Sì, insomma, una sorta di fratello minore del Venanzio originale, quello “Fortunato”, la maggor gloria di Valdobbiadene, dopo il prosecco… [Venantius Honorius Clementianus «Fortunatus natus quidem in loco qui Duplabilis dicitur fuit; qui locus haud longe a Cenitense castro vel Tarvisiana distat civitate.» (Paolo Diacono, Hist. Langobardorum 2, 13)].
Sarà questa la suggestione? Mah, nel frattempo sono a segnalare questi due apologhi a tema classico, da L’accalappiacani n° 3 [L’accalappiacani, Settemestrale di letteratura comparata al nulla, numero 3, Roma, DeriveApprodi 2009, 128 pagine, 12 euro], pag. 88, via il blog di Paolo Nori:
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Il ritorno dello Pseudo-Venantius
Un giorno uno studente di lettere classiche andò a chiedere la tesi a un professore potente e indaffarato. Il professore, giudicando con un’occhiata che lo studente non sembrava destinato a niente di particolare nella vita, gli assegnò una tesi sullo Pseudo-Venantius. Lo studente ci rimase male, perché una tesi sullo Pseudo-Venantius non aveva mai aperto la carriera di nessuno, ma era intimorito dal professore e non obiettò. Cominciando a studiare il poco materiale a disposizione, rimase affascinato dall’abisso di oblio in cui può cadere un essere umano, questo animale dotato di memoria. Si appassionò allo Pseudo-Venantius, dedicandosi alla tesi giorno e notte. Fece viaggi lunghissimi, ricerche massacranti, collazioni di testi che avrebbero sfiancato un’abbazia di filologi. Gli anni volarono via, i genitori trapassarono, i suoi amici fecero in tempo a sposarsi e a divorziare, il professore morì d’infarto tra le braccia di una studentessa, l’università venne trasferita, i confini della nazione furono modificati, ma lo studente continuava a lavorare alla sua tesi, abbagliato dallo Pseudo-Venantius come da una luce oscura, destinata solo a lui. Finì a fare un lavoro ignobile in una città volgare, miope e solo, poverissimo e disprezzato, felice di essere morto al mondo, in compagnia del suo segreto, della sua felicità, del suo autore.
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[Ndr: Su chi fosse lo Pseudo-Venanzio, cfr. ancora lo stesso Nori, sempre da L’accalappiacani numero 3, pag. 79]
Vita e opere dello Pseudo-Venantius
Lo Pseudo-Venantius è l’autore più sconosciuto della tarda antichità. Il secolo che l’ha visto nascere è incerto, il suo borgo natale è stato raso al suolo, della sua vita non si sa niente e le sue opere, di cui non si conosce affatto il contenuto, non hanno mai interessato anima viva. Nessuno, del resto, si è mai dato la minima pena di conservarle. Gli autori medievali che lo citano si confondono sempre con qualcun altro che ha un nome che gli somiglia e gli fanno dire cose che molto probabilmente non avrebbe mai detto neanche per sbaglio. I pochi frammenti che gli si potrebbero assegnare sono stati per secoli attribuiti a quegli altri autori che hanno un nome che gli somiglia e gli studiosi di quegli altri autori non intendono cedere una virgola allo Pseudo-Venantius. Di lui non si sa cosa pensava, non si sa cosa voleva, non si sa se era felice o infelice, laico o chierico, scapolo o ammogliato, se era di tendenze suicide o se aveva un motivo qualsiasi per stare al mondo. Pare che dopo qualche giorno passato senza vederlo non lo riconoscessero nemmeno gli amici. L’unica testimonianza certa rimasta di lui è che una volta suo padre, incontrandolo sulle scale di casa, gli chiese: “E tu chi sei?”