Ope ingenii: la leçon par l’exemple di Gian Biagio Conte

Esperienze di critica testuale, in corpore nobili: l’Introduzione (Edizioni della Normale, 2013)

Ad essere contro Platone, era Aristofane…

nelle Ecclesiazuse, precisa Canfora, e non viceversa…

La Stampa 6.3.2014
LETTERE / La crisi dell’utopia, il titolo era sbagliato
Leggo con piacere a p. 37 del numero di ieri il testo dell’intervista che Silvia Ronchey ha voluto gentilmente rivolgermi. Per un refuso redazionale è accaduto però che il titolo del volume del quale si parla nell’intervista sia stato stravolto. Il titolo infatti è: La crisi dell’utopia, Aristofane contro Platone. Invece a p. 37 si legge reiteratamente Platone contro Aristofane. Ne risulta un effetto comico che danneggia il volume, che sviluppa la tesi esattamente contraria. Oltre tutto è esistita una corrente di studi mirante a sostenere che fosse Platone a polemizzare contro la commedia di Aristofane. Non vorrei perciò, per colpa di tale refuso redazionale, essere annoverato in una corrente di studi alla quale non appartengo!

Luciano Canfora

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Luciano Canfora: La crisi dell’utopia. Platone contro Aristofane, Laterza, pp. 437, € 18

Risvolto
«I fallimenti liquidano l’utopia, o l’utopia resta un bisogno morale al di là del naufragio? E la demonizzazione, fin troppo facile, dell’utopia non diviene un alibi per blindare in eterno la conservazione e l’ingiustizia?»
Dell’utopia antica e delle sue proiezioni moderne; dello scetticismo antico e moderno; del rischio dell’utopia e del rischio dell’immobilismo fatalistico.
«Nel corso delle feste Scire, un gruppo di donne, capeggiate da una di loro, Prassagora, particolarmente dotata di carisma e capace di pilotare un gruppo bene organizzato e proteso all’azione politico-assembleare, ha deciso di partecipare ai lavori dell’assemblea popolare. Naturalmente in quanto donne non potrebbero, perché la democrazia ateniese, come ogni società premoderna, è maschiocentrica. Perciò si travestono da uomini, con barbe, mantelli e sandali adeguati al ruolo. Si radunano all’alba per occupare già prestissimo posti all’assemblea…».
Questo libro ha al centro una commedia di Aristofane il commediografo, irriducibile - forse più di qualunque altro in quell’arte - a schemi preconcetti e a schieramenti partitici. La sua commedia, Le donne all’assemblea, ha di mira un progetto di riforma radicale della società che trova rispondenza con sorprendente puntualità nel nucleo più audace della Repubblica di Platone. Nella commedia, Aristofane ridicolizza l’idea che si possano mettere in comune le ricchezze e le relazioni sessuali; al contrario Platone ne fa l’oggetto di uno dei suoi dialoghi più importanti e influenti. È un conflitto paradigmatico sull’utopia, sulla possibile costruzione dell’uomo nuovo, sulla realizzabilità di un assetto sociale totalmente innovativo, fondato - secondo l’intuizione platonica - sulla proprietà collettiva, o meglio sulla negazione della proprietà, e sulla cancellazione dell’istituto familiare con tutto il suo carico di egoismi. Più in generale, su una palingenesi complessiva di cui l’‘uomo nuovo’ è o dovrebbe essere il risultato.


Canfora: ora il comunismo deve tornare all’utopia

Nel nuovo libro l’antichista rilegge gli ideali di uguaglianza della Repubblica platonica: l’unico modo per contrastare le risorgenti forme di schiavitù Il socialismo scentificio si è rivelato perdente In contrasto con tutte le previsioni, incluse quelle di Marx, la contrapposizione è di nuovo tra liberi e schiavi

Intervista di Silvia RoncheyLa Stampa 5.3.2014

Canfora come Platone? Le premesse di un transfert si coglievano già nel precedente libro su La guerra civile ateniese, contributo «tombale» sulla democrazia antica (e moderna).
Nell’esperimento rivoluzionario «filospartano» dei cosiddetti Trenta Tiranni che aveva illuso il giovane Platone - quella rivoluzione trasversale alla polarità Atene-Sparta, in cui la lotta si faceva verticale, tra classi o ceti, anziché orizzontale, tra regimi - già si leggeva un’analogia con l’esperimento rivoluzionario novecentesco che ha affascinato Canfora sin da giovane.
Le parole della VII lettera platonica, dove il filosofo ormai anziano e disilluso autodenunciava la sua iniziale adesione al progetto «ascetico-autoritario» di Crizia, poi sfociato nell’orrore e nel sangue oltre che nella condanna a morte del suo maestro Socrate, vibravano già di una risonanza autobiografica.
In questo secondo e ancora più denso libro (La crisi dell’utopia. Platone contro Aristofane, Laterza, pp. 437, € 18) dalle forme politiche si passa alle idee: all’ideologia, all’utopia.

Ma - domandiamo all’autore - alla parola «utopia» non potremmo aggiungere l’aggettivo «comunista»?
Non è questo libro, tra le molte cose, anzitutto una riflessione sul comunismo? Declinata lungo l’orizzonte dei secoli e dei millenni, dal V secolo di Crizia al XX di Pol Pot, passando per Campanella, Swift, Saint-Simon, Fourier e molti altri, ma soprattutto per Marx e Engels? Con occhio sempre più da filosofo della storia che da storico dell’antichità?
«La crisi di cui parlo è certamente quella dell’utopia comunista, ma intesa con un’ampiezza che si è persa. Dobbiamo restituire alla parola comunismo la vastità di contenuto già ben presente ai due giovani intellettuali che scrissero il Manifesto. Nella loro testa, prima che tutto accadesse, il comunismo non riguardava solo i mezzi di produzione, la sfera economico-sociale, ma i rapporti interpersonali, il destino della famiglia. Abbiamo assistito al compiersi dell’annosa parabola del passaggio del comunismo dall’utopia alla scienza. La seconda tappa è tornare dall’idea perdente del socialismo scientifico all’utopia».

Proprio sui rapporti interpersonali e sul destino della famiglia è incentrata la satira di Aristofane nelle Donne in assemblea, che lei dimostra, con prove testuali inoppugnabili, in diretta polemica con il V libro della Repubblica di Platone, in particolare con la «scandalosa e unilaterale rivoluzione sessuale presentata dal Socrate platonico come corollario della comunanza di tutto tra tutti»; ma soprattutto con l’idea di parità in pubblico tra uomo e donna - sul piano dell’intelligenza, delle capacità operative e della pari responsabilità nella gestione della città.
«Nei secoli e nei millenni la vera pietra dello scandalo dell’utopia platonica non è stato l’egualitarismo in quanto tale - presente sia pure in altre forme nelle origini cristiane e in quanto possiamo ricostruire dallo scarno e interpolato testo evangelico sulla predicazione dell’eroe eponimo del cristianesimo - ma proprio la concezione del rapporto uomo-donna. La morbosa petulanza dei Padri della Chiesa è riuscita a inseguirla all’interno di opere mastodontiche come la Repubblica o le Leggi e Platone è stato principalmente condannato proprio per l’”immoralità” delle idee sulla condizione femminile e sull’ethos sessuale».

Nei passi dei Padri della Chiesa del IV e V secolo, che lei cita nel suo libro, dalla condanna della parità della donna discendono tre anatemi: amore libero, aborto, omosessualità.
«Tre bestie nere su cui la posizione della Chiesa cristiana nei secoli non è mutata di un centimetro. Il fatto è che le utopie a base religiosa durano millenni senza mutare, non essendo mai suscettibili a controprova. La frastornante elementarità concettuale del linguaggio di coloro che guidano le Chiese si basa su un libro solo, mentre noialtri ne abbiamo un’infinità, e in contrasto tra loro. Per questo le utopie laiche, che si presentino o no come scientifiche, si bruciano presto: le loro proposte economiche e sociali si esauriscono nel tempo alla prova dei fatti; il loro linguaggio concettuale è vulnerabile allo stesso spirito critico che sta a loro fondamento».

La polemica di Aristofane prende di mira, in Platone, l’intellettuale utopista che dopo avere partecipato al regime utopico-sanguinario dei Trenta ha continuato a ritenere il suo tragico naufragio solo un incidente di percorso. Il suo slancio di intellettuale che si mantiene fedele al comunismo utopistico dopo il fallimento del comunismo reale su che cosa si concentra oggi?
«Oggi mi trovo a pensare che inaspettatamente, in contrasto con tutte le previsioni incluse quelle di Marx stesso, la contrapposizione è di nuovo tra liberi e schiavi. La geografia delle classi sociali si è trasformata sotto i nostri occhi, nella dialettica tra mondo sviluppato e Terzo mondo o anche nelle forme di quella “schiavitù concordata” che si attua qui in Occidente, dove il contrasto non è più tra capitale e lavoro salariato, ma quest’ultimo compie la scelta atroce, volta alla salvazione individuale, di arretrare rispetto alle precedenti condizioni. Penso al lavoro sottopagato in modo umiliante, ad esempio nel Sud d’Italia o in Portogallo, alle condizioni schiavili di vita che scorgiamo nelle grandi città, vicino alle stazioni ferroviarie o nei quartieri ghetto. È la realtà lancinante del XXI secolo, un processo di ritorno delle forme di dipendenza che può essere contrastato solo dalla riaffermazione vigorosa del concetto “utopico2 di uguaglianza, morto tra le pieghe delle varie nomenklature di tipo sovietico».

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Dirk Obbink sul TLS: perché i due nuovi frammenti sono importanti

Così in particolare sull’autenticità (e provenienza: un cartonnage) dei frammenti [NB: viene evidenziato in proposito il ruolo del P.GC. inv. 105, papiro appartenente alla Green Collection]:

But how can we be certain that such resemblances are authentically Sapphic and that these new fragments are genuine? After all, you might wonder, doesn’t “The Brothers Poem” rather too conveniently fill a gap in what we know of Sappho and her family? And doesn’t it rather suspiciously confirm Herodotus, in mentioning two names we know, and none that we don’t? Palaeography provides a criterion, but also a model for forgers. Some scholars did, at first, doubt its authenticity, including one of the editors of the last “New Sappho” to be discovered. But other indicators leave no room for doubt. Metre, language and dialect are all recognizably Sapphic and (more difficult for a forger to achieve) there are no contrary indications whatsoever of date or handwriting. The authorship of Sappho was clinched, however, when the papyrus’s text was found to overlap, in two narrow vertical bands of letters, with fragments of two previously published papyri containing fragments of Sappho. The antiquity of the physical fabric of the papyrus is beyond reproach: indeed, it was damaged in ancient times, torn up the centre of the one complete surviving column, and still bears the ancient papyrus repair strips on its back applied in antiquity. It is written in black carbon ink in an identifiable professional bookhand, but with idiosyncratic stylistic traits that would be difficult for a modern calligrapher consistently to emulate. It also passes tests of spectral analysis for density of ancient carbon-base ink. The authenticity of the ancient mummy cartonnage panel, from which the papyrus was extracted, having been recycled in antiquity to accompany a burial, has been established through its documented legal provenance. The owner of the papyrus wishes to remain anonymous, but has submitted the papyrus to autopsy and multi-spectral photography, as well as Carbon 14 testing of an uninscribed portion of the papyrus sheet itself by an American laboratory, that returned a date of around 201 AD, with a plus-minus range of a hundred years.

Ancora su Saffo, nuovo frammento “dei fratelli”: ἀέρρη o ἀέργη?

Vedo che ieri, su Repubblica, anche Maurizio Bettini ha ripreso la notizia dei nuovi frammenti di Saffo, evidenziando nella sua chiusa in particolare l’incertezza della ricostruzione del v. 17, in connessione all’esatto ruolo del fratello minore Larico, questione davvero interessante.

Si dovrà integrare ἀέρρῃ (così F.Ferrari e altri: il cong. pres. eol. di άέρρω = ἀείρω, con “κεφαλάν ἀέρρηι” a significare “alzare la testa”, ossia divenire uomo capace di farsi valere, in protezione della propria famiglia contro nemici e avversità), oppure ἀέργῃ (così Obbink nella ZPE, vedi testo sottostante)?

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In quest’ultimo caso il senso sarebbe positivo, non negativo (Obbink: “ἀέργει in Brothers Poem 17—here positive, not pejorative”): Larico sarebbe cioè inattivo non perché ignavo, ozioso, bensì perché divenuto a pieno titolo membro della facoltosa classe dirigente lesbia (citando sempre O.: ”member of the leading, leisured class”).

(Parrebbe, tra l’altro, che sia difficile, nello spazio disponibile, integrare una rho: così, almeno, dalla lettura dell’esperto Obbink; per ora abbiamo solo la trascrizione diplomatica, sarebbe interessante, insomma, quantomeno la pubblicazione di una foto; come dice Bettini una singola lettera darà filo da torcere ai papirologi…).

[nel frattempo sul web serpeggia l’attesa e l’eccitazione in proposito: cfr. p.e. http://newsappho.wordpress.com/ , così come fa capolino più di una riserva riguardo la provenienza del frammento, che è in mano private e il cui contesto di scoperta è ignoto. Stay tuned]

Repubblica 4/2/2014
L’ansia di Saffo per i suoi fratelli
I tormenti familiari nei frammenti ritrovati della poetessa

Questa storia di famiglia, certo una delle più famose dell’antichità, era nota già a partire da Erodoto, V secolo a. C. Lo storico di Alicarnasso raccontava infatti che Saffo aveva un fratello maggiore, Carasso, commerciante in vini. Durante uno dei suoi viaggi in Egitto il giovane si era innamorato di una cortigiana, Rodopi, e per lei si era rovinato economicamente, tanto che la poetessa aveva espresso il proprio sdegno in una delle sue poesie. Ovidio non si era fatto sfuggire l’occasione di riprendere la vicenda, e in una delle sue lettere di eroine - le Heroides appunto - aveva messo in scena una Saffo non solo innamorata del bel Faone, ma ancora amareggiata per il comportamento del fratello. Quanto alla poesia posteriore, non erano mancate allusioni alle seduzioni di Rodopi, alla passione di Carasso e ai versi immortali della poetessa di Lesbo.
Ma al di là delle dicerie e delle invenzioni dei poeti, che cosa aveva scritto veramente Saffo a proposito di suo fratello? Per poterne avere un’idea si è dovuto attendere l’era della moderna papirologia, che già da tempo ci ha restituito poche e agognate linee: nelle quali Saffo invocava Afrodite e le Nereidi, divinità legate alla navigazione, affinché il fratello potesse tornare a casa sano e salvo, e «fossero cancellati gli errori di un tempo ed egli divenisse gioia ai suoi cari e sciagura per i nemici».
Adesso un nuovo papiro getta ulteriore luce su questa antica vicenda. Nel prossimo numero della rivista Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik, infatti, Dirk Obbink, professore al Christ Church di Oxford, pubblicherà due nuovi frammenti della poetessa: di essi il primo, più lungo, si riconnette sicuramente alla vicenda di Carasso; il secondo, più breve, contiene un’invocazione ad Afrodite che ne rammenta altre analoghe della poetessa di Lesbo. Che cosa racconta il frammento più lungo? In esso la poetessa si rivolge a qualcuno che, a quanto pare, sostiene che Carasso sia finalmente tornato, con la sua nave carica di mercanzie. Questo però, dice Saffo, possono saperlo solo Zeus e gli dèi tutti, tu dovresti piuttosto invitarmi a pregare Era, la regina, affinché Carasso giunga fin qui sano e salvo e trovi noi sani e salvi. Il resto è meglio affidarlo agli dèi, perché spesso a grandi tempeste succedono d’improvviso giorni radiosi… A questo punto, però, viene la parte forse più interessante, o meglio più intrigante, dell’intero componimento.
Sapevamo già che Saffo aveva un fratello minore, Larichos, che fu coppiere del Pritaneo a Mitilene. Nel nuovo frammento di cui parliamo, la poetessa dichiara che «anche noi, se Larico sollevasse la testa e diventasse finalmente uomo, saremmo subito liberati da molte tristezze». Saffo e i suoi sembrano dunque attraversare un momento difficile, probabilmente in relazione alla lontananza di Carasso, e dunque ci si attende supporto da Larico: che dovrebbe però farsi veramente “uomo”. Ma Saffo lo invita davvero a «sollevare la testa»? O non piuttosto, come Obbink sembra ritenere, a «vivere liberamente», cioè senza aver obbligo di lavorare, in quanto membro di una classe agiata? La differenza fra le due interpretazioni sta tutta in una lettera, che probabilmente però darà molto da fare agli specialisti: Dirk Obbink, ma con lui anche il nostro Franco Ferrari.

Papiro di Artemidoro, “una riconsiderazione”

Nel segnalare che, sull’ultimo numero di Museum Helveticum, è apparso un nuovo intervento di Luciano Canfora in proposito (“The so-called Artemidorus papyrus. A reconsideration, «Museum Helveticum» 70, 2, 2013, pp. 157-179),

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colgo l’occasione per rendere - nuovamente - più comodamente disponibili, visualizzabili anche a partire da queste pagine, gli atti del convegno roveretano già segnalato su queste pagine 5 anni or sono: ‘

Convegno internazionale di studio “Il Papiro di Artemidoro” - Rovereto, 29/30 aprile 2009 

(Source: agiati.org)