Ancora su The Classical Tradition

Il Sole 24 ore 19 giugno 2011

Tradizione e Ricezione

Quel filo forte che ci lega

di Alessandro Schiesaro

Conviene affrontare questo magnifico dizionario sulla tradizione classica partendo dall’inatteso, ricchis­simo corredo di immagini. Affian­cate ad ampie didascalie, esse prospettano in-fatti una chiave di lettura trasversale quasi au­tonoma rispetto alle centinaia di voci che compongono il volume. Accanto al Saturno di Goya, l’idra a sette teste della Secessione sudista demonizzata in un poster di propa­ganda politica del XIX secolo; i manifesti pub­blicitari art déco di Nîmes «la Roma francese», il mausoleo imperiale di Lenin sulla piaz­za Rossa e il giuramento delle reclute sull’alti­piano di Masada, insieme a Maria Callas-Medea e alla Melancolia di De Chirico o al macel­laio dei cartoons stritolato dalle salsicce, un Laocoonte da fastfood. Evidenze tratte da luoghi, culture, media molto distanti tra loro, per testimoniare plasticamente la lunga durata e la pervasività di quell’insieme multifor­me di fenomeni che siamo soliti chiamare, ap­punto, la tradizione classica. In questa galassia, i curatori si prefiggono il ruolo della guida, come la Sibilla per Virgilio e questi per Dante, dicono, «per portare a rinno­vata luce quanti sono solo apparentemente morti e ridar voce a coloro che ci avevano dato la nostra ma l’hanno momentaneamente per­duta»: un obiettivo che può sembrare neutra­le, ma in realtà circondato da quesiti che negli ultimi tempi si sono fatti sempre più contro­versi: si può ancora parlare di «tradizione» classica? In che termini? Con quali implicazio­ni? E ancora: «tradizione» al singolare o al plu­rale, o, se vogliamo, chi sono i noi cui gli anti­chi hanno dato la nostra voce?

Fortissima si è fatta ormai la distanza tra quanti, spostando l’accento sulla ricezione del classico,insistono sull’appropriazione cre-ativa ma anche manipolativa, orientata, ideo­logica, di una cultura già a suo tempo policentrica, ne pongono in rilievo i messaggi anche contrastanti tra loro, le perversioni di lettura cui è stata sottoposta nei secoli. E coloro i quali preferiscono privilegiare ancora gli aspetti di continuità e relativa omogeneità, di tradizione, appunto, senza per questo necessariamente ricadere in un classicismo di maniera.

Soprattutto in Gran Bretagna, ma anche negli Stati Uniti, “ricezione” e “tradizione” costituiscono oggi due metodi distinti e in buona misura contrapposti per inoltrarsi in un settore che fino a poco fa si credeva non solo unitario, ma, in fin dei conti, anche relativamente poco problematico, ancorato a metafore affidabili perché quasi irriflesse, come tradizione o ere­dità, radici e modelli. All’ombra della Sibilla e di Virgilio i curatori di un’opera per molti ver­si eccezionale evitano di entrare nel vivo di questo dibattito in modo diretto (non trovere­te qui né la voce «tradizione» né quella «rice­zione»), ma sono i primi a riconoscere che «una tradizione classica», non la tradizione classica toni court, sarebbe stato titolo più adatto a esplicitare la polifonia culturale che negli ultimi decenni almeno ha dato nuovo impulso allo studio del mondo antico. Decen­ni in cui si assisteva, in parallelo, al venir me­no di quella «agevole familiarità» con un insie­me di miti e storie, personaggi e monumenti, proverbi e testi canonici, che per secoli aveva costituito una lingua franca della cultura, o, per meglio dire, «il tratto distintivo di coloro che avevano tratto beneficio da una formazio­ne civilizzata e civilizzatrice». Una chiave di lettura, questa, per molti versi controcorren­te, che riaffiora non a caso nelle numerose vo­ci dedicate ai creatori e ai campioni della scien­za dell’antichità come si è venuta caratteriz­zando tra Settecento e Ottocento» .

Proprio il dibattito tra i paladini della continuità e i campioni dell’alterità conferma la fili­grana edipica del nostro rapporto con quel mondo, del quale continuiamo a non poter fa­re a meno, specie a livello di immaginario e di simboli, nonostante le ricorrenti crisi di riget­to e le intermittenze nel grado di attenzione che gli riserviamo. Da un secolo a questa par­te, da quando Freud propose di leggere i miti e i testi dei greci non solo come grandi capolavo­ri artistici, ma come trasfigurazioni senza tempo di verità profonde della condizione umana, la metafora edipica si è fatta ineluttabile,pur tra rifiuti iconoclastici e riscoperte ap­passionate. L’archeologia, scienza della tradi­zione per eccellenza, rappresentava d’altron­de agli occhi di Freud il miglior modello espli­cativo per comprendere i meccanismi della nostra psiche, una stratificazione di creazioni e rimozioni, di infrastrutture profonde che reggono il peso della nostra impalcatura co­sciente, di oggetti nascosti che, riportati im­provvisamente alla luce, attivano passioni e fobie. Vale altrettanto l’inverso: perché il no­stro atteggiamento nei confronti di un mon­do in parte sepolto, in larga parte distrutto, so­lo a tratti portato alla luce, mobilita lo stesso groviglio di emozioni che siamo soliti associa­re con il presente della vita. Freud sperimentò queste pulsioni in prima persona. Il differi­mento nevrotico del viaggio a Roma, agogna­ta, studiata ma a lungo evitata, come racconta lui stesso, riproduce la scena primaria del no­stro rapporto con gli archetipi della nostra cul­tura. Alla fine, naturalmente, anche Freud en­trò a Roma, testimoniando, come generazio­ni prima e dopo di lui, che quell’appuntamen­to può essere rimandato, ma non cancellato.

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Il Sole 24 ore 19 giugno 2011

L’OPERA 

Quando ridevamo alla greca

di Alessandro Pagnini

«The Classical Tradition» ha il pregio di includere travisamenti, banalizzazioni e stereotipi della cultura come è stata percepita nei secoli

Come mostra la sovraccoperta di questo bel libro, in cui una neo­classica erotica Venere disarma Marte in una pletora di stucchevo­li simbologie, il classico non è necessaria­mente bello. È anche kitsch, è anche soprav­vivenza spesso senza più senso di vestigia monumentali e auliche, che si presta all’oblio come al travisamento o al dispregio. Ricordo che al Liceo si rideva di gusto sfogliando un giornalino goliardico di caricature ispirate alla classicità, dove per esempio Turno re dei Rutuli era ritratto come un omaccione cipiglioso che guidava un eserci­to su pattini a rotelle.

Gli autorevoli studiosi che hanno intra­preso questa opera (a fianco il curatore Glenn Most ci spiega la sua filosofia) han­no voluto che anche gli errori di lettura, i fraintendimenti filologici e di gusto, gli stereotipi banali (che hanno invaso, nel nostro secolo, cinema e immaginario), perfino gli scherzi, avessero uno spazio nella storia della tradizione classica. Esse­re eredi della classicità greca e romana non vuol dire per forza deferirla; scrivere in modo serio ed erudito sulla nostra storia culturale, non vuol dire rinunciare all’ironia e a una sobria (ma perché no, in qualche caso anche tendenziosa) distan­za. Come lo storico dell’arte Salvatore Settis ci ha insegnato in suo recente brillante saggio (Futuro del classico, Einaudi), ogni epoca si rapporta in modo diverso al passato e inventa un’idea diversa di classico, perché questo le serve a pensare il futuro, a creare un ponte tra le proprie radici e un destino che sia il meno possibile casuale. «L’antichità - diceva Novalis - non ci è data in consegna di per sé, non è lì a portata di mano; al contrario, tocca proprio a noi saperla evocare». Leggere e osservare classici è in fondo ridefinire identitariamente se stessi.

Anthony Grafton è uno storico, Glenn Most un filologo classico. Arte, storia, filosofia, politica, antropologia, religione, spettacolo sono materie trattate in questo libro-companion con rigoroso specialismo da un folto gruppo di ottimi collaboratori che non disdegnano mai l’impagabile gusto dell’intrattenimento. Il repertorio di immagini è ricco, ricercato e sapientemente evocativo. Non resta che metterlo a disposizione del pubblico italiano; che anche lui ripensi il classico con il dovuto atteggiamento critico, ma che soprattutto non se ne dimentichi.