Stati Uniti “quarta Roma”?

Il titolo nasce da una forzatura delle tesi di Edward Luttwak (ben noto - anche in Italia non fosse altro che per le sue comparse a Porta a Porta- stratega militare statunitense, senior associate presso il Center for Strategic and International Studies: qui un bel profilo della sua “doppia vita”, visto che Luttwak, anche tra l’altro in rapporto con i servizi di sicurezza italiani, ”performs … quasi paramilitary operations — under the vague title of “consultant” — while maintaining a public image as a military historian, thinker and writer, if a frequently (and deliberately) controversial one”), di cui è in uscita La grande strategia dell’impero bizantino, per Rizzoli, nel novembre 2009 (com’è noto, è già stato contorverso autore del “gemello” La grande strategia dell’impero romano, qui presentato in una rivista del SISDE…).

Ecco un estratto del volume di prossima uscita (qui sotto, dall’ediz. orig. inglese), e, di seguito, la traduzione di un recente articolo in cui L. sintetizza le lezioni che l’ “impero” USA dovrebbe apprendere dal predecessore bizantino per mantenere la Pax americana [update: infine, una recensione della bizantinista Silvia Ronchey]:

Il Sole 24 ore, 21 ottobre 2009

STRATEGIE GLOBALI / Sette Lezioni del passato

Bizantini? Magari lo fossimo

Edward Luttwak *

 Per rimanere una grande potenza, gli Stati Uniti devono imitare l’Impero romano d’oriente, sopravvissuto per quasi un millennio a quello d’occidente

Crisi economica, debito nazionale crescente, impegni eccessivi all’estero, non è questo il modo di gestire un impero. L’America ha bisogno di una consulenza strategica seria. E presto. Non è mai stata Roma, e adottarne le strategie – l’espansione spietata, la dominazione dei popoli stranieri, il modello spacca-ossa di guerra totale – servirebbe solo ad affrettare il suo declino. Meglio guardare all’incarnazione orientale dell’impero: Bisanzio, che per durata ha superato di otto secoli il predecessore romano. Ciò che l’America deve riscoprire oggi sono le lezioni della sua strategia globale.

Per fortuna è molto più facile imparare dai bizantini che dai romani, che non hanno lasciato quasi nessuna traccia scritta di strategia e di tattiche, ma soltanto frammenti di testi e una compilazione di seconda mano fatta da Vegezio, che di guerra e di arte del governo sapeva poco. I bizantini invece hanno scritto tutto - tecniche di persuasione, raccolta d’informazione, pensiero strategico, dottrine tattiche e metodi operativi – e chiaramente in una serie di manuali militari giunti fino a noi e in un’importante guida all’arte di governare.

Ho passato gli ultimi vent’anni a studiare questi testi per preparare un saggio sulla strategia globale di Bisanzio, e se gli Stati Uniti desiderano rimanere una grande potenza, farebbero bene a seguire queste sette lezioni.

  • 1. Evitare la guerra con ogni mezzo e in ogni circostanza, ma agire sempre come se potesse iniziare in qualsiasi momento. Allenarsi intensivamente ed essere sempre pronti a dare battaglia, ma senza bramarla. Essere pronti a combattere ha per scopo primario quello di ridurre la probabilità di doverlo fare.
  • 2. Raccogliere informazioni sul nemico e la sua mentalità, e sorvegliarne l’agire incessantemente. Gli sforzi per riuscirci in qualunque modo possono anche risultare poco produttivi, ma sono raramente sprecati.
  • 3. Fare campagna con vigore, sia in offesa che in difesa, ma evitare le battaglie, soprattutto quelle su vasta scala, se non in circostanze molto favorevoli. Non pensare come i romani, per i quali la persuasione era soltanto un corollario della forza. Usare invece la minima dose possibile di forza contribuisce a persuadere chi può esserlo e danneggia chi non è ancora arrivato a tal punto.
  • 4. Sostituire la battaglia di attrito e l’occupazione dei paesi altrui con la guerra di manovra – attacchi fulminei e raid offensivi contro il nemico, seguiti da veloci ritirate. Non mirare a distruggere i nemici, i quali possono diventare gli alleati di domani. Molteplici nemici possono essere meno pericolosi di uno solo, finché è possibile convincerli ad aggredirsi l’un l’altro.
  • 5. Riuscire a porre fine alle guerre reclutando alleati per cambiare l’equilibrio del potere. La diplomazia è ancora più importante in tempo di guerra che in tempo di pace. Ignorare, sull’esempio dei bizantini, lo stupido aforisma secondo cui quando i cannoni parlano, i diplomatici tacciono. Gli alleati più utili sono quelli più prossimi al nemico, perché sanno meglio come combatterne le forze.
  • 6. Fra le vie che portano alla vittoria, la sovversione è la meno costosa, al punto che paragonata ai costi e ai rischi della battaglia, va sempre tentata, anche con i nemici all’apparenza meno riconciliabili. Ricordare che persino i fanatici religiosi possono essere comprati, come i bizantini scoprirono per primi, poiché gli zeloti dimostrano una notevole creatività nell’inventare giustificazioni religiose al tradimento della propria causa («essendo comunque inevitabile la vittoria definitiva dell’Islam…»)
  • 7. Quando diplomazia e sovversione non bastano e la lotta diventa inevitabile, usare metodi e tattiche che sfruttano le debolezze del nemico, evitare di logorare le forze combattenti, ed erodere con pazienza la forza del nemico. Questo può richiedere molto tempo. Ma non c’è fretta, perché appena un nemico cesserà di esistere, un altro ne prenderà sicuramente il posto. Tutto cambia continuamente, l’ascesa di governanti e nazioni è seguita dalla loro caduta. Solo l’impero è eterno – a condizione di non sfinirsi da sé.

    * Center for Strategic Studies Washington
    (Traduzione di Sylvie Coyaud) 

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La Stampa 27-12-2009  
SILVIA  RONCHEY
 

Bisanzio, il volere e non potere dell’America d’oggi

La (discutibile) analogia proposta da Luttwak Un libro confronta la «grande strategia» dei due imperi  
 
Supponiamo che la dirigenza strategica della maggiore potenza militare mondiale, dopo sette anni di iniziative belliche destinate a produrre esiti incresciosi, sia investita da un’ondata globale di discredito. Supponiamo che un consulente strategico di questo governo, non necessariamente il piu’ influente ma fra i piu’ mediaticamente esposti e culturalmente duttili, pubblichi, per esorcizzare il danno, un saggio che sia insieme popolare e tale da incutere soggezione. Supponiamo che costui decida di parlare del presente attraverso il passato - tradizione consolidata tra i consulenti strategici, a partire da Machiavelli - e a questo scopo profonda una dottrina coltivata en amateur da decenni: un esercizio di erudizione di piu’ di 500 pagine, in cui prenda a parlare non piu’ dell’impero romano, su cui a suo tempo ha scritto un libro molto discusso, ma di un impero studiato da pochi e conosciuto da ancora meno: l’impero bizantino. E supponiamo infine che lo trasformi nella controfigura ideale, nel modello irraggiunto della potenza mondiale che ha servito, cosi’ da spiegare da un lato il fallimento della recente strategia di quest’ultima e predire dall’altro la sua continuazione quale massimo impero mondiale. Ecco che Bisanzio diventa la ricetta per il futuro dell’America e che il poderoso saggio di Edward Luttwak (La grande strategia dell’impero bizantino, Rizzoli) diviene un vademecum per capire il mondo attuale e il suo destino, interpretato quale ineluttabile scontro, ieri come oggi, fra Est e Ovest.

Lo studio del passato e’ diagnosi del presente e prognosi del futuro. L’idea di Luttwak di studiare la strategia di Bisanzio e’ geniale oltre che attuale, poiche’ il fantasma di quel millenario impero multietnico aleggia sulle aree geopolitiche interessate dai conflitti del XXI secolo, e non solo su quelli scatenati dalle dottrine strategiche dell’amministrazione Bush - Iraq, Afghanistan, Pakistan - ma di fatto su tutte le zone nella cui odierna proliferazione bellica la strategia militare americana (e non solo) e’ intervenuta dopo la fine della Guerra fredda: dai Balcani al Medio Oriente, dalla Mesopotamia al Caucaso.

Per questo, e per molte altre ragioni, le riflessioni di Luttwak sarebbero piu’ che legittime. Se non partissero, tuttavia, da premesse sbagliate. «Se fa come Bisanzio, l’impero americano durera’ ancora a lungo». Ma l’America non e’ mai stata un impero. Del particolare e peraltro desueto sistema di governo del territorio basato sulla dialettica tra centro e periferie anche remote, dunque sulla reciproca interazione di culture, geografie, etnie, linguaggi, élite, l’America non ha la storia, le tradizioni, l’apertura, che sono state invece proprie di poteri oggi in declino e in passato piu’ o meno funzionali, ma certamente imperiali, come la Gran Bretagna o la Francia, la Turchia o la Russia. Ancora meno ha quelle di Bisanzio. Conferire all’America status di impero significa da un lato alimentare un equivoco storico e dilatare un paragone incongruo fino al paradosso, dall’altro implicitamente giustificare ex post proprio quel ruolo di invadente gendarme internazionale che e’ stato causa dei fallimenti e dell’impopolarita’ dell’amministrazione Bush nel mondo e presso i suoi stessi cittadini.

Oltre all’equivoco di fondo, vari equivoci piu’ circostanziati contribuiscono alla deformazione generale di un quadro che per altri versi Luttwak ha colto (l’uso delle armi per contenere o punire piuttosto che per attaccare con spiegamento di forze; l’alleggerimento del potenziale militare e l’uso della diplomazia o della «dissuasione armata»; le varie forme di incentivo date agli Stati satelliti sotto forma di sussidi, doni, onori e cosi’ via). Ma, ad esempio, affermare che il punto di forza dei governanti bizantini sia stata «la fiducia indiscussa di essere gli unici difensori dell’unica vera fede», presentare i rapporti con il nascente mondo arabo in termini di accesa contrapposizione religiosa, parlare addirittura, a proposito del califfato, di «offensiva jihadista», spingersi a considerare «guerre sante» le iniziative militari bizantine - tutti questi sforzi di attualizzazione sono arbitrari e dunque insidiosi. Non puo’ essere certo paragonato all’islamismo odierno il tollerante e multireligioso mondo arabo ommayyade e abbaside preso in considerazione da Luttwak. E, anzi, proprio nella periodizzazione si registra il maggior limite del libro, che lo colloca, come quello sull’impero romano, nel peraltro interessante genere dell’esercitazione storiografica praticata dal personale politico di ogni epoca.

Nel definire quello che chiama il «codice operativo» della strategia di Bisanzio, Luttwak si basa su una «continuita’» effettiva, che tuttavia attinge ai vari periodi in modo incostante. Se avesse approfondito di piu’ l’eta’ macedone, e quella comnena e paleologa, si sarebbe dovuto misurare con paradossi strategici ancora piu’ significativi per il presente: ad esempio, l’ambiguo rapporto tra la potenza marittima bizantina e le repubbliche mercantili, la compenetrazione con i turchi osmani e cosi’ via.

Come scrive nel suo Strategikon un bizantino dell’XI secolo, Cecaumeno:

«Se prendi un libro, leggi tutte le pagine e non limitarti a estrarre solo le cose che ti piacciono di piu’». 

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