Giambattista D’Alessio, ON THE “ARTEMIDORUS” PAPYRUS, ZPE 191, 2009, pagg. 27-43 (sull’implausibilità della teoria che vede il papiro come un falso).
(Source: kcl.academia.edu)
Amor di verità sullo pseudo-Artemidoro”
Caro Direttore, invocando soprattutto l’amor di verità che nel Suo giornale è la regola, mi corre l’obbligo di rettificare le inesattezze gravi in cui è incorso il dott. Callieri nella lettera apparsa il 19/11 a p. 36: 1) le pubblicazioni sullo pseudo-Artemidoro sono ormai oltre 200 (e non 48!!), e ben più della metà sostengono o che non è Artemidoro o che è un falso, o entrambe le cose. Il Callieri può leggere il saggio di F. Condello, intitolato «Artemidoro» 2006-2011.
2) Il carattere recente (cioè falso) del manufatto simil-artemidoreo è rivelato, tra molte altre prove, dalla presenza di grafite nell’inchiostro (l’analisi in proposito si può leggere perfino nell’ed. Led); comunque si veda anche il volume intitolato «Fotografia e falsificazione». 3) La dott.ssa Pajon ha già svolto la sua tesi al convegno papirologico di Ginevra (agosto 2010) e fu adeguatamente confutata nel corso del dibattito. Forse per questo ogni tanto si affaccia su Wikipedia.
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Mi era sfuggito questo prolungato botta e risposta (La Stampa 21/11/2011), protagonista Luciano Canfora, il Grande Guastatore, in seguito ad un’intervista di Callieri.
Questa la lettera di Callieri: “Artemidoro, Callieri risponde a Canfora”. Il Professor Canfora fa lo spiritoso. Digiuno di papirologia, sono solo un attento lettore. Ricordo una nota redazionale del «Sole 24 Ore» pubblicata il 21 marzo 2010: «Senza contare né quelli degli editori del papiro (e collaboratori) né di Canfora (e collaboratori) si contano ad oggi 48 studi scientifici, dei quali uno accoglie le tesi della falsificazione, gli altri 47 propongono varie interpretazioni, ma tengono ferma la genuinità del papiro e la sua datazione al I secolo a.C.». Ai 47 se ne sono aggiunti altri. Almeno uno ieri. Si svolge in questi giorni all’Università di Madrid un Congresso internazionale di tre giorni. Il titolo è «De Falsa et Vera Historia». Vengono trattati da autorevoli studiosi casi di falsi clamorosi. La Professoressa Irene Pajon della Oxford University presenta la relazione «El papiro di Artemidoro: un falso falso». Alla dottoressa Vassilika posso solo ricordare quanto scritto sul suo caso da «Bild» di Hannover il 28 dicembre del 2001 e «Die Welt» il 25 marzo 2004.
E questa la precedente stoccata di Canfora, sempre attraverso lettera alla Stampa (18/11):
Caro Direttore, Carlo Callieri, pur digiuno di studi di papirologia, interviene sulla autenticita’ ormai archiviata dello pseudo-Artemidoro. Non adduce argomenti di carattere scientifico, ma insinuazioni di carattere personale. Non puo’ tacersi pero’ l’aspetto un tantino esilarante del suo dire a proposito di confronti «ipermediatici». Quando egli dirigeva la Fondazione per l’Arte, fu mecenatesco e mediatico ai limiti del buon gusto! Oltre a pagare milioni di euro per il falso papiro, oltre a finanziare la mostra berlinese e la trasferta di una nutrita squadra, oltre a coprire le spese assicurative, per il trasferimento di oggetti d’arte esposti a far da contorno al papiro, egli volle finanziare persino pubblicazioni per l’infanzia, martellanti sull’autenticita’ del falso papiro. Mi riferisco al coloratissimo volumetto in trentaduesimo Lia e il papiro magico. Li’ il collega Gallazzi diventa il professor Von Gall, e l’amico professor Settis viene quasi ridicolizzato col nome di Septimius: il tutto a beneficio dei due protagonisti Tommy e Lia, la cui tazza di te’, nella favoletta, ha un ruolo decisivo. Il nostro aspirante papirologo finanzio’ anche un semilibro, intitolato A come Artemidoro, dove campeggia ennesimamente la maschera «matrice» del papiro, che batte’ in ritirata nei mesi successivi. E come dimenticare lo spot musicale inserito nel Tg, nei giorni ruggenti del febbraio 2006, sull’onda della canzoncina «Entra nel mondo di Artemidoro!», ovvero il cortometraggio proiettato di continuo durante la mostra a Palazzo Bricherasio, che sceneggiava come peplum la storia del papiro? Insomma, quando il Callieri minaccia «Quel papiro lo ricomprerei», c’e’ da preoccuparsi. Vorrei tranquillizzare Callieri: la diagnosi che dichiara non essere artemidoreo il papiro ha incontrato una larghissima condivisione anche fuori d’Italia. Cito soltanto: N. Wilson (Oxford), R. Janko (Ann Arbor), M. Billerbeck (Freiburg Svizzera), G. Aujac (Toulouse), D. Delattre (Paris), P. Schreiner (Koln) etc. etc. Con qualche volgarita’ il Callieri si spinge a dichiarare che le ricerche da me e da altri studiosi condotte sul papiro nascerebbero da fatti personali e mirerebbero a diffondere «veleni». Non so se il riso o la pieta’ prevale. La fantasia porta Callieri a parlare di un «terzo falsario». A noi ne bastano due. Se desidera il nome di chi ha messo insieme i tre pezzi di Simonidis, non ha che da rivolgersi al suo fornitore, Serop Simonian (Hamburg). Lui certamente sa chi e’ stato.
Scommetterei, comunque, che non si tratta dell’ “Ultimo atto” della saga di Artemidoro [così nell’articolo di Silvia Ronchey ripreso qui sotto, apparso sempre sulla Stampa, in occasione di un dibattito torinese (15/11): the plot thickens, si affaccia l’ipotesi di un secondo falsario tardo-novecentesco di cui si traccia una sorta di identikit. Quante vite, ancora, per il papiro di Artemidoro? Rif.: F. Condello, “Artemidoro” 2006-2011: l’ultima vita, in breve, «Quaderni di storia» 74, luglio-dicembre 2011, pp. 161-248].
I tre falsi papiri confezionati nell’800 da Simonidis e rimasti a lungo chiusi nel fondo omonimo del Museo di Liverpool — ossia i «tre grossi sigari» descritti da James Farrer all’inizio del ‘900, poi risultati scomparsi — sono con ogni probabilità gli stessi che, accorpati tra loro, modificati e arricchiti di nuovi elementi grafici, ricompaiono a formare il cosiddetto Artemidoro (…)
nei gialli che si rispettano le sorprese alla fine sono almeno due. Come quelle che verranno introdotte oggi dal prorettore Sergio Roda, a suggellare l’ipotesi che il manufatto sia frutto dell’assemblaggio dei tre «sigari» e delle aggiunte di un secondo falsario tardonovecentesco (la teoria del «Simonidis maggiorato» o «Simonidis auctus» già da anni diffusa tra i filologi dopo essere stata avanzata da Luigi Lehnus).
Il primo smascheramento riguarderà il lato B del cosiddetto papiro, l’unico nel manufatto a mostrare coerenza, in contrasto con il bislacco disordine che l’assemblaggio dei tre falsi originari sembra avere prodotto nel lato A. Nel rovescio invece si succedono disegni di animali, tanto strani quanto strategicamente disposti, si direbbe, a suggerire che i frammenti provengano da un supporto unico. Si tratta però, a quanto pare, di un lavoro malfatto: starà agli esperti mostrare definitivamente come questi disegni non solo siano opera di un falsario, ma siano stati prodotti nella seconda fase di falsificazione e cioè dopo l’accorpamento dei tre «sigari». In effetti anche agli occhi di un profano risalta la differenza tra i due ordini di figure: sul lato A, in quelle di gusto ellenistico tipiche dello stile di Simonidis, si apprezza un tratto ottocentesco che imita l’antico; sul lato B, negli animali fantastici come il cosiddetto «papero» o chenalopex , si scorge uno stile in cui qualche studioso è arrivato ironicamente a ravvisare l’influsso di Walt Disney. (..) il secondo falsario — che si presuppone tuttora vivente e attivo — dev’essere un grande frequentatore della papirologia. Deve avere agito nell’ultimo ventennio del Novecento, in stretto contatto con quel «mercante» Simonian che ha venduto l’Artemidoro alla Compagnia torinese nel 2004, quando la sua reputazione era peraltro già incrinata dal contenzioso giudiziario avuto col Museo di Hildesheim negli Anni 80. Deve avere avuto il manufatto tra le mani per un congruo lasso di tempo. Se Ludwig Koenen, principe della papirologia mondiale, ha riferito di aver visto immagini del reperto che contenevano dettagli differenti da quelli della versione attuale, il cosiddetto papiro era noto agli egittologi Shelton e Grimm - come rivelano gli stessi editori critici - fin dal 1981: ben prima che uno di loro, Claudio Gallazzi, cominciasse a perorarne appassionatamente l’acquisto. Chi mai può corrispondere a questo identikit? Di chi è stato «uomo di paglia» l’armeno-amburghese Simonian?
Una élite «miscredente» che ha scelto di porsi alla testa di una massa popolare «bigotta» ma bene intenzionata a contare politicamente attraverso il meccanismo delicato e imprevedibile dell’ «assemblea». I due soggetti posti di fronte si sono, nel concreto del conflitto, reciprocamente modificati. Lo stile di vita dell’ «Ateniese medio» si ricava in modo veridico dalla commedia di Aristofane: la quale, per il fatto stesso di aver preso quella forma e aver ottenuto non effimero successo, dimostra di per sé che quel popolo bigotto era ormai anche capace di ridere di se stesso e della propria caricatura. Lo stile di vita dell’ élite dominante è quello messo in scena da Platone nell’ ambientazione dei suoi dialoghi, pullulanti tra l’ altro anche di politici impegnatisi contro la democrazia (Clitofonte, Carmide, Crizia, Menone etc.): dialoghi non necessariamente e sempre movimentati come il Simposio, ma sempre animati da quella curiosità intellettuale scevra da condizionamenti, da quella passione per il dubbio, per il divertimento dell’ intelligenza e la libertà dei costumi che si avverte quasi dovunque nei testi platonici. —
Luciano Canfora sul Corriere della Sera del 18 novembre 2011: anticipazione di un brano dall’introduzione del suo ultimo volume Laterza, Il mondo di Atene, riguardo la politica di governo e guida della democrazia da parte dei ceti dominanti (le élites) nell’Atene periclea e post-periclea:
La grandezza di quel ceto consistette nel fatto di aver accettato la sfida della democrazia, cioè la convivenza conflittuale con il controllo ossessivo occhiuto e non di rado oscurantista del «potere popolare»: di averlo accettato pur detestandolo, com’ è chiaro dalle parole dette da Alcibiade, da poco esule a Sparta, quando definisce la democrazia «una follia universalmente riconosciuta come tale».
Una lezione per l’oggi, in tempo di élites al potere, in Italia? Forse ci sarebbe bisogno anche sugli schermi della nostra politica di qualche oratore simile al Pericle tucidideo, per far accettare alle masse la linea politica dei nostri tecnocrati, impegnati in una guerra economica tanto difficile, che richiederà altrettanto accorti e persuasivi logoi epitaphioi in onore dei caduti per la difesa dell’Euro…
(Source: archiviostorico.corriere.it)
When she states (129) that “Aristophanes’ plays are nearly always named after their choruses”, she is speaking only of the extant dramas; for the forty canonical plays the number is more than a dozen. For the other major Old comic poets, the figures are: Kratinos (6/25), Eupolis (3/14), Pherecrates (8/20), Platon (17/30). —
Così Ian Storey, nella recensione di Nikoletta Kanavou, Aristophanes’ Comedy of Names: a Study of Speaking Names in Aristophanes. Sozomena: Studies in the Recovery of Ancient Texts 8., Berlin/New York: Walter de Gruyter, 2011, di cui appunto le statistiche finali:

(Source: bmcr.brynmawr.edu)
L’ottantenne poeta svedese Tomas Tranströmer ha vinto il premio Nobel 2011 per la letteratura.
Leggo, qui, una bella presentazione, in cui il poeta parla del proprio legame con la cultura latina prima, e poi italiana:
«Al ginnasio dovevamo tradurre Orazio, mi interessavano le forme latine (…) Poi l’endecasillabo dantesco. E ancora, tra i vostri autori, Quasimodo, Calvino, Montale, Ungaretti, Mario Luzi».
Ed in effetti l’influenza sul giovane Tranströmer dei propri studi liceali (studiò latino al gymnasium latino di Södra, a Stoccolma) è stata dal poeta stesso efficacemente raccontata in appendice ad un’importante raccolta poetica del 2006 (vado a citare dall’edizione inglese: The great enigma: new collected poems [1954-2004], trad. R.Fulton), nella sezione conclusiva, in prosa, una sorta di riflessione retrospettiva a mo’ di diario (“Memories Look at Me”, pag. 255segg).
Tranströmer iniziò ad usare nell’estate dopo la maturità, via Orazio, la strofe saffica e l’alcaica. La motivazione è memorabile, e merita di essere riproposta, a proposito di classici “nostri contemporanei” o, più nello specifico, riguardo al tema dell’eredità e modelli classici nella poesia contemporanea:
“Classical meters - how did I come to use them? The idea simply turned up. For I regarded Horace as a contemporary. He was like Rene Char, Oskar Loerke, or Einar Malm. The idea was so naive it became sophisticated”.
E’ interessante, più in generale, l’intero racconto delle esperienze scolastiche ginnasiali di Tranströmer come discente di latino, intrecciate con la maturazione della propria vocazione poetica.
“In the course of my penultimate year at school, my own brand of modernistic poetry was in production. At the same time I was drawn to older poetry, and when our Latin lessons moved forward from the historical texts on wars, senators, and consuls to verses by Catullus and Horace, I was carried quite willingly into the poetic world presided over by Bocken [NdR: il suo professore di latino e greco, Per Venström, alias Pelle Vänster (vänster = sinistra), alias Bocken (capra), dalla bianca barba e dall’aspetto simile a Dracula].
Viene narrato, in divenire, come una lezione di traduzione dal latino possa far rivivere nell’alunno la forza della poesia classica. T. racconta un’illuminante esperienza didattica, nel corso di una traduzione sotto la guida del summenzionato prof. di latino (peraltro poeticamente ottuso: “a person … utterly immune to Horace”… “He belonged to the category of human being that was quite impossible to imagine in a role other than that of schoolteacher. In fact, it could be said that it was hard to envisage him as anything other than a Latin teacher”), che mai capì quanto il proprio allievo fosse “captivated by those classical stanzas”.
Così insomma, nella Svezia dell’immediato dopoguerra, si continuava a studiare il latino: a partire dal contatto con la traduzione dei grandi autori classici. La scenetta rievocata da Tranströmer merita di essere riportata per esteso; si tratta dell’incontro con Orazio, autore come s’è detto quanto mai significativo per T. (Carmina, II, 3):
Plodding through verses was educative. It went like this.
The pupils first had to read out a stanza, from Horace perhaps:Aequam memento rebus in arduis
servare mentem, non secus in bonis
ab insolenti temperatatam
laetitia, morituri DelliBocken would cry out: Translate!” And the pupil would oblige:
With an even temper… aah… Remember that in an even temper… no… with equanimity… to maintain an even temper in difficult conditions, and not otherwise… aah… and like in fav-… favorable conditions… aah… abstain from excessive… aah… vivacious joy O mortal Dellius…
Operazione questa, del tradurre parola per parola, apparentemente terra-terra, ma proprio da quest’operazione preliminare scatta improvvisa, come racconta T., l’elevazione data dal comprendere e rivivere la parola poetica, nutrimento di speranza, che dà ali, nel caso di T., ad una precoce vocazione propria:
“By now the luminous Roman text had really been brought down to earth. But in the next moment, in the next stanza, Horace came back in Latin with the miraculous precision of his verse. This alternation between the trivial and decrepit on the one hand and the buoyant and sublime on the other taught me a lot. It had to do with the conditions of poetry and of life. That through form something could be raised to another level. The caterpillar feet were gone, the wings unfolded. One should never lose hope!”
“One should never lose hope”: mai perdere speranza. Neppure la speranza in un Nobel ormai dichiaratamente inatteso, che arriva ad ottant’anni, dopo un ictus che dal 1990 lo ha privato della voce ma non della parola poetica.