Artemidor-Streit, ovvero “La ricerca filologica diventa indagine avvincente” (blurb Sellerio)

Lancio del nuovo libro di Luciano Canfora «La meravigliosa storia del falso Artemidoro », Sellerio, 2011

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Corriere della Sera 17 maggio 2011

Una traccia moderna  smaschera il papiro

Luciano Canfora

Concentriamoci sul passaggio-chiave del proemio del falso Artemidoro: «Non è da poco combattere al fianco di questa scienza. Infatti io sono pronto a porla sullo stesso piano della più divina filosofia. Se infatti tace, la geografia parla con i suoi dogmi. E perché non sarebbe possibile? Tante e tali armi di ogni tipo, mescolate tra loro, si porta addosso e a portata di mano, in vista della fatica della scienza, divenuta faticata ». Analizziamo questo brano e cerchiamo di capirne la logica: 1) «Sono pronto ad affermare che la geografia è sullo stesso piano della più divina filosofia; 2) è ben vero che la geografia tace, però essa parla attraverso i suoi dogmi; 3) essa può farlo perché porta su di sé una così grande quantità di armi mescolate (memeigmena hopla) in vista della fatica (i.e. «faticosa lotta della scienza), divenuta faticata etc.».

Prima di procedere è d’obbligo un duplice chiarimento: sull’espressione «armi mescolate» e sulla «filosofia più divina». In realtà le armi dei combattenti antichi non sono affatto «mescolate », e tanto meno mescolate addosso al singolo combattente. Nell’esperienza antica addirittura i corpi militari si caratterizzano proprio per un determinato tipo di arma che li connota. Quel groviglio di connotazioni è espressione per nulla corrispondente alla realtà militare degli antichi: non si può dire che l’oplita «mescoli» la lancia con lo scudo: come potrebbe? O il guerriero macedone lo scudo con la sarissa che lo Stato gli fornisce. E come potrebbe un centurione «mescolare » la lancia con la daga? Solo un ignaro può pensare che un autore antico potesse parlare di guerrieri recanti addosso armi di grandi proporzioni, numerose e «mescolate».

Bisogna dunque rassegnarsi: il testo dice esattamente ciò che dice, e non può essere zittito, addolcito, mutilato. Il fatto è che chi scrive quei tre righi parrebbe avere in mente tutt’altro modello di combattente; per esempio il modello «cleftico», cioè del guerrigliero greco impegnato nella lotta di liberazione (XVIII-XIX sec.) contro il dominio turco. Non manca iconografia di tali eroicizzati guerriglieri, i cui canti hanno commosso l’Europa romantica e filellena della prima metà dell’Ottocento. Quasi sempre dai cinturoni di questi combattenti sbucano fuori due o tre pistole, nonché l’elsa di gigantesche spade mentre essi impugnano fermamente spropositati archibugi e sono avviluppati da imponenti cartucciere. Ma c’è di più. Sia in tedesco che in francese è addirittura usuale l’equivalente di «armi mescolate» (memeigmena hopla), che invece in greco non ricorre mai: gemischte Waffen; armes mêlées; mingled weapons. Siamo dunque di fronte ad un incidente che capita non di rado ai falsari.

Quanto alla «filosofia più divina», basti ricordare che nella letteratura patristica, e anche dopo, «filosofia» equivale a «teologia cristiana».

Qual è il senso, la sequenza di pensiero di questo brano giudicato concordemente, a dir poco, stravagante? La sola strada per intenderlo consiste nel far ricorso alla nozione tipica della teologia di panoplia dogmatica: titolo di opere notissime indicante l’armamentario dogmatico che sorregge la retta dottrina. Ed ecco dunque il senso: «Premesso che la geografia è sullo stesso piano della filosofia più divina (della teologia), è ben possibile che essa pure si manifesti attraverso i (suoi) dogmi in quanto anch’essa è ben equipaggiata di armi d’ogni genere (i.e. anch’essa è fornita di una panoplia dogmatica)». Il presupposto che rende questa formulazione consequenziale («parla per dogmi, infatti è ben fornita di armi») è il nesso dogmi/armi: nesso che è inerente, per definizione, alle panoplie dogmatiche.

Orbene, una volta assimilata la geografia alla teologia, si può bene affermare che anche la geografia parla attraverso i suoi dogmi, infatti anch’essa dispone di una panoplia. Prendiamo dunque atto che l’autore di questo papiro — cioè Costantino Simonidis, gran conoscitore di teologia bizantina — è familiare con la nozione di «panoplia dogmatica ». L’idea poi che la geografia sia in rapporto diretto con la teologia, in quanto ha come oggetto la descrizione della natura (opera di Dio), figura in grande rilievo nella prefazione di un bizantino importante, Niceforo Gregora, alla sua Storia romana: «La storia è la voce parlante, solidale con i testimoni silenziosi (la natura) nella medesima missione di illustrare la creazione divina». Tale prefazione venne fatta propria dal geografo e teologo neogreco Meletios.

Una considerazione si impone. I «devoti» dello pseudo-Artemidoro non si sono mostrati in grado di spiegare il significato dell’intero brano. Essi vi hanno rinunziato preferendo cavarsela con formule tipo «è strano», «è magniloquente», «è prosa asiana » (!) etc. Essi si esprimono così perché hanno rinunciato ad orientare la ricerca nell’unica direzione che permette di dare un senso a quel brano: cioè in direzione della geografia, impregnata di mentalità teologica, di epoca bizantina e neo-greca. Il brano diviene comprensibile unicamente alla luce della nozione di «panoplia dogmatica». Il che colloca definitivamente questo papiro in epoca moderna.

(Source: corriere.it)

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