile di forza contribuisce a persuadere chi può esserlo e danneggia chi non è ancora arrivato a tal punto.
  • 4. Sostituire la battaglia di attrito e l’occupazione dei paesi altrui con la guerra di manovra – attacchi fulminei e raid offensivi contro il nemico, seguiti da veloci ritirate. Non mirare a distruggere i nemici, i quali possono diventare gli alleati di domani. Molteplici nemici possono essere meno pericolosi di uno solo, finché è possibile convincerli ad aggredirsi l’un l’altro.
  • 5. Riuscire a porre fine alle guerre reclutando alleati per cambiare l’equilibrio del potere. La diplomazia è ancora più importante in tempo di guerra che in tempo di pace. Ignorare, sull’esempio dei bizantini, lo stupido aforisma secondo cui quando i cannoni parlano, i diplomatici tacciono. Gli alleati più utili sono quelli più prossimi al nemico, perché sanno meglio come combatterne le forze.
  • 6. Fra le vie che portano alla vittoria, la sovversione è la meno costosa, al punto che paragonata ai costi e ai rischi della battaglia, va sempre tentata, anche con i nemici all’apparenza meno riconciliabili. Ricordare che persino i fanatici religiosi possono essere comprati, come i bizantini scoprirono per primi, poiché gli zeloti dimostrano una notevole creatività nell’inventare giustificazioni religiose al tradimento della propria causa («essendo comunque inevitabile la vittoria definitiva dell’Islam…»)
  • 7. Quando diplomazia e sovversione non bastano e la lotta diventa inevitabile, usare metodi e tattiche che sfruttano le debolezze del nemico, evitare di logorare le forze combattenti, ed erodere con pazienza la forza del nemico. Questo può richiedere molto tempo. Ma non c’è fretta, perché appena un nemico cesserà di esistere, un altro ne prenderà sicuramente il posto. Tutto cambia continuamente, l’ascesa di governanti e nazioni è seguita dalla loro caduta. Solo l’impero è eterno – a condizione di non sfinirsi da sé.

    * Center for Strategic Studies Washington
    (Traduzione di Sylvie Coyaud) 
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