Cipolle nel campo-di-finocchi (Marathon): la parola ad un agronomo classicista

Il sole 24 ore, domenica 6 luglio 2008

«Che fatica, Maratona!»

di Cristina di Belgiojoso

La nostra istruzione è talmente impregnata di storia greca e romana, che in Grecia camminiamo sui nostri ricordi di scuola. Sono stata a Maratona e ci è voluta tutta la tirannia della passione per impedirmi di fare dietrofront venti volte […].

Siamo partiti da Atene alle quattro del mattino per evitare di arrostire al sole di giorno e siamo riusciti a gelare nell’ombra del mattino. Ci avevano preparato dei cavalli, ma avevano dimenticato le selle o almeno quelle che noi chiamiamo con questo nome.  Niente ci è stato risparmiato: cadute da cavallo e di cavalli, ferite scomode, fatiche estreme, penuria di viveri, un freddo che pietrificava le nostre cavalcature, cui è subentrato un calore soffocante, come quello che nel deserto fa tirare fuori la lingua ai cammelli. Abbiamo goduto di tutti questi flagelli durante le diciotto ore che abbiamo impiegato a visitare Maratona.

Maratona! Cioè una pianura di una circonferenza di sette o otto leghe, Chiusa da un lato dal mare e dall’altra dalle alture del Penteli, una pianura su cui niente è spuntato da quando tanti cadaveri ne hanno disseminato il suolo. Dico niente, ma sbaglio, perché questa terra è fertile per delle grosse cipolle. Mi piacerebbe incontrare un esperto o una mente acuta che trovasse un rapporto tra questo legume e i resti mescolati dei Greci e dei Persiani. Nell’attesa potete dare per certo che a Maratona cresce in abbondanza una specie di cipolla introvabile in qualsiasi altro posto.

Tuttavia uno sprazzo d’allegria è venuto a illuminare la nostra cupa spedizione. L’abbiamo dovuto alla squisita sensibilità di uno dei nostri compagni di sfortuna, un grosso, buono, coraggioso e vecchio signore che ha rischiato di morire d’emozione posando il piede sulla celebre pianura su cui tanti eroi hanno perso la vita. Abbiamo dovuto tirarlo giù dal cavallo, farlo sedere a terra tra le cipolle e aprirgli i pantaloni. Allora si è asciugato qualche lacrima, ha emesso dei profondi sospiri e balbettato uno dopo l’altro i nomi di Milziade, Aristide, Temistocle e Serse. Dopo di che ha dichiarato di sentirsi molto meglio e lo abbiamo issato di nuovo sul cavallo. La piccola carovana non era blasé sui divertimenti, quindi abbiamo approfittato il più possibile delle emozioni del grosso signore. Ma la varietà è la prima condizione del piacere e un solo incidente, per buffo che sia, non potrebbe monopolizzare l’attenzione di un gruppo per tutta una sera d’autunno. Ma avendo guardato uno dei compagni di viaggio miei compatrioti, la sua espressione desolata, le sue esclamazioni e la sua pantomima furiosa hanno finito per divertirmi. L’ho attaccato scherzando e la sua collera è esplosa in italiano. «Io non sono in Grecia per divertimento!», ha gridato, «Sono qui in esilio. Vado a vedere questo e quello senza che me ne importi niente. Ma dove volete che vada? C’è un caffè, un casinò dove si possa passare ragionevolmente il tempo? Dovete ammettere, Madame, che in Grecia non sanno cosa significhi la parola piacere». 

-Dai «Souvenirs dans l’exil» di Cristina Trìvulzio di Belgiojoso

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