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La S.A.I.A. tra gli enti inutili? Archeologia del sapere (perduto)

Corriere della Sera 8 giugno 2008
Il caso Senza sponsor e aiuti dello Stato, a quasi un secolo dalla nascita è considerata «ente inutile»
Italia ad Atene, cent’ anni in solitudine
La Scuola archeologica rischia di chiudere: «Mancano i fondi»

Antonio Ferrari

dal nostro inviato ATENE - Della presenza italiana in Grecia non è soltanto un’ istituzione. È un sigillo di qualità. È un anello prezioso per ricordare e cementare, contro l’ usura del tempo e l’ incalzare della superficialità, la culla greco-romana della nostra cultura e della nostra civiltà. Nel 2009 la Scuola Archeologica italiana di Atene compie cent’ anni. Anniversario importante che meriterebbe di essere celebrato con tutti gli onori. Onori che vengono riconosciuti e tributati da analoghe Scuole straniere che hanno radici ancora più antiche della nostra: la Francia, che inaugurò il proprio istituto nel 1846, la Germania, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti.

Ma se i nostri partner archeologici ci invidiano la capacità di aver prodotto miracoli con pochi mezzi (formazione, corsi, pubblicazioni, ricerche, missioni), noi siamo stati tempestivi, come al solito, nel farci del male. L’ anno scorso, sotto la scure della Finanziaria, stava per finire in frantumi proprio la Scuola Archeologica italiana di Atene, ridotta al rango di «ente improduttivo», quindi «inutile», da sacrificare ai necessari tagli della spesa pubblica.

Chiariamo subito che il bilancio della Scuola non è nulla di clamoroso, e tantomeno si può considerare uno spreco. Era ed è inferiore a un decimo di quello che costerà all’ Inter, per un anno, José Mourinho. «Questo denaro, teoricamente poco più di 800 mila euro, in pratica ridotto a 640 mila con i nuovi tagli, serve a malapena per pagare gli stipendi - dodici persone - e le borse di studio. Ma non abbiamo il denaro per pagare la luce, il gas, per offrire un contributo simbolico alle dodici missioni che operano sull’ intero territorio della Grecia, per le pubblicazioni e per la manutenzione dei cinque edifici storici di proprietà della scuola. I professori? Vengono a insegnare gratuitamente. Quest’ anno si sono pagati persino il viaggio», dice con disappunto Emanuele Greco, direttore della Scuola, appena nominato cavaliere al merito della Repubblica. Cavaliere che, se non si interverrà in fretta, rischia di diventare il liquidatore dell’ istituzione. «Sì, perché senza qualche aiuto saremo costretti a chiudere. Alcuni leader politici, tra cui Piero Fassino, che ha a cuore il nostro destino, mi avevano suggerito di trovare un generoso mecenate, ma io vorrei che fosse lo Stato, che fosse l’ Italia a provvedere alla nostra sopravvivenza».

Quando il re ellenico Giorgio I inaugurò la Scuola, fondata il 9 maggio 1909, il rappresentante di Vittorio Emanuele III si scusò del ritardo rispetto agli altri Paesi europei sostenendo che l’ Italia, fresca di unità dopo la guerra d’ indipendenza, aveva dovuto concentrare gli sforzi sui propri beni archeologici: Paestum, Pompei, Agrigento, Taormina… E questo, nonostante le nostre missioni fossero presenti assai proficuamente in Grecia, soprattutto nell’ isola di Creta, dal 1884. Superando difficoltà di ogni genere, come quelle che affiorarono prepotentemente durante il secondo conflitto mondiale, quando il 28 ottobre del 1940 Mussolini dichiarò guerra ad Atene.

Tuttavia, nonostante il conflitto, la Scuola Archeologica non scomparve. Rinacque più forte di prima. Almeno fino a quando la politica dei tagli ha cominciato a indebolirla. Prime avvisaglie alla fine degli anni 90, più o meno quando si decise di chiudere lo storico Consolato generale d’ Italia a Salonicco, degradandolo a «onorario». Tutto ciò accadeva mentre le altre missioni diplomatiche, attratte dalle opportunità commerciali, finanziarie e soprattutto strategiche, alla fine delle guerre balcaniche, raddoppiavano il personale nella seconda città della Grecia. Nel 2000, un giornale italiano di partito ironizzava sulla Scuola Archeologica, definendo il modesto finanziamento pubblico che le viene accordato «un obolo per gli dei di Atene». Le critiche sono salite di tono, fino a quando, alla fine dell’ anno scorso, è stata avanzata la proposta di chiusura, da presentare nella Finanziaria per il 2008. Il salvataggio avvenne in zona Cesarini, grazie agli interventi degli allora ministri Sandro Bianchi e Pierluigi Bersani, che era pronto a chiedere in Parlamento di dirottare una piccola parte dei suoi fondi ministeriali alla Scuola (ma l’ emendamento non fu discusso in aula), e «in particolare a due colti funzionari dello Stato - ricorda il professor Greco -: Vittorio Grilli e Mario Canzio. Se siamo riusciti a sopravvivere è anche merito loro».

È assai amaro, il direttore della Scuola. «Che cosa posso fare? Abiurare la cultura, sottopormi alle lusinghe dell’ ignoranza dilagante e aprire una palestra per veline? Ci sono ragioni storiche ma anche di opportunità politica per evitare la morte dell’ istituto. Non dimentichiamo che l’ Italia è il primo partner della Grecia. Chiudere, quindi, sarebbe umiliante anche per i nostri ospiti». Per il 2009, Greco aveva pensato di produrre un film-documentario sulla storia della Scuola, due convegni e a una mostra in una prestigiosa sede romana. Ma resistere, da qui al 9 maggio prossimo, non sarà facile. Chi può salvare il futuro della Scuola, chi vuol raccogliere l’ invito del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a puntare sulle nostre istituzioni culturali e sulle nostre radici umanistiche, si faccia l’ esame di coscienza. E soprattutto si faccia avanti.

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