Cliofilia: cronache bizantine, archetipi di continuità (con excursus sulla terza Roma)

Siegmund Ginzberg è un brillante giornalista, che può essere letto spesso, tra gli altri giornali, sul Foglio e su Repubblica. Proprio su quest’ultimo quotidiano è apparso l’11 febbraio 2007 l’articolo che dà il titolo ad un libro che è una sorta di antologia dell’ultima produzione di Ginzberg  che consiste - detta semplicemente- nel ritrovare analogie tra eventi del passato e contemporanei: un atteggiamento intellettuale “cliofilico”, come nota Canfora sul Corriere di oggi (del resto, nel recente passato, Ginzberg si è già distinto per il proprio penchant classicistico, con un’altra raccolta di articoli che pescavano nei classici della letteratura, attualizzandoli):

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Il Corriere della Sera 1 luglio 2007

“Quando la Storia copia se stessa”

Luciano Canfora  

La cliofilia può apparire, ed in parte è, una deformazione mentale. Appellarsi ad un precedente storico per giustificare l’agire politico o ravvisare in un fatto passato l’antecedente di un avvenimento presente, nella convinzione che il primo illumini e aiuti a meglio intendere il secondo, sono i principali aspetti della cliofilia. La parola ha avuto una certa fortuna, talvolta è stata usata con ironia.

Nella “Talpa della storia” di Vladimir Kormer, dimenticato autore sovietico del «dissenso», per esempio, se la rinfaccia come «vizio» l’inquieto genitore- funzionario alle prese col figlio maniaco dell’Occidente. Ma essa non è appannaggio di una parte sola. È stato osservato che anche l’oratoria e la pubblicistica mussoliniana è ossessivamente «cliofilica» sia prima che dopo il salto spericolato dal socialismo al fascismo. E l’oratoria politica delle prime quattro Repubbliche francesi offrirebbe, in questo senso, un eccellente repertorio.

A ben vedere l’atto di nascita è già nella storiografia antica: nell’idea cioè che lo scrivere la storia di fatti reputati epocali giovi alla comprensione della vicenda politica prossima ventura (se non addirittura di ogni tempo). Coloro i quali dunque si volgono ammirati al passato scorgendovi analogie con il presente, come accade a Siegmund Ginzberg nel suo composito e denso
Risse da stadio nella Bisanzio di Giustiniano” (Rizzoli), non fanno che portare conferme a quella lontana previsione tucididea nonché sostegno a tutte le prospettive cliofiliche di qualunque orientamento esse siano. «Mi sono accorto — scrive — che nelle pagine dei grandi libri (del passato, ndr.) si potevano trovare tesori insospettati di giornalismo, anticipazioni insospettate della notizia del giorno (…) La meraviglia è che riescano a dirci tanto sulle nostre vicende».

Talvolta sono stati gli stessi protagonisti di grandi fasi storiche a leggere se stessi analogicamente, a calarsi dentro una analogia. Ginzberg dedica uno dei suoi capitoli più riusciti alla riflessione di Stalin sul film Ivan il terribile di Eisenstein e lo fa servendosi di una fonte primaria: gli appunti presi dal grande regista e dall’attore che impersonava Ivan (Cerkasov) dopo la loro lunga e tesa conversazione con Stalin (presenti Zdanov e Molotov), il quale per discutere e criticare il film li aveva convocati.

L’incontro avvenne nel febbraio del 1947. Gli appunti presi allora dai due sono stati pubblicati mezzo secolo dopo, nel 1998, da Moskovskie Novosti.
L’analogia funzionava in due direzioni. Intendeva significare che il ruolo storico di Ivan IV era stato positivo e inoltre che esso poteva essere accostato, in situazione pur diversa, al ruolo dello stesso Stalin, oppure che proprio la possibilità di un tale accostamento doveva suggerire che il ruolo di Ivan doveva considerarsi sostanzialmente positivo. L’imprevisto che vien fuori dagli appunti è che Stalin e Zdanov non solo criticano il film perché attribuisce a Ivan caratteri che i due non accettano né gradiscono («il vostro Ivan viene presentato come un nevrastenico, un malato di nervi» sbottò Zdanov), ma estendono la loro critica al personaggio storico in quanto tale.

E così limitano la portata stessa dell’analogia. «Uno degli errori di Ivan — disse Stalin se si presta fede agli appunti — fu di non essere riuscito a farla finita col potere dei cinque partiti feudali tra cui era costretto a giostrarsi. Fosse riuscito a disfarli, non sarebbe seguita quella che viene chiamata l’Era dei Torbidi. Fatto giustiziare qualcuno — soggiunse con evidente sarcasmo — finiva poi per perdersi a lungo in contrizioni e preghiere».

Un altro attore, anche lui prediletto dal regista, pare avesse detto ad Eisenstein prima del colloquio: «Stalin ha ammazzato molta più gente. E non se ne pente. Proviamo a vedere se si pente dopo aver visto il film!». Lo storicismo «cliofilico» di Stalin rifulge, in quella circostanza, anche nell’elogio che egli fa del cristianesimo. E lo fa in polemica con altri censori che avevano rimproverato al film l’eccessiva presenza della religione. «Non si può dire che noi siamo buoni cristiani — obiettò Stalin in difesa del film. Ma sarebbe sbagliato negare il ruolo progressivo del cristianesimo in quella fase storica.

Ebbe un grande significato: segnò il momento in cui lo Stato russo si staccava dall’Oriente e si volgeva verso Occidente. Liberatosi dal giogo tartaro (musulmano), Ivan tendeva a riunificare la Russia come bastione contro le invasioni tartare». Come non pensare, leggendo questa riflessione alla Toynbee, al celebre giudizio di Isaac Deutscher nella sua biografia di Stalin («scacciò la barbarie dalla Russia con metodi barbarici»)?
Ovviamente la cliofilia può avere effetti addormentatori e assolutori nei confronti della «a-moralità» della politica (si intende di quella grande e terribile, non delle operette o pochades della quotidianità parlamentare).

Perché, ad esempio, Ivan sentì il bisogno di punire ferocemente ed esemplarmente Novgorod (1570) città a lui fedele e di insospettabile fede ortodossa? Non fu mai dimostrato che Novgorod volesse passare con la Polonia cattolica o con la nemica Svezia. Eppure bastò il sospetto. E anche questo non può che rafforzare l’analogia.

Essa non è un gioco: al contrario, può essere un antidoto al fatalismo storiografico. È banale praticarla entro il semplice orizzonte improduttivo del nil sub sole novum. Al contrario — si potrebbe osservare — giova a rimettere continuamente in discussione il passato. A non appagarsi di giudizi consolidati, a non sistemare una volta per sempre da una parte i buoni e dall’altra i cattivi. In tal senso proprio la coppia Ivan-Stalin risulta istruttiva e foriera di riflessioni non necessariamente rasserenanti.
Poco c’entra Putin in tutto questo, anche se Ginzberg chiama in causa soprattutto lui. Certo, anche il caso Putin può arricchire il quadro in un’altra direzione: quella della continuità nonostante la rottura. E la storia della Russia, così come del suo archetipo bizantino, si presta, alla considerazione della continuità, come un esempio da manuale. Rottura più prolungata e lancinante dell’ottobre 1917 e di tutto ciò che ne seguì è difficile immaginarla. Eppure il potere, la sua forma come il suo esercizio, finì col riassestarsi, dopo la inaudita bufera, nelle forme che la tradizione russa offriva ai protagonisti (e anche agli antagonisti). Rottura più clamorosa, sul finire del Novecento, e più netta, della fine dell’Urss e del dissolvimento del Partito-Stato, è difficile trovare. Eppure le forme del potere di quella che ormai chiamiamo «Demokratura», sia essa retta da Eltsin che fa bombardare il Parlamento o da Putin che fa eleggere presidente un suo sostituto per rimpiazzarlo al più presto, sono ancora debitrici della storia russa e della sua incoercibile continuità. Anche i boiardi, che Ivan cercò di liquidare, sono lì a insidiare i successori del «Terribile». Non bastò neanche la durezza staliniana a farli uscire di scena.

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