Filippomaria Pontani, Archiv für Papyrusforschung 56/1, 2010, “Minima Marcianea”, premette una condivisibile riflessione al suo contributo
[questa la tesi: le coll. IV-V del papiro preservano l’introduzione -con un periplo sommario- alla parte geografica del libro 2 di Artemidoro, che poi si sarebbe sviluppata in una descrizione più dettagliata della Spagna; abstract: “l’evidente analogia tra P.Artemid. col. IV, 18-24 e Marciano Per. mar. ext. 2, 6 (p. 544, 2–4 Müller) trova la sua migliore spiegazione ipotizzando che Marciano avesse il testo di Artemidoro di fronte mentre stendeva l’intera sezione 2,2-2,7 del proprio Periplo, specialmente i paragrafi 2,6-7, concernenti la forma generale dell’Iberia”]:
“Whatever the issue, like many Italians I dream of a scholarly world where dissent – above all in public venues – never resorts to derisory tones bordering on insult, exactly in the same way as I dream of a country free from the rhetoric of obstination and personal attack typical of some right-wing newspapers”
Anche a mio avviso la ricerca della “verità” ben evidenziata da Canfora, con appassionata acribia, e da ultima, tra gli altri, da Silvia Ronchey, quale precipuo compito della filologia, meglio si persegue attraverso un dibattito scientifico che, sine ira et studio, dia conto delle proprie tesi e ricerche in progress, attraverso un confronto pubblico da condursi in primis su riviste internazionali indipendenti, e che, se affidato alle testate giornalistiche (in questi anni il Corriere, per lo più, ma anche Repubblica, la Stampa, il Giornale, etc.), tenti, pur nella semplificazione, di far comprendere al “candido lettore” come in proposito non si sia ancora raggiunta una communis opinio nella comunità scientifica (ad oggi, come scrive Pontani, non vi è nessuna “„solid proof“, bensì una lunga serie di indizi pazientemente raccolti/proposti da Canfora e altri per “condannare” il papiro come falso -alcuni più cogenti, altri meno o per nulla tali-: insomma, resta aperta la possibilità di maturare un autonomo convincimento in proposito e, magari, propendere per un’assoluzione per “insufficienza di prove”, per restare nella metafora giudiziaria, ovvero di interpretarne le indubitabili singolarità, schierandosi, infine, per l’autenticità)
Imho il rischio, in caso contrario, è che, nel corso di un prolungato dibattito (quasi un feuilleton, tra falsari e smascheramenti in più episodi), talvolta estremamente “caldo”, di cui in questi anni abbiamo cercato di dare via via tempestivo conto anche in questa sede, il lettore colto - tra l’interessato e il divertito - assista, senza possedere gli strumenti o le competenze per autonomamente giudicare (nonostante i volumi “divulgativi” pubblicati da Canfora e Settis per Einaudi, Rizzoli, Sellerio), ad un’opposta lotta di entourage (ovverosia quelli legati ai professori -e istituzioni- coinvolti: non solo, quindi, quello legato a Canfora, ma anche, ad esempio, quello orbitante attorno alla Scuola Normale Superiore, di cui per molti anni è stato direttore Salvatore Settis).
Di seguito ecco l’articolo, nella versione integrale (NB: consigliata la visualizzazione a tutto schermo):
Corriere della Sera, 22 dicembre 2008
Dispute Un supplemento all’ opera in inglese che il filologo ha dedicato al controverso papiro
Canfora, ultime prove sul falso Artemidoro
Dino Messina
Nemico del luogo comune, Luciano Canfora ci ha sempre bonariamente criticato quando abbiamo usato il termine “giallo” per definire l’ appassionante disputa sull’ autenticità del papiro di Artemidoro. Eppure a conclusione del recente supplemento alla sua opera in inglese The True History of the So-called Artemidorus Papyrus (Edizioni di Pagina, € 18), il filologo che per primo ha ipotizzato la possibile attribuzione del singolare manufatto al falsario ottocentesco Costantino Simonidis, cita il giallista Conan Doyle. Lo scrittore scozzese fa dire infatti al suo Sherlock Holmes: «Eliminati tutti gli altri fattori, quello che rimane dev’ essere la verità». Un modo elegante per dichiarare conclusa la partita, in cui il falsario greco Simonidis si presenta come il vincitore sicuro.
A questa conclusione Canfora giunge attraverso prove e ipotesi di diverso tipo. Innanzitutto filologiche. Perché lo studioso nel capitolo iniziale a questo «Supplement» non solo dimostra che i primi quattordici righi della colonna IV corrispondono quasi completamente all’ epitome di Artemidoro fatta da Marciano. Un riassunto insomma del quarto secolo che nella versione del cosiddetto papiro di Artemidoro contiene correzioni apportate da vari studiosi tra il XVII e il XIX secolo. Non solo: nel papiro compaiono anche citazioni da altre opere di Marciano, così come un errore geografico di Tolomeo.
Come spiegare però i risultati della prova al carbonio che hanno datato il papiro tra il primo secolo avanti Cristo e il primo dopo Cristo? Secondo Canfora è la prova della falsità: solo una mano moderna poteva usare un vecchio manufatto per copiare contenuto più recente.
Questo supplemento si avvale del contributo di altri due specialisti. Il francese Daniel Delattre sottolinea le somiglianze tra l’ alfabeto del Papiro di Artemidoro e le trascrizioni moderne del Papiro di Ercolano, concludendo che probabilmente il primo manufatto è «la creazione di un falsario». Mentre Luigi Vigna si interroga sul perché anche nell’ edizione critica non si sia dato conto delle fasi di restauro che dal misterioso «Konvolut» hanno portato al Papiro così come noi lo conosciamo.
Salvatore Settis replica a Canfora (cfr. il recente aggiornamento del pamphlet inglese di Canfora in proposito) sul Papiro di Artemidoro: è in uscita presso Einaudi Artemidoro. Un papiro dal I secolo al XXI. Ultimi echi dell’ormai prolungata querelle sul Tirreno di ieri, qui. Settis, i Disegnatori Di Artemidoro
[N.B.: Salvatore Settis nei giorni scorsi, l’11 ottobre, a Venezia, ha presentato il nuovo volume della collana «Mirabilia Italiae», dedicato alla Scuola Grande di San Rocco]
la Nuova Venezia — 14 ottobre 2008
Ma quel papiro è vero o falso? Battaglia pubblica tra studiosi
Celebre e controverso, il «Papiro di Artemidoro» è tornato alla ribalta con la pubblicazione dell’edizione critica, a cura di Claudio Gallazzi, Bärbel Kramer e Salvatore Settis (Led Edizioni, Milano 2008, pagg.630, euro 480), e con l’esposizione a Berlino e a Monaco di Baviera. Reso noto agli studiosi nel 1998 sull’autorevole rivista Archiv für Papyrusforschung, esso fu presentato al grande pubblico nella mostra «Le tre vite del Papiro di Artemidoro. Voci, sguardi, dall’Egitto greco-romano», in scena a Torino dal febbraio al maggio 2006.
Singolare e avvincente la storia del documento secondo l’ipotesi dei curatori della mostra torinese. Tutto avrebbe avuto inizio in un atelier di Alessandria d’Egitto poco dopo la metà del I secolo a.C.: un pittore-cartografo disegna una mappa in posizione errata su un papiro rendendo, così, inservibile quella che avrebbe dovuto essere un’edizione di lusso e illustrata di un testo geografico. Dopo «l’incidente», il rotolo viene accantonato per un eventuale altro utilizzo. Ma ben presto, ecco l’inizio della sua «seconda vita»: sul verso vengono, infatti, disegnati animali, reali e fantastici, con l’indicazione dei nomi in lingua greca, forse usati come campionario per i clienti nella scelta di soggetti di mosaici e di dipinti. Al recto, che conservava degli spazi liberi, viene riportata, nel I secolo d.C., una serie di schizzi di volti e di arti umani, esercitazioni grafiche di giovani apprendisti pittori. Poi, fra il I e il II secolo d.C., il rotolo sarebbe stato riutilizzato per il cartonnage di una mummia, cioè l’impasto colorato di papiri, gesso e colla, usato come sarcofago in luogo del legno molto più costoso: è la «terza vita» del prezioso scritto, che rimane nascosto fino all’inizio del ’900, quando entra nella collezione di antichità dell’egiziano Khashaba Pasha.
Nel 1971 la maschera di cartapesta viene portata in Europa e soltanto allora ci si accorge di scritte in greco che affiorano tra le abrasioni del colore. Estratti i pezzi di papiro, si ricostruisce, tra l’altro, un manufatto lungo m. 2,55 circa per un’altezza di cm. 32,5, che conterrebbe la più ampia porzione ad oggi conosciuta del testo (perduto) dei Geographoumena di Artemidoro di Efeso (II-I secolo a.C.), opera nota soltanto attraverso brevissime citazioni di autori più tardi. Nel testo, dopo un enfatico proemio in cui le geografia è paragonata alla filosofia, fra la terza e la quarta colonna trova spazio una mappa, che rappresenterebbe una parte della Spagna, con la raffigurazione «a volo di uccello» di fiumi, strade, costruzioni, e con una serie di «vignette» ad indicare riferimenti topografici.
Serop Simonian, mercante d’arte di Amburgo e ultimo proprietario del Papiro, dopo averlo proposto, senza successo, al re di Spagna, al British Museum, al Louvre e al Getty Museum, nel 2004 riesce a venderlo alla Fondazione per l’Arte della Compagnia di San Paolo per ben 2 milioni e 750 mila euro. Così, il rotolo è presentato come la gemma più fulgida della mostra di Torino, curata da Claudio Gallazzi e Salvatore Settis.
Passano pochissimi mesi e scoppia la «bomba»: Luciano Canfora, docente di Filologia greca e latina all’Università di Bari, indica il Papiro come un clamoroso falso, ipotizzando anche che ne sia stato autore Costantino Simonidis, geniale falsario greco del XIX secolo. Canfora ha ora raccolto le proprie argomentazioni nel volume Il Papiro di Artemidoro (Edizioni Laterza, 2008, pagg. 522, euro 28).
Ha ripreso, così, vigore la querelle con Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale di Pisa, strenuo sostenitore dell’autenticità del Papiro sulla base soprattutto dell’esame paleografico e dei risultati di analisi chimico-fisiche. Il metodo del C14, infatti, data il documento fra il 40 a.C. e il 130 d.C., e l’esame degli inchiostri conferma una composizione vegetale e priva dei sali metallici in uso nell’800. Ma qui hanno buon gioco le obiezioni di Canfora: il C14 non può indicare il momento della scrittura del Papiro ma solo quello in cui è stato tagliato e preparato; per l’inchiostro, le analisi rivelano la composizione e non l’età. Per confutare la tesi del falso, Settis sostiene che a Costantino Simonidis, morto nel 1890, non potevano essere noti né la città di Ipsa, menzionata nel Papiro e conosciuta solo per alcune monete venute alla luce nel 1986, né il sistema di rappresentare le migliaia mediante la lettera «sampi» dell’alfabeto cario con un’unità sovrapposta come esponente, che si registra per la prima volta nel Papiro di Elefantina pubblicato nel 1907. Puntuale la replica di Canfora: nelle monete compare il nome Ipses e non Ipsa (sono due città diverse); Simonidis scrisse un volume sull’alfabeto cario e addirittura fabbricò un falso testo di Aristotele in caratteri carii.
Nell’edizione critica di Gallazzi, Kramer e Settis, non si riscontrano adeguate risposte agli anacronismi per l’uso di espressioni tardo-antiche e medievali, agli errori geografici e storici, e specialmente alle osservazioni filologiche e linguistiche di Canfora e dei suoi collaboratori. Ad esempio, se si confronta il testo della colonna IV del Papiro con un frammento già noto di Artemidoro (fr.21 Stiehle), esso appare esemplato addirittura su varianti introdotte da studiosi dell’Ottocento.
Grosse e oscure nubi si addensano, dunque, sull’autenticità del Papiro. Sull’argomento, papirologi, filologi, archeologi e altri esperti, si confronteranno nel convegno internazionale indetto per il 14 novembre all’Accademia delle Scienze di Torino. Si prevede battaglia.
Roberto Pesavento
La prima volta che ho sentito parlare del papiro di Artemidoro è stato dalla viva voce di Carlo Callieri, presidente della Fondazione per l’Arte della Compagnia di San Paolo, che l’ha acquistato da un collezionista tedesco, e dopo il restauro condotto da Claudio Gallazzi, professore di Papirologia all’Università di Milano, lo affiderà in comodato gratuito al Museo Egizio.
Callieri raccontava la storia mirabolante del rotolo che, nato come copia del secondo libro (dedicato alla Spagna, e con cartine) della Geografia di Artemidoro di Efeso, già andata perduta, per un qualche incidente “editoriale” è diventato un album da disegno, e in epoche successive ha ospitato disegni di animali veri e fantastici, poi ancora studi anatomici e teste di dèi. Insomma un libro di bottega, prima di finire pressato in una maschera funebre di cartapesta che l’ha conservato fino a noi. Dall’Egitto di Cleopatra alla Torino dei giochi invernali.
Fantastico, mi sono entusiasmato io, è un vero romanzo! Appunto, ha detto Callieri, adesso ce lo scriva. Così ho compiuto una full immersion nell’Egitto ellenistico dei Tolomei, e nella città ideale fondata da Alessandro nel 332 a.C. Una modernissima metropoli multietnica, la New York dell’epoca, che faceva della cultura il proprio fiore all’occhiello: la Biblioteca poi diventata celeberrima, il Mouseion, il “tempio delle Muse” che funzionava come un centro di ricerca avanzata. Qui approdò intorno al 100 a.C. uno dei più importanti geografi dell’antichità, Artemidoro di Efeso, che vi scrisse i suoi libri su Spagna, Gallie ed Egitto, fonte primaria per Strabone. Qui fiorirono botteghe di scrittura e d’arte che tramandarono il patrimonio della tradizione classica, e i capolavori della scultura.
È un’epoca fascinosa, in cui si incrociano le memorie millenarie dei Faraoni, il ricordo favoloso di Alessandro, le ambizioni dei Tolomei, le scoperte scientifiche, la febbre dei viaggi e delle scoperte, fino all’affermarsi della potenza romana, che sostituisce al caos delle lotte tribali un modello organizzativo insieme fortemente centralizzato e flessibile. Un’epoca che manda un suono d’attualità: lotte per il potere, corruzione, superstizioni e religioni ciarlatanesche, attori e campioni dello sport dai compensi favolosi…
Ho cercato di raccontarla nel romanzo La misteriosa storia del papiro di Artemidoro (ora nei Tascabili Einaudi), attraverso sei voci, quelle dello stesso Artemidoro, del copista, degli artisti di bottega e infine del collezionista nostro contemporaneo. Il rotolo ritrovato è al centro della mostra Le tre vite del papiro di Artemidoro, a Palazzo Bricherasio dall’8 febbraio al 7 maggio 2006, a cura dello stesso Gallazzi e di Salvatore Settis, con altri importanti pezzi dell’epoca, la maggior parte dei quali provenienti dall’Egizio.
Artemidoro è già atteso anche a Madrid e New York. Credo che a Torino si troverà bene. È una città che assomiglia alla sua Alessandria: razionale e fantastica, tecnica e creativa. Sarebbe piaciuta anche ai Tolomei.