Amor di verità sullo pseudo-Artemidoro”
Caro Direttore, invocando soprattutto l’amor di verità che nel Suo giornale è la regola, mi corre l’obbligo di rettificare le inesattezze gravi in cui è incorso il dott. Callieri nella lettera apparsa il 19/11 a p. 36: 1) le pubblicazioni sullo pseudo-Artemidoro sono ormai oltre 200 (e non 48!!), e ben più della metà sostengono o che non è Artemidoro o che è un falso, o entrambe le cose. Il Callieri può leggere il saggio di F. Condello, intitolato «Artemidoro» 2006-2011.
2) Il carattere recente (cioè falso) del manufatto simil-artemidoreo è rivelato, tra molte altre prove, dalla presenza di grafite nell’inchiostro (l’analisi in proposito si può leggere perfino nell’ed. Led); comunque si veda anche il volume intitolato «Fotografia e falsificazione». 3) La dott.ssa Pajon ha già svolto la sua tesi al convegno papirologico di Ginevra (agosto 2010) e fu adeguatamente confutata nel corso del dibattito. Forse per questo ogni tanto si affaccia su Wikipedia.
Cauta epoché dell’Accademia, e certezze del Corriere: ancora sulla falsità del Papiro di Artemidoro

Corriere della Sera 15 agosto 2011 

LA DISCUSSIONE L’ ULTIMO SAGGIO DI LUCIANO CANFORA SVELA IL FOTOMONTAGGIO E SMONTA LE TESI A FAVORE DELL’ AUTENTICITÀ

Papiro di Artemidoro, colpo di grazia al «falso nel falso»

Federico Condello

C’è chi al nome di «Artemidoro» oggi dà segni di fastidio. Fra un’ accademia chiusa nella sua cauta epoché, e un pubblico impossibilitato a seguire nei dettagli una vicenda tanto complessa, si rischia di dimenticare quanto il caso sia rilevante. Del resto, non c’ è vicenda di falsificazione, dai Protocolli antiebraici ai Diari mussoliniani, che non abbia contato sul fattore tempo. Alla fine i falsi, in qualche modo, si canonizzano, complice lo snobismo di chi dichiara «superati» i problemi non risolti. Perciò i progressi della ricerca meritano notizia. Il «papiro di Artemidoro», innanzitutto, non esiste più. Nel 2006 Settis liquidava le ipotesi di Canfora come «un divertissement ». «La questione dell’ autenticità» - si dichiarò allora - non meritava «più di dieci righe». Le «dieci righe» sono diventate però pagine e pagine, e il divertissement un ampio dibattito internazionale: ed è ormai posizione di minoranza quella di chi crede che il papiro debba essere integralmente attribuito ad Artemidoro. In cinque anni, non è poco. Non meno rilevanti le novità degli ultimi mesi. Si ricorderà la fotografia che immortala l’ ammasso di carta pesta noto come Konvolut, già denunciata come fotomontaggio, nel 2009, da Silio Bozzi. Il colpo di grazia all’infelice «falso nel falso» è ora inferto dal volume Fotografia e falsificazione (Aiep, pp. 128, Euro 10). La fotografia risulta scattata e stampata quando già circolava il papiro così com’ è. Le tracce di testo e immagini riconoscibili sulla fotografia paiono indifferenti alle asperità della superficie. E nessuna di esse sembra volersi piegare alle più elementari leggi della prospettiva. La conclusione è obbligata: qualcuno ha tramutato l’ immagine di un qualsiasi papiro vergine in un’ immaginaria istantanea del papiro artemidoreo in fase di restauro, tramite un corposo trasferimento di dettagli desunti dal papiro disteso. Quanto al reperto in sé, si troverà una sintesi delle novità ne La meravigliosa storia del falso Artemidoro di Luciano Canfora (Sellerio, pp. 264, Euro 14). Per quante e quali ragioni il papiro debba essere giudicato un falso è inutile riepilogare: anacronismi linguistici e fattuali, incongruenze geografiche e geopolitiche, ricorso a testi posteriori di secoli alla data del reperto. Con una particolarità su cui troppo spesso si tace: le puntuali coincidenze fra il testo del papiro ed espressioni del falsario Costantino Simonidis. Oggi sappiamo che la specialità di Simonidis furono i falsi geografici, e che Artemidoro fu tra i suoi autori prediletti. Sappiamo che Simonidis ebbe diretta conoscenza di tutti i testi presupposti dal nuovo «Artemidoro», e che familiari gli furono i manoscritti antichi che condividono con il papiro - unici paralleli possibili - spiccate peculiarità paleografiche. Sappiamo infine che quasi tutti i tic stilistici di Simonidis trovano riscontro nel reperto. Ma un problema ancor più generale può dirsi risolto. Il papiro rischia infatti di infrangere una regola base della falsificazione: il falso, di norma, suona troppo vero. Possibile dunque che il falso Artemidoro contraddica in tanti punti l’ Artemidoro autentico? Possibile, anzi ovvio: il papiro di Artemidoro riproduce esattamente l’ immagine che del geografo antico fu canonica nel XIX secolo. Simonidis non sbaglia: semplicemente, egli si attiene a un’ immagine sbagliata di Artemidoro. E poi siamo certi che questo papiro milionario, questa star delle esibizioni museali, sia un solo papiro? Il «papiro di Artemidoro» nasce dalla giustapposizione di tre grandi sezioni: un blaterante «proemio» geografico arricchito da un ampio lacerto artemidoreo; una «mappa» che pare un test di Rorschach, in cui ciascuno vede ciò che vuole; una sequenza di schizzi anatomici di cui si è ormai mostrata la coincidenza con tavole pittoriche del Settecento. Questo confuso amalgama è tenuto insieme solo dai disegni a soggetto zoologico del verso . Poiché proprio il verso è stato tenuto al riparo, per ora, da ogni analisi chimico-fisica, Canfora non può esimersi dall’ ipotizzare che tre distinte prove di Simonidis - un’ opera geografica, una mappa, un de pictura : altra passione del falsario - siano state successivamente unificate tramite la realizzazione, totale o parziale, dei disegni che occupano il verso . È una «seconda mano» dello stesso Simonidis? O una mano molto, molto più recente? E altre novità conoscono in questi giorni le prime anticipazioni pubbliche: cosa si dovrà concludere se sarà dimostrato che i disegni del recto risultano posteriori alle lacune che sfigurano il papiro? L’ ennesimo miracolo, o l’ ennesima prova di falsità? 

(Source: archiviostorico.corriere.it)

Federico Condello: recensione di L.Canfora, “Il viaggio di Artemidoro”

CORRIERE DELLA SERA Martedì 16/02/2010

Elzeviro / Il nuovo saggio di Luciano Canfora

ARTEMIDORO E IL SUO DOPPIO

L’opera del geografo di Efeso a confronto con le contraffazioni del falsario Costantino Simonidis

 

FEDERICO CONDELLO

Se «i fatti sono stupi­di» — diceva Nietzsche — ciò non toglie che a volte siano trop­pi per essere ignorati. E se i fatti — aggiungeva Edward Carr — non si trovano «co­me i pesci sul banco del pe­scivendolo» e «non parlano mai da soli», ciò non toglie che tra fatto e interpretazio­ne corra almeno il concreto confine dei documenti di­sponibili. In caso contrario, il sano revisionismo rischia di tralignare in negazionismo.

Di fatti e documenti strari­pa l’ultimo contributo di Lu­ciano Canfora alla querelle sul «papiro di Artemidoro» (Il viaggio di Artemidoro. Vi­ta e avventure di un grande esploratore dell’antichità, Rizzoli, pagine 350, € 18,50). Vediamoli in serie: anzi in duplice serie, perché dupli­ce è il libro.

Da una parte c’è Artemidoro, di cui le fonti antiche consentono di rico­struire la fisionomia intellet­tuale e — per gli aspetti sa­lienti —l’opera: un’opera ric­ca di digressioni e generosa di mirabilia, radicata nel con­testo politico coevo (l’avviata conquista romana dell’ecu­mene) e messa a frutto da tutti i geografi successivi.

 Dall’altra parte c’è Costan­tino Simonidis: non un igno­to, come si continua a ironiz­zare, ma un famigerato pu­blic enemy della filologia ot­tocentesca, capace d’impres­sionare Burckhardt, Droysen o Wilamowitz. Di questo in­defesso e abilissimo falsario ora sappiamo — documenti alla mano — molto di più: sappiamo che sui geografi antichi egli lavorò sin dai suoi esordi, con costanza pressoché ossessiva; sappia­mo che tutte le fonti, mano­scritte o edite, su Artemido­ro e dintorni, giacevano sul suo tavolo di lavoro; sappia­mo addirittura che nel trac­ciare la propria autobiogra­fia egli prese a modello, già nel 1853, una pagina di Arte­midoro conservata da Strabone. Inoltre, sappiamo che la sua cultura era nutrita di teo­logia patristica e bizantina, che la sua lingua risentiva dei tanti paesi attraversati, e che non rare «interferenze» di tale background denuncia­rono i suoi ambiziosi, ma mai perfetti, manufatti; sap­piamo che tutte le tecniche necessarie a falsificare un manoscritto gli erano fami­liari in teoria e in pratica, e che a tal fine egli poteva avva­lersi di supporti antichi (per­gamene o papiri da riscrive­re) e di strumenti moderni (la litografia); sappiamo, infi­ne, che una nuova ondata di falsi approntati dal prolifico Simonidis invase, fra il 1970 e il 1980, il mercato antiqua­rio.

Questo sappiamo, su Arte­midoro e su Simonidis. Di mezzo, il conteso papiro, an­ch’esso con i suoi «fatti»: la datazione del supporto al I sec. d.C. e l’inconciliabilità del suo testo (per forma, sti­le, dati geopolitici) con quan­to ci è dato conoscere del ve­ro Artemidoro; per conver­so, la sua ampia, a tratti lette­rale aderenza a testi tardi cre­duti a lungo, nell’Ottocento, Artemidoro autentico; la profusione di anacronismi lin­guistici che rinviano al greco bizantino — quando non orecchiano locuzioni e testi ottocenteschi—e di anacro­nismi fattuali che si spiega­no sempre, vedi caso, con fraintendimenti di testimo­nianze su Artemidoro note, anzi consuete, a Simonidis; la puntuale somiglianza di al­cuni stilemi con tic espressi­vi documentati da altri scrit­ti o falsi dello stesso Simoni­dis; la singolare duplicazio­ne della scrittura tra recto e verso, che mal si spiega per via papirologica e che pare invece conciliabile con gli ef­fetti della riproduzione lito­grafica. Si aggiunga che cir­ca la scoperta e il restauro del papiro — comparso sul mercato europeo proprio fra gli anni 70 e 80 del secolo scorso — continuano a man­care i documenti: una delle foto disponibili è risultata purtroppo un fotomontag­gio, cioè un falso.

Questi i documenti, i dati, i fatti, che incrementano sen­sibilmente le nostre cono­scenze sui tre (distinti) sog­getti della disputa: Artemido­ro, il «papiro di Artemido­ro» e Costantino Simonidis. Per difendere il papiro, non ci si è mai trattenuti dall’incrociare tali dati, con sereno paralogismo: il falso non può essere di Simonidis, er­go il papiro è autentico. Le basi del paralogismo sono ora demolite. Quanto al re­sto, forse «i fatti sono stupi­di», forse «non parlano mai da soli»: ma a volte parlano tra loro, e s’intendono benis­simo.