Mestiere dell’intellettuale è riabilitare lo spazio pubblico, dimostrando quale sia il profilo etico ed estetico di una professione che, secondo la bella definizione di Luciano Canfora, è fin dalle origini, fin dal paradigma della vita e della morte di Socrate, “un mestiere pericoloso”. La “congiura per un nuovo patto politico” che abbiamo convocato con il nostro Manifesto chiama tutti quanti non abbiano insterilite le fonti della passione e del desiderio, tutti quanti possano e vogliano farlo, tutti quanti abbiano qualcosa di sé da spendere, ad assumersi pienamente le responsabilità del nostro tempo.
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Con buona pace della grecista veneziana Monica Centanni (su Europa del 3-11-10) essere intellettuali, nell’Italia di oggi, non è un mestiere né comporta alcun pericolo (se non quello dell’irrilevanza: la mancanza di visibilità, su cui si apre l’articolo, colpisce anche la maggior parte dei professori universitari al di fuori del proprio ambito accademico; ma l’unica congiura esistente è quella perpetrata quotidianamente ai danni della cultura…).
Quanto poi al merito della citazione, comunque, come si sa, Canfora nel volumetto Sellerio si riferiva alla “vita quotidiana dei filosofi greci”: categoria che, seppur avant la lettre, non coincide tout court con quella degli intellettuali engagés di ieri e di oggi (“discuteva con le mani e coi piedi il popolo amante del bello e della filosofia, oltre che inventore della democrazia”, Canfora, ibidem, pag.11: similmente a quel che accade, ora, in meno ruspanti e perigliose logomachie sui media tradizionali e sul web, dove però, nelle discussioni sulle agorà e forum virtuali e catodici, all’arte maieutica è succeduta l’arte dell’avvelenamento dei pozzi).
Del resto, attualizzazione per attualizzazione, ad Atene, per i politici troppo discussi esisteva l’ostracismo: chissà, a proporlo nell’Italia di oggi, se se ne dovrebbe andare Berlusconi oppure Fini… La parola al televoto.