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Mi era sfuggito questo prolungato botta e risposta (La Stampa 21/11/2011), protagonista Luciano Canfora, il Grande Guastatore, in seguito ad un’intervista di Callieri.
Questa la lettera di Callieri: “Artemidoro, Callieri risponde a Canfora”. Il Professor Canfora fa lo spiritoso. Digiuno di papirologia, sono solo un attento lettore. Ricordo una nota redazionale del «Sole 24 Ore» pubblicata il 21 marzo 2010: «Senza contare né quelli degli editori del papiro (e collaboratori) né di Canfora (e collaboratori) si contano ad oggi 48 studi scientifici, dei quali uno accoglie le tesi della falsificazione, gli altri 47 propongono varie interpretazioni, ma tengono ferma la genuinità del papiro e la sua datazione al I secolo a.C.». Ai 47 se ne sono aggiunti altri. Almeno uno ieri. Si svolge in questi giorni all’Università di Madrid un Congresso internazionale di tre giorni. Il titolo è «De Falsa et Vera Historia». Vengono trattati da autorevoli studiosi casi di falsi clamorosi. La Professoressa Irene Pajon della Oxford University presenta la relazione «El papiro di Artemidoro: un falso falso». Alla dottoressa Vassilika posso solo ricordare quanto scritto sul suo caso da «Bild» di Hannover il 28 dicembre del 2001 e «Die Welt» il 25 marzo 2004.
E questa la precedente stoccata di Canfora, sempre attraverso lettera alla Stampa (18/11):
Caro Direttore, Carlo Callieri, pur digiuno di studi di papirologia, interviene sulla autenticita’ ormai archiviata dello pseudo-Artemidoro. Non adduce argomenti di carattere scientifico, ma insinuazioni di carattere personale. Non puo’ tacersi pero’ l’aspetto un tantino esilarante del suo dire a proposito di confronti «ipermediatici». Quando egli dirigeva la Fondazione per l’Arte, fu mecenatesco e mediatico ai limiti del buon gusto! Oltre a pagare milioni di euro per il falso papiro, oltre a finanziare la mostra berlinese e la trasferta di una nutrita squadra, oltre a coprire le spese assicurative, per il trasferimento di oggetti d’arte esposti a far da contorno al papiro, egli volle finanziare persino pubblicazioni per l’infanzia, martellanti sull’autenticita’ del falso papiro. Mi riferisco al coloratissimo volumetto in trentaduesimo Lia e il papiro magico. Li’ il collega Gallazzi diventa il professor Von Gall, e l’amico professor Settis viene quasi ridicolizzato col nome di Septimius: il tutto a beneficio dei due protagonisti Tommy e Lia, la cui tazza di te’, nella favoletta, ha un ruolo decisivo. Il nostro aspirante papirologo finanzio’ anche un semilibro, intitolato A come Artemidoro, dove campeggia ennesimamente la maschera «matrice» del papiro, che batte’ in ritirata nei mesi successivi. E come dimenticare lo spot musicale inserito nel Tg, nei giorni ruggenti del febbraio 2006, sull’onda della canzoncina «Entra nel mondo di Artemidoro!», ovvero il cortometraggio proiettato di continuo durante la mostra a Palazzo Bricherasio, che sceneggiava come peplum la storia del papiro? Insomma, quando il Callieri minaccia «Quel papiro lo ricomprerei», c’e’ da preoccuparsi. Vorrei tranquillizzare Callieri: la diagnosi che dichiara non essere artemidoreo il papiro ha incontrato una larghissima condivisione anche fuori d’Italia. Cito soltanto: N. Wilson (Oxford), R. Janko (Ann Arbor), M. Billerbeck (Freiburg Svizzera), G. Aujac (Toulouse), D. Delattre (Paris), P. Schreiner (Koln) etc. etc. Con qualche volgarita’ il Callieri si spinge a dichiarare che le ricerche da me e da altri studiosi condotte sul papiro nascerebbero da fatti personali e mirerebbero a diffondere «veleni». Non so se il riso o la pieta’ prevale. La fantasia porta Callieri a parlare di un «terzo falsario». A noi ne bastano due. Se desidera il nome di chi ha messo insieme i tre pezzi di Simonidis, non ha che da rivolgersi al suo fornitore, Serop Simonian (Hamburg). Lui certamente sa chi e’ stato.
Scommetterei, comunque, che non si tratta dell’ “Ultimo atto” della saga di Artemidoro [così nell’articolo di Silvia Ronchey ripreso qui sotto, apparso sempre sulla Stampa, in occasione di un dibattito torinese (15/11): the plot thickens, si affaccia l’ipotesi di un secondo falsario tardo-novecentesco di cui si traccia una sorta di identikit. Quante vite, ancora, per il papiro di Artemidoro? Rif.: F. Condello, “Artemidoro” 2006-2011: l’ultima vita, in breve, «Quaderni di storia» 74, luglio-dicembre 2011, pp. 161-248].
I tre falsi papiri confezionati nell’800 da Simonidis e rimasti a lungo chiusi nel fondo omonimo del Museo di Liverpool — ossia i «tre grossi sigari» descritti da James Farrer all’inizio del ‘900, poi risultati scomparsi — sono con ogni probabilità gli stessi che, accorpati tra loro, modificati e arricchiti di nuovi elementi grafici, ricompaiono a formare il cosiddetto Artemidoro (…)
nei gialli che si rispettano le sorprese alla fine sono almeno due. Come quelle che verranno introdotte oggi dal prorettore Sergio Roda, a suggellare l’ipotesi che il manufatto sia frutto dell’assemblaggio dei tre «sigari» e delle aggiunte di un secondo falsario tardonovecentesco (la teoria del «Simonidis maggiorato» o «Simonidis auctus» già da anni diffusa tra i filologi dopo essere stata avanzata da Luigi Lehnus).
Il primo smascheramento riguarderà il lato B del cosiddetto papiro, l’unico nel manufatto a mostrare coerenza, in contrasto con il bislacco disordine che l’assemblaggio dei tre falsi originari sembra avere prodotto nel lato A. Nel rovescio invece si succedono disegni di animali, tanto strani quanto strategicamente disposti, si direbbe, a suggerire che i frammenti provengano da un supporto unico. Si tratta però, a quanto pare, di un lavoro malfatto: starà agli esperti mostrare definitivamente come questi disegni non solo siano opera di un falsario, ma siano stati prodotti nella seconda fase di falsificazione e cioè dopo l’accorpamento dei tre «sigari». In effetti anche agli occhi di un profano risalta la differenza tra i due ordini di figure: sul lato A, in quelle di gusto ellenistico tipiche dello stile di Simonidis, si apprezza un tratto ottocentesco che imita l’antico; sul lato B, negli animali fantastici come il cosiddetto «papero» o chenalopex , si scorge uno stile in cui qualche studioso è arrivato ironicamente a ravvisare l’influsso di Walt Disney. (..) il secondo falsario — che si presuppone tuttora vivente e attivo — dev’essere un grande frequentatore della papirologia. Deve avere agito nell’ultimo ventennio del Novecento, in stretto contatto con quel «mercante» Simonian che ha venduto l’Artemidoro alla Compagnia torinese nel 2004, quando la sua reputazione era peraltro già incrinata dal contenzioso giudiziario avuto col Museo di Hildesheim negli Anni 80. Deve avere avuto il manufatto tra le mani per un congruo lasso di tempo. Se Ludwig Koenen, principe della papirologia mondiale, ha riferito di aver visto immagini del reperto che contenevano dettagli differenti da quelli della versione attuale, il cosiddetto papiro era noto agli egittologi Shelton e Grimm - come rivelano gli stessi editori critici - fin dal 1981: ben prima che uno di loro, Claudio Gallazzi, cominciasse a perorarne appassionatamente l’acquisto. Chi mai può corrispondere a questo identikit? Di chi è stato «uomo di paglia» l’armeno-amburghese Simonian?