[N.B.: Salvatore Settis nei giorni scorsi, l’11 ottobre, a Venezia, ha presentato il nuovo volume della collana «Mirabilia Italiae», dedicato alla Scuola Grande di San Rocco]
la Nuova Venezia — 14 ottobre 2008
Ma quel papiro è vero o falso? Battaglia pubblica tra studiosi
Celebre e controverso, il «Papiro di Artemidoro» è tornato alla ribalta con la pubblicazione dell’edizione critica, a cura di Claudio Gallazzi, Bärbel Kramer e Salvatore Settis (Led Edizioni, Milano 2008, pagg.630, euro 480), e con l’esposizione a Berlino e a Monaco di Baviera. Reso noto agli studiosi nel 1998 sull’autorevole rivista Archiv für Papyrusforschung, esso fu presentato al grande pubblico nella mostra «Le tre vite del Papiro di Artemidoro. Voci, sguardi, dall’Egitto greco-romano», in scena a Torino dal febbraio al maggio 2006.
Singolare e avvincente la storia del documento secondo l’ipotesi dei curatori della mostra torinese. Tutto avrebbe avuto inizio in un atelier di Alessandria d’Egitto poco dopo la metà del I secolo a.C.: un pittore-cartografo disegna una mappa in posizione errata su un papiro rendendo, così, inservibile quella che avrebbe dovuto essere un’edizione di lusso e illustrata di un testo geografico. Dopo «l’incidente», il rotolo viene accantonato per un eventuale altro utilizzo. Ma ben presto, ecco l’inizio della sua «seconda vita»: sul verso vengono, infatti, disegnati animali, reali e fantastici, con l’indicazione dei nomi in lingua greca, forse usati come campionario per i clienti nella scelta di soggetti di mosaici e di dipinti. Al recto, che conservava degli spazi liberi, viene riportata, nel I secolo d.C., una serie di schizzi di volti e di arti umani, esercitazioni grafiche di giovani apprendisti pittori. Poi, fra il I e il II secolo d.C., il rotolo sarebbe stato riutilizzato per il cartonnage di una mummia, cioè l’impasto colorato di papiri, gesso e colla, usato come sarcofago in luogo del legno molto più costoso: è la «terza vita» del prezioso scritto, che rimane nascosto fino all’inizio del ’900, quando entra nella collezione di antichità dell’egiziano Khashaba Pasha.
Nel 1971 la maschera di cartapesta viene portata in Europa e soltanto allora ci si accorge di scritte in greco che affiorano tra le abrasioni del colore. Estratti i pezzi di papiro, si ricostruisce, tra l’altro, un manufatto lungo m. 2,55 circa per un’altezza di cm. 32,5, che conterrebbe la più ampia porzione ad oggi conosciuta del testo (perduto) dei Geographoumena di Artemidoro di Efeso (II-I secolo a.C.), opera nota soltanto attraverso brevissime citazioni di autori più tardi. Nel testo, dopo un enfatico proemio in cui le geografia è paragonata alla filosofia, fra la terza e la quarta colonna trova spazio una mappa, che rappresenterebbe una parte della Spagna, con la raffigurazione «a volo di uccello» di fiumi, strade, costruzioni, e con una serie di «vignette» ad indicare riferimenti topografici.
Serop Simonian, mercante d’arte di Amburgo e ultimo proprietario del Papiro, dopo averlo proposto, senza successo, al re di Spagna, al British Museum, al Louvre e al Getty Museum, nel 2004 riesce a venderlo alla Fondazione per l’Arte della Compagnia di San Paolo per ben 2 milioni e 750 mila euro. Così, il rotolo è presentato come la gemma più fulgida della mostra di Torino, curata da Claudio Gallazzi e Salvatore Settis.
Passano pochissimi mesi e scoppia la «bomba»: Luciano Canfora, docente di Filologia greca e latina all’Università di Bari, indica il Papiro come un clamoroso falso, ipotizzando anche che ne sia stato autore Costantino Simonidis, geniale falsario greco del XIX secolo. Canfora ha ora raccolto le proprie argomentazioni nel volume Il Papiro di Artemidoro (Edizioni Laterza, 2008, pagg. 522, euro 28).
Ha ripreso, così, vigore la querelle con Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale di Pisa, strenuo sostenitore dell’autenticità del Papiro sulla base soprattutto dell’esame paleografico e dei risultati di analisi chimico-fisiche. Il metodo del C14, infatti, data il documento fra il 40 a.C. e il 130 d.C., e l’esame degli inchiostri conferma una composizione vegetale e priva dei sali metallici in uso nell’800. Ma qui hanno buon gioco le obiezioni di Canfora: il C14 non può indicare il momento della scrittura del Papiro ma solo quello in cui è stato tagliato e preparato; per l’inchiostro, le analisi rivelano la composizione e non l’età. Per confutare la tesi del falso, Settis sostiene che a Costantino Simonidis, morto nel 1890, non potevano essere noti né la città di Ipsa, menzionata nel Papiro e conosciuta solo per alcune monete venute alla luce nel 1986, né il sistema di rappresentare le migliaia mediante la lettera «sampi» dell’alfabeto cario con un’unità sovrapposta come esponente, che si registra per la prima volta nel Papiro di Elefantina pubblicato nel 1907. Puntuale la replica di Canfora: nelle monete compare il nome Ipses e non Ipsa (sono due città diverse); Simonidis scrisse un volume sull’alfabeto cario e addirittura fabbricò un falso testo di Aristotele in caratteri carii.
Nell’edizione critica di Gallazzi, Kramer e Settis, non si riscontrano adeguate risposte agli anacronismi per l’uso di espressioni tardo-antiche e medievali, agli errori geografici e storici, e specialmente alle osservazioni filologiche e linguistiche di Canfora e dei suoi collaboratori. Ad esempio, se si confronta il testo della colonna IV del Papiro con un frammento già noto di Artemidoro (fr.21 Stiehle), esso appare esemplato addirittura su varianti introdotte da studiosi dell’Ottocento.
Grosse e oscure nubi si addensano, dunque, sull’autenticità del Papiro. Sull’argomento, papirologi, filologi, archeologi e altri esperti, si confronteranno nel convegno internazionale indetto per il 14 novembre all’Accademia delle Scienze di Torino. Si prevede battaglia.
Roberto Pesavento