rimane sempre l’ idea che, per individuare il significato di un simbolo, occorre prima di tutto “comparare”, “appaiare” correttamente due metà: come facevano i Greci con i due pezzi del medesimo osso. Così accade anche per quel simbolo - sei spicchi disposti a raggiera e racchiusi in un cerchio - di cui il sindaco di Adro ha cosparso soglie, banchi e pavimenti della scuola del paese. Il sito della lega Nord lo definisce Sole delle Alpi, “antichissimo simbolo diffuso nelle aree celtiche”, il quale sta a “significare il sole, cioè il calore e la luce; la ruota della vita, con l’ alternarsi delle stagioni e delle vicende” e perfino “Gesù Cristo, vero Sole e Sole invitto”. Ma non è necessario essere sagaci come Polido per congetturare che, l’ altra metà di questo symbolon, è semplicemente “Lega Nord”.
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Maurizio Bettini su Repubblica del 23-9-2010, “Alle origini dei segni”, un excursus sui symbola, “al plurale, le due metà di un osso: quello che i due partner di un contratto, o due stranieri, procedevano a spezzare, dopo di che ciascuno si portava via una metà. Perché lo facevano? Perché il giorno in cui avessero dovuto rincontrarsi, loro o i loro discendenti, avrebbero rimesso insieme le due metà originariamente separate e in questo modo avrebbero potuto riconoscersi. I symbola nascono dunque come strumento di reciproca identificazione, esigenza particolarmente sentita in una società che non possedeva né documenti, né foto, né impronte digitali. Ma perché si chiamavano symbola? Perché il loro uso implicava un’ azione che i Greci esprimevano con il verbo symballo, ossia la “comparazione”. Per stabilire la reciproca identità di due persone - cosa delicata, se si trattava di esigere un vecchio credito - occorreva infatti “comparare”, mettere a confronto quelle due metà, per vedere se si corrispondevano davvero. Solo che, nei loro comportamenti “simbolici”, o meglio di “comparazione”, i Greci non si limitavano a mettere a confronto mezzi ossi, compivano anche operazioni più sofisticate. Entriamo così in un campo decisamente affascinante, quello che potremmo definire la semiotica selvaggia, o spontanea, dei Greci - per intenderci, l’ uso di segni e simboli prima che i filosofi Stoici, Peirce o Umberto Eco applicassero a questi processi la loro riflessione”.
L’aneddoto dell’indovino corinzio Poliido presso Minosse (a ritrovargli - e poi resuscitare, attraverso una “pianta della vita”, mutuata da un serpente - il figlioletto Glauco affogato in una giara di miele) è questo:
Un giorno il re Minosse, che aveva perduto suo figlio, chiamò presso di sé l’ indovino Polido (cioè “colui che molto sa”) e gli chiese di ritrovarlo. Prima però volle sincerarsi delle sue reali capacità, per cui gli propose una sorta di enigma. Nelle mie mandrie, gli disse, c’ è una vacca che prima è bianca, poi è rossa, infine è nera: a cosa vorresti tu “comparare” il suo mantello? Polido non ebbe dubbi: lo comparo alla mora, disse, che quando è acerba è bianca, poi si fa rossa e infine, maturando, diventa nera. L’ indovino aveva risolto l’ enigma attraverso una sagace “comparazione”: con il suo symballein fra mantello della vacca e colori della mora, l’ uomo che “molto sa” aveva trovato l’ altra metà del symbolon. Minosse, naturalmente, gli dette l’ incarico
Fonti principali: Pseudo Apollodoro Bibliotheca III,3 e Igino Fabulae 136. Poliido è figura che interessa il teatro, tragico e comico: cfr. Eschilo (Cressae frammenti 116-120 Radt), Sofocle (Manteis, fr. 389-400 Radt) ed Euripide (Polyidus,fr. 634-646 Snell). Del Poliido euripideo Aristofane ha messo in scena una parodia (una sorta di mythological burlesque) nella commedia dallo stesso titolo (i frammenti superstiti nel Kassel-Austin, Poetae Comici Graeci. III 2, Aristophanes, testimonia et Fragmenta). Sui 3 diversi Glauco del mito (“marino”, d’Antedone, ”potnieo”, di Corinto e il nostro, quello ”cretese”), cfr. Marinella Corsano Glaukos. Miti greci di personaggi omonimi. Roma, 1992, che tratta il figlio di Minosse alle pagg. 111-134.
(Source: repubblica.it)