Così Luciano Canfora sul Foglio dell’8-10-2010, a proposito del “Manifesto d’Ottobre” che, tra i protagonisti, annovera la grecista veneziana Monica Centanni.
Suggestioni classiche peraltro non mancano, fin dal nome, nell’associazione Hetairia di Peppe Nanni (cfr. sempre sul Foglio l’articolo “Ex neodestristi, accademici, situazionisti. I nuovi intellò di Fini”). Ed in effetti chissà che ne penserebbe il Vecchio Oligarca, di alcune considerazioni di Nanni (“Perché non proviamo a reintrodurre il sorteggio per qualche carica?”. Per gli antichi elleni era il sorteggio la vera democrazia, mentre il regime rappresentativo era aristocratico…”)…
Quanto alla prof. Centanni, animatrice dell’iniziativa - un think tank, un laboratorio politico sotto l’egida del Forum delle Idee, Libertiamo e Fare Futuro ma indipendente da Fli - che mira a “un nuovo impegno politico-culturale” degli intellettuali, trasversalmente, indipendentemente dagli schieramenti di destra o sinistra, con l’intento di “superare il ricatto paralizzante delle passate appartenenze” (rassegna stampa in proposito qui), decisamente azzardata appare l’analisi della società contemporanea italiana in parallelismo - chessò - con l’età di Clistene:
Ma come nelle grandi epoche di rottura che nell’Atene antica e nell’Inghilterra elisabettiana hanno prodotto la contemporanea nascita delle rappresentazioni teatrale, democratica e sportiva, anche il nostro è un tempo in cui tutto starebbe diventando possibile. “C’è di nuovo un problema di rappresentanza, di quelli che sono oggi gli invisibili. Tutti i soggetti potenzialmente attivi oggi confusi nella massa grigia dei non votanti, così quanti non sono sensibili ai rilevamenti statistici: precari, giovani, immigrati, tutti i renitenti alla socialità politica”. Un mondo invisibile che oggi ha finito per investire anche “le fasce pensanti della popolazione dai ricercatori ai professionisti agli studenti. Tutti refrattari alla vita politica perché politicamente più esigenti e quindi non corrisposti dalle logiche privatistiche, antipolitiche, anticulturali che spesso in questi anni hanno monopolizzato la sfera pubblica”.
C’è da dire però, obiettivamente, che l’attenzione riservata all’iniziativa da parte dei vari Cacciari, La Cecla, Borgna, Marramao («Penso che un moderno Croce, quello della religione della libertà che converte i pagani, ci conforterebbe in questo confronto laico su tematiche alte della libertà») trova riscontro in quanto si sa del documento-programmatico (per quanto in proposito il Corriere della Sera del 7/10 tiri in ballo addirittura lo gnosticismo!: troppo “sopra le righe”, come chiosa Cardini, rispetto al panorama mediatico-politico attuale?), il Manifesto-appello che sarà presentato a Milano il 25 ottobre e poi a Perugia il 7 Novembre. E’ vero, come è stato scritto, che taluni accenti suonano retro, visto che l’engagement dell’intellettuale ha marcato altre fasi storiche, ma sarebbe certamente da raccogliere, anche nel campo del centrosinistra, l’invito, che non a caso proviene dalla filologa Centanni, a “lavorare a una ripulitura del lessico e a una precisazione del linguaggio che va adottato per spiegare e raccontare il processo in corso”.
E poi diciamolo: trovare un manifesto politico d’oggigiorno in cui si parli di paideia e si citi Vernant è cosa rara… Altro che “futurismo”: è evidente la formazione classica degli estensori di questa piattaforma politica. Piattaforma su cui condividerei il cauto scetticismo di Canfora (“i partiti tradizionali si sono disfatti tra l’89 e il ‘93, e non c’è ancora un nuovo assetto, tanto che all’interno dei partiti attuali ci sono grandissime difformità di pensiero. Altrove - in Germania, in Francia, in Gran Bretagna - il quadro è stabile, da noi no. Vuol dire che eravamo ‘acerbi’ o che siamo molto avanti o molto indietro? Non lo so. So che le iniziative come quella di cui stiamo parlando sono frutto di questi riassestamenti. Se sono utili? E’ diffìcile dirlo”), ma cui, con fair play - dal campo del centrosinistra, per intendersi - sono pronto ad augurare in bocca al lupo: audentis fortuna iuvat
del binomio – già antico e poi rinascimentale – fortuna ac virtus la politica deve tendere a neutralizzare quanto possibile la variante fortuna e garantire l’espressione della virtus, nell’interesse del singolo individuo e per la crescita di tutta la società”.
[così, ancora una volta volontaristicamente, si può leggere qui]