Schediasmata RSS

Festina lente

Archivio

View blog reactions
Nov
6th
Fri
permalink
Nov
4th
Wed
permalink

Exemplar vitae humanae

Vite parallele, Ceronetti sulla Stampa (Claude Lévi-Strauss, in memoriam)

 

 

  

Oct
21st
Wed
permalink

Stati Uniti "quarta Roma"?

Il titolo nasce da una forzatura delle tesi di Edward Luttwak (ben noto - anche in Italia non fosse altro che per le sue comparse a Porta a Porta- stratega militare statunitense, senior associate presso il Center for Strategic and International Studies: qui un bel profilo della sua “doppia vita”, visto che Luttwak, anche tra l’altro in rapporto con i servizi di sicurezza italiani, ”performs … quasi paramilitary operations — under the vague title of “consultant” — while maintaining a public image as a military historian, thinker and writer, if a frequently (and deliberately) controversial one”), di cui è in uscita La grande strategia dell’impero bizantino, per Rizzoli, nel novembre 2009 (com’è noto, è già stato contorverso autore del “gemello” La grande strategia dell’impero romano, qui presentato in una rivista del SISDE…).

Ecco un estratto del volume di prossima uscita (qui sotto, dall’ediz. orig. inglese), e, di seguito, la traduzione di un recente articolo in cui L. sintetizza le lezioni che l’ “impero” USA dovrebbe apprendere dal predecessore bizantino per mantenere la Pax americana:

Il Sole 24 ore, 21 ottobre 2009

STRATEGIE GLOBALI / Sette Lezioni del passato

Bizantini? Magari lo fossimo

Edward Luttwak *

 Per rimanere una grande potenza, gli Stati Uniti devono imitare l’Impero romano d’oriente, sopravvissuto per quasi un millennio a quello d’occidente

Crisi economica, debito nazionale crescente, impegni eccessivi all’estero, non è questo il modo di gestire un impero. L’America ha bisogno di una consulenza strategica seria. E presto. Non è mai stata Roma, e adottarne le strategie – l’espansione spietata, la dominazione dei popoli stranieri, il modello spacca-ossa di guerra totale – servirebbe solo ad affrettare il suo declino. Meglio guardare all’incarnazione orientale dell’impero: Bisanzio, che per durata ha superato di otto secoli il predecessore romano. Ciò che l’America deve riscoprire oggi sono le lezioni della sua strategia globale.

Per fortuna è molto più facile imparare dai bizantini che dai romani, che non hanno lasciato quasi nessuna traccia scritta di strategia e di tattiche, ma soltanto frammenti di testi e una compilazione di seconda mano fatta da Vegezio, che di guerra e di arte del governo sapeva poco. I bizantini invece hanno scritto tutto - tecniche di persuasione, raccolta d’informazione, pensiero strategico, dottrine tattiche e metodi operativi – e chiaramente in una serie di manuali militari giunti fino a noi e in un’importante guida all’arte di governare.

Ho passato gli ultimi vent’anni a studiare questi testi per preparare un saggio sulla strategia globale di Bisanzio, e se gli Stati Uniti desiderano rimanere una grande potenza, farebbero bene a seguire queste sette lezioni.

  • 1. Evitare la guerra con ogni mezzo e in ogni circostanza, ma agire sempre come se potesse iniziare in qualsiasi momento. Allenarsi intensivamente ed essere sempre pronti a dare battaglia, ma senza bramarla. Essere pronti a combattere ha per scopo primario quello di ridurre la probabilità di doverlo fare.
  • 2. Raccogliere informazioni sul nemico e la sua mentalità, e sorvegliarne l’agire incessantemente. Gli sforzi per riuscirci in qualunque modo possono anche risultare poco produttivi, ma sono raramente sprecati.
  • 3. Fare campagna con vigore, sia in offesa che in difesa, ma evitare le battaglie, soprattutto quelle su vasta scala, se non in circostanze molto favorevoli. Non pensare come i romani, per i quali la persuasione era soltanto un corollario della forza. Usare invece la minima dose possibile di forza contribuisce a persuadere chi può esserlo e danneggia chi non è ancora arrivato a tal punto.
  • 4. Sostituire la battaglia di attrito e l’occupazione dei paesi altrui con la guerra di manovra – attacchi fulminei e raid offensivi contro il nemico, seguiti da veloci ritirate. Non mirare a distruggere i nemici, i quali possono diventare gli alleati di domani. Molteplici nemici possono essere meno pericolosi di uno solo, finché è possibile convincerli ad aggredirsi l’un l’altro.
  • 5. Riuscire a porre fine alle guerre reclutando alleati per cambiare l’equilibrio del potere. La diplomazia è ancora più importante in tempo di guerra che in tempo di pace. Ignorare, sull’esempio dei bizantini, lo stupido aforisma secondo cui quando i cannoni parlano, i diplomatici tacciono. Gli alleati più utili sono quelli più prossimi al nemico, perché sanno meglio come combatterne le forze.
  • 6. Fra le vie che portano alla vittoria, la sovversione è la meno costosa, al punto che paragonata ai costi e ai rischi della battaglia, va sempre tentata, anche con i nemici all’apparenza meno riconciliabili. Ricordare che persino i fanatici religiosi possono essere comprati, come i bizantini scoprirono per primi, poiché gli zeloti dimostrano una notevole creatività nell’inventare giustificazioni religiose al tradimento della propria causa («essendo comunque inevitabile la vittoria definitiva dell’Islam…»)
  • 7. Quando diplomazia e sovversione non bastano e la lotta diventa inevitabile, usare metodi e tattiche che sfruttano le debolezze del nemico, evitare di logorare le forze combattenti, ed erodere con pazienza la forza del nemico. Questo può richiedere molto tempo. Ma non c’è fretta, perché appena un nemico cesserà di esistere, un altro ne prenderà sicuramente il posto. Tutto cambia continuamente, l’ascesa di governanti e nazioni è seguita dalla loro caduta. Solo l’impero è eterno – a condizione di non sfinirsi da sé.

    * Center for Strategic Studies Washington
    (Traduzione di Sylvie Coyaud) 
     
Oct
19th
Mon
permalink

Papiro di Artemidoro: dove esporlo?

UPDATE 20/10/2009:

 

 

Corriere della Sera 19 ottobre 2009
Il controverso reperto è nel caveau della Compagnia di San Paolo di Torino. Forse finirà all’Archeologico
Artemidoro in cerca di un museo
L’Egizio avrebbe respinto il «papiro sospetto»: non si può esporre

Pierluigi Panza

Una ipotesi può essere quella di destinare il papiro alle collezioni delle antichità della città sabauda - Restituzioni / Una norma dello Stato egiziano prevede la restituzione delle opere uscite dal Paese dopo gli anni Settanta

A cinque anni esatti dall’ac­quisto, il cosiddetto Papi­ro di Artemidoro non ha ancora trovato né pace né casa. La Fondazione per l’Arte della Com­pagnia di San Paolo di Torino lo acquistò nell’ottobre del 2004 co­me frammento del I secolo a.C. della «Geografia» di Artemidoro e lo espose in mostra nella primave­ra del 2006. Ma progressivamente sull’autenticità del reperto si sono addensate ombre, sino alla presen­tazione di prove della sua inauten­ticità esposte in più convegni e ar­ticoli dall’antichista Luciano Can­fora, secondo il quale il papiro si deve all’abilissimo falsario greco dell’Ottocento Costantino Simoni­dis.


Il reperto che, come scrisse Maurizio Calvesi, resta al minimo «un documento affascinante del XIX secolo di non trascurabile inte­resse culturale», sembrava potes­se uscire dal caveau dalla Compa­gnia di San Paolo di Torino, dove è custodito, per trovare casa nel rinnovato Museo Egizio. Ma come ogni buon giallo di egittologia che si rispetti, anche qui sarebbe fini­to al centro di discussioni che avrebbero portato il consiglio di amministrazione della Fondazio­ne del museo a «non accoglierlo».

La decisione sarebbe stata assunta in un blindato Consiglio di ammi­nistrazione della scorsa settimana e solo nei prossimi giorni si po­tranno avere ulteriori conferme e conoscere meglio i dettagli. Il con­siglio, del quale fanno parte, oltre al presidente Alain Elkann nume­rosi rappresentanti delle istituzio­ni locali, avrebbe deliberato di non accoglierlo anche sulla base del parere del Consiglio scientifi­co presieduto da Alessandro Roc­cati (uno dei nostri maggiori egit­tologi) che avrebbe definito «so­spetto » il papiro. Una barriera scientifica all’accoglimento sareb­be venuta anche dalla direttrice del museo, Elena Vassilika, in con­trasto per altri reperti con il «mer­cante » armeno al quale andrebbe ascritta la scoperta del papiro.


Lo scenario che si apre ora, oblio a parte, è la ricerca di una di­versa collocazione, che potrebbe essere quella del Museo di antichi­tà e collezioni archeologiche di To­rino, che conserva il patrimonio delle collezioni sabaude. Ma in re­lazione a questa soluzione potreb­bero sorgere due ulteriori contro­versie. La prima resta quella del­l’autenticità: può essere esposto un reperto al centro di una simile controversia? La seconda una eventuale — se si attestasse per ul­teriori analisi una autenticità a questo punto sorprendente — ri­chiesta di restituzione da parte del­l’Egitto. Una legge stabilisce che tutti i reperti usciti da quel Paese dopo il 1971 devono essere restitui­ti. E la Compagnia di San Paolo ha dichiarato che il reperto era «arri­vato alla conoscenza di una ristret­ta cerchia di esperti e poi sul mer­cato sul finire degli anni ’90 dello scorso secolo». Ma anche sulle modalità di ritrovamento del re­perto ci sarebbero interpretazioni oscure. Con i papiri, del resto, non poteva andare diversamente.

Oct
13th
Tue
permalink

Il Nero e il Rosso

Sindrome di Stendhal, oggi, per Roberto Calasso sul Corriere della Sera (“L’eterno ritorno del mito”): “Occorrerebbe allora chiedersi, per esempio, come mai, a differenza di ogni altra civiltà mediterranea, i Greci abbiano insistito — con stupefacente concentrazione in un breve arco di decenni — a profilare sui loro vasi migliaia e migliaia di immagini di dèi, eroi e personaggi anonimi su un fondo compatto e uniforme, prima rosso e poi nero”.

Non occorre l’acribia di Beazley per precisare, viceversa: prima nero, poi rosso :-)

Oct
4th
Sun
permalink

Antisemitismo nel mondo antico: saper distinguere tra Grecia e Roma

Corriere della Sera 4 ottobre 2009

L’antisemitismo cristiano ha origini pagane

Ai tempi di Adriano i seguaci di Gesù disprezzarono gli ebrei per piacere ai romani

Paolo Mieli

La tesi Lo scontro tra Roma e Gerusalemme nel I secolo d.C. avrebbe indotto alla presa di distanza dalle radici semitiche

L’analisi Martin Goodman ha studiato questo fenomeno ribaltando alcune considerazioni sull’antigiudaismo nell’antichità

Il bilancio delle vittime. La resa dei conti fu tanto spietata che, secondo le stime contenute nella «Guerra giudaica» di Giuseppe Flavio, provocò oltre un milione e centomila morti

Nabucodonosor bruciò il tempio di Gerusalemme, deportò tutto il nostro popolo al completo e lo trasferì a Babilonia; avvenne così che la città restò deserta per settant’anni fino a Ciro re dei Persiani

La Storia dell’antisemitismo scritta da Léon Poliakov a ridosso del processo di Norimberga e pubblicata poi negli Anni Cinquanta (in Italia da Sansoni) dedica un numero di pagine davvero limitato alla origine dei senti­menti di ostilità nei confronti degli ebrei che pure si registrano prima dell’età cristiana: «Non scopriamo nell’antichità pagana — scris­se Poliakov — quelle reazioni passionali collet­tive che in seguito renderanno la sorte degli ebrei così dura e precaria». Riconosceva, Poliakov, che si deve fare un’eccezione per la città di Alessandria, dove esisteva una grande comu­nità ebraica e i conflitti tra gli ebrei e la popola­zione greca erano «frequenti e acuti» così che dovettero registrare ripetute «esplosioni di col­lera popolare contro gli ebrei». Ma, aggiunge­va, «come regola generale l’Impero romano dell’epoca pagana non ha conosciuto l’antisemiti­smo di Stato». E con questo ridimensionava del tutto le espressioni antiebraiche che trovia­mo in abbondanza negli scritti di Diodoro Sicu­lo, Filostrato, Pompeo Trogo, Giovenale, Taci­to, Orazio, Valerio Massimo e Seneca.

Qualche decennio dopo Peter Schäfer in Giudeofobia. L’antisemitismo nel mondo antico (Carocci) si è soffermato — in base a un’ampia documentazione — su un’indicazione che il re greco di Siria Antioco VII ricevette dai suoi con­siglieri all’epoca dell’assedio di Gerusalemme (135 a.C.) secondo cui non ci si doveva limitare a espugnare la città ma sarebbe stato opportu­no «estirpare completamente la razza dei giu­dei ». A partire da ciò Schäfer ha sostenuto che si può parlare di antisemitismo in pieno rigo­glio «ben prima dell’avvento del cristianesi­mo ». Ne è nato un dibattito dalle evidenti im­plicazioni. E furono in molti a polemizzare — sia pure tra le righe — con Schäfer. Uno per tutti lo studioso di Oxford Jasper Griffin il qua­le (recensendo Giudeofobia su «La Rivista dei libri», settembre 1999) riconobbe che sì, anche in età precristiana «ci furono casi in cui si pro­iettarono sugli ebrei fantasie di sacrifici umani e giuramenti ratificati con sangue umano» ma, aggiunse, «sono storie rare, che si narravano anche al riguardo di altri gruppi, druidi, cristia­ni, congiurati di Catilina e non erano dunque prerogativa esclusiva degli ebrei».

Adesso la discussione è destinata a riaprirsi per merito di un voluminoso saggio di Martin Goodman, la cui parte conclusiva prende in esa­me lo scontro che oppose Roma a Gerusa­lemme tra la fine del primo e l’inizio del secon­do secolo dopo Cristo. Una resa dei conti spieta­ta che, secondo le stime contenute nella Guer­ra giudaica di Giuseppe Flavio, provocò oltre un milione e centomila morti. Cifra sbalorditi­va per l’epoca. Era inevitabile, si chiede l’auto­re, l’urto tra romani e giudei che ebbe come esi­to, nel 70 d.C., quella carneficina e soprattutto la distruzione del Tempio di Gerusalemme? O quantomeno era inevitabile che quel conflitto assumesse un tratto per così dire definitivo? As­solutamente no. Anzi, la tesi di tutta la prima parte del libro di Goodman Roma e Gerusa­lemme. Lo scontro delle civiltà antiche, che La­terza sta per mandare in libreria nell’impeccabi­le traduzione di Michele Sampaolo, è che quei due mondi avrebbero potuto benissimo coesi­stere come avevano fin lì coesistito: fu la lotta per il potere a Roma che provocò la catastrofe. In che senso? L’occupazione romana della re­gione si era protratta per oltre un secolo (dal 37 a.C.) senza che mai si dovessero affrontare crisi di quelle proporzioni. Dapprima per effet­to della repressione messa in atto da Erode; suc­cessivamente (dal 6 al 66 d.C.) non ci fu biso­gno neanche di quella.

Ma alla fine del regno di Nerone le cose cam­biarono. Nel maggio del 66 con un banale pre­testo — gli abitanti avevano rifiutato di andare in processione a salutare due coorti dell’impe­ratore — il procuratore romano della Giudea, Gessio Floro, scatenò le sue truppe contro il mercato superiore di Gerusalemme provocan­do in un solo giorno tremilaseicento morti, la maggior parte donne e bambini. Energica fu la reazione giudaica, che portò alla costituzione di uno Stato indipendente; anche se gli abitan­ti di Gerusalemme restarono divisi tra coloro che volevano riprendere un percorso di pace e quelli intenzionati a insistere sul terreno delle armi. La situazione, però, in quel momento era ancora recuperabile. A provocare la rottura di questo equilibrio fu, nel giugno del 68, la morte di Nerone.

Quando l’imperatore fu ucciso dal liberto Epafrodito, Tito Flavio Vespasiano, un soldato assai capace (ma niente di più) che si era distin­to vent’anni prima nella conquista della Britan­nia, colse l’occasione derivatagli dall’essere co­mandante in campo della guerra in Giudea per sfruttare la guerra stessa e con essa dare la scala­ta al potere nella capitale dell’impero sconvolta dalle divisioni per la successione tra Galba, Oto­ne e Vitellio. Vespasiano riuscì nel suo intento (69) grazie anche ai consigli di Giuseppe, un sa­cerdote gerosolimitano che, dopo aver coman­dato le truppe ribelli in Galilea, era stato cattura­to dai romani e si era messo a disposizione del futuro imperatore vaticinando per lui fin dal 67 (cioè ben prima della morte di Nerone) l’ascesa al sommo incarico. Giuseppe avrebbe poi spie­gato nei sette magnifici libri della Guerra giudaica di cui si è detto all’inizio — scritti nel 70 quando il figlio di Vespasiano, Tito, distrusse la città e il Tempio — come i suoi antichi correli­gionari si erano fatti sopraffare. Nonostante le successive sollevazioni in Cirenaica e in Egitto (72) e l’ultimo tentativo di resistenza a Masada (73). E qui si arriva alla parte più interessante del libro di Goodman, dove si approfondisce quel che rese per così dire definitiva la crisi del 70.

Il Tempio di Gerusalemme era già stato di­strutto seicentocinquanta anni prima, nel 586 a.C., quando la città era stata conquistata dai babilonesi di Nabucodonosor e gli ebrei erano stati mandati in esilio. Ma nel 539 l’impero ba­bilonese era stato travolto a sua volta dal re per­siano Ciro che aveva consentito ai giudei di rientrare a Gerusalemme e riedificare il Tem­pio. E adesso nel 70 i loro discendenti pensava­no che la storia potesse ripetersi. Aspettavano la comparsa sulla scena di un «nuovo Ciro» in grado di sgominare i romani come l’imperato­re persiano aveva fatto con i babilonesi. Per qualche tempo si pensò che il nuovo Ciro po­tesse essere addirittura un redivivo Nerone. Si è soffermato su questa circostanza Giulio Firpo in un gran bel libro — Le rivolte giudaiche (Laterza) — nel quale racconta di come in quel periodo avessero cominciato a circolare a Ro­ma strane voci secondo cui Nerone non era morto e anzi stava apprestandosi a tornare dall’Oriente per riprendere il potere; in seguito tre personaggi cercarono di accreditarsi come Nerone, in Grecia, in Asia Minore e in Mesopo­tamia. Riferimenti a queste notizie sono rin­tracciabili in un testo di oltre dieci anni dopo la distruzione del Tempio, gli Oracoli sibillini giudaici, dove l’annunciato e imminente ritor­no di Nerone dalle regioni al di là dell’Eufrate o dalla provincia d’Asia viene finalizzato all’ab­battimento della potenza romana; «nella pro­spettiva giudaica — scrive Firpo — la figura di Nerone redivivo assumeva involontariamente un ruolo positivo, quello cioè di vendicatore in­consapevole delle offese arrecate dai romani al popolo giudaico, dal momento che, colpendo i propri connazionali, Nerone li avrebbe puniti anche per aver distrutto il tempio e perseguita­to Israele». Il che ci dice molto della radicale ostilità nei confronti di Roma che in quel perio­do andò formandosi in ambito giudaico.

Roma non fu da meno. Tra l’era di Vespasia­no (regnò dal 69 al 79), gli anni di suo figlio Tito (79-81) e quelli del loro erede Domiziano (81-96), i tre imperatori Flavii, per i giudei furo­no tempi tragici. I Flavii erano in costante ri­cerca di una conferma della loro legittimità nella «grande vittoria» contro quel popolo e nella enfatizzazione del rischio di trovar­selo nuovamente nemico sul campo di bat­taglia. «La necessità dell’imperatore di ma­nipolare la sua immagine pubblica per assi­curare il sostegno al suo regime», sostiene Goodman, va individuata come la causa prin­cipale del particolare «maltrattamento dei giu­dei » durato oltre due decenni. Così Roma non concesse agli ebrei quel che aveva sempre per­messo ai suoi sudditi di religione diversa: co­struire o, in caso di distruzione, ricostruire i lo­ro santuari. Il Tempio di Gerusalemme non sa­rebbe più stato riedificato. Domiziano, il più ti­rannico di questi tre imperatori (fu ai suoi tem­pi che Quintiliano definì i giudei una «nazione funesta»), mise addirittura a morte il console Flavio Clemente, accusandolo di essersi «lascia­to trasportare verso le usanze giudaiche». Poi, quando Domiziano fu ucciso nel settembre del 96 e il suo successore, l’anziano aristocratico Marco Cocceio Nerva, fece abbattere la statue e abradere le iscrizioni dedicate all’ultimo dei Flavii, i giudei sperarono che fossero finiti i tempi della persecuzione e si prospettasse un’età del­la tolleranza. Ma già nell’autunno del 97 la guar­dia pretoriana si ammutinò, chiedendo che fos­sero mandati a morte gli assassini di Domizia­no e, dalla lotta per il potere che ne seguì, uscì vincitore Marco Ulpio Traiano. E furo­no ancora lutti. Il nuovo imperatore aveva un padre che si era guadagnato lustro (as­sai modesto per la verità) nella guerra contro i giudei: «Era dunque interesse di Traiano che la visione flavia della guer­ra giudaica come un grande trionfo di Roma e dei giudei come i naturali nemici dello Stato romano venisse tranquilla­mente ripresa», scrive Goodman. E a questo punto si riaccese il conflitto.

Tra il 115 e il 116 ci fu una grande in­surrezione giudaica contro i romani ed è lì che cominciano a diffondersi giudizi demonizzanti nei loro con­fronti: riferisce Cassio Dione che i giudei «mangiavano la carne delle loro vittime, si facevano delle ten­de con i loro intestini, si aspergevano con il loro sangue e indossavano la loro pelle come vesti­ti… li segavano in due, dalla testa in giù… li dava­no in pasto alle bestie feroci». È in margine a questo conflitto che nei documenti romani co­mincia a comparire l’espressione «empi giu­dei ». Traiano morì nell’agosto del 117, mentre era impegnato in una campagna militare in Me­sopotamia, e la decisione del suo successore, Adriano, di ritirare le truppe proprio da quella regione fu interpretata dai giudei come l’apertu­ra di uno spiraglio. In realtà si trattava di una scelta tattica e presto Adriano riprese una politi­ca di ostilità contro i giudei che era diventata or­mai usuale. Si spinse a proibire la circoncisione e questo provocò l’ultima grande rivolta giudai­ca tra il 132 e il 135, guidata da Shimon bar Kosiba. Adriano in persona assunse il comando del­le operazioni militari per fronteggiare quella ri­volta, lo spargimento di sangue fu spaventoso, Gerusalemme cessò di esistere (si chiamò Aelia Capitolina) e il nome dell’intera provincia fu cambiato in Syria Palaestina. Che una provincia cambiasse nome per ragioni amministrative non era insolito, nota Goodman, mai invece era accaduto che il cambiamento fosse deciso come punizione dei nativi per la loro ribellione, né in Pannonia, né in Germania, né in Britannia, «so­lo i giudei cessarono di avere una patria a causa di quello che avevano fatto». Lo stesso Poliakov del resto aveva riconosciuto che gli editti antie­braici promulgati da Adriano nel 135 e ripresi dal successore Antonino tre anni dopo vanno considerati come una «eccezione» a quel discor­so sull’assenza di tracce di antisemitismo nell’an­tichità pagana di cui s’è detto all’inizio. E sulla base di questa ricostruzione Goodman può spin­gersi a definire la comparsa dell’antisemitismo cristiano come un «sottoprodotto dell’ostilità di Roma nei confronti dei Giu­dei».

In seguito, sostiene Goodman, per guadagnare credibili­tà nel mondo romano i cristia­ni avvertirono la necessità non soltanto di negare la loro ascen­denza ebraica ma di attaccare il giudaismo nel suo insieme: «Sarebbe stato del tutto possibile per i primi cristiani mantenere una visione del giudaismo come un’altra, più an­tica, relazione con Dio, come avevano fatto a vol­te Paolo e come è diventato più comune tra i mo­derni teologi cristiani; ma se volevano difendere la propria buona fama e cercare convertiti in un mondo romano in cui, dopo il 70, il nome degli ebrei suscitava disprezzo, era più facile per i cri­stiani unirsi all’attacco e concordare con i paga­ni che la sconfitta dei giudei e la distruzione del Tempio dovevano essere celebrati come espres­sione della volontà di Dio». In altre parole, l’anti­semitismo cristiano fu, se non un «sottoprodot­to », una conseguenza di quello dell’età pagana. Che è, se non da ristudiare, quantomeno da ap­profondire.

Ragioni storiche, conflitti teologici: il dibattito tra gli studiosi

S’intitola Roma e Gerusalemme. Lo scontro delle civiltà antiche (traduzione di Michele Sampaolo, Laterza, pp. 752, € 35) il libro di Martin Goodman, storico inglese e docente a Oxford, che sarà in libreria dal 15 ottobre. Esso riapre la discussione sulle radici precristiane dell’odio antiebraico, appena sondate da Léon Poliakov nel primo volume della sua classica e ponderosa Storia dell’antisemitismo (Sansoni) e invece ampiamente trattate da Peter Schäfer, uno studioso tedesco che insegna all’università americana di Princeton, nel saggio Giudeofobia. L’antisemitismo nel mondo antico (Carocci). Le tesi di Schäfer, che attribuisce grande rilievo all’antisemitismo pagano, sono state criticate da Jasper Griffin, docente di Letteratura classica a Oxford, mentre la vicenda delle ripetute sommosse degli ebrei contro il dominio dei regni ellenistici e dell’impero romano è sintetizzata nel saggio di Giulio Firpo Le rivolte giudaiche (Laterza). Inoltre in Italia è appena uscito il volume Le radici storiche dell’antisemitismo (Viella editore, pp. 288, € 30), curato da Marina Caffiero (docente di Storia moderna alla Sapienza di Roma), che raccoglie gli atti di un convegno tenuto nel dicembre del 2007.

********

Corriere della Sera 22 maggio 1999
CORSI & RICORSI. Un saggio dello storico Peter Schafer ricostruisce le origini dell’ antisemitismo. Risalendo ai grandi scrittori latini: da Marziale a Cicerone
ROMA. La crociata contro gli ebrei

La “giudeofobia” dei primi cristiani fu ereditata dai comportamenti tipici dell’ Impero

Luciano Canfora

“Ebrei e comunisti” era, nei vent’ anni tra prima e seconda guerra mondiale, il binomio negativo per eccellenza: nella concezione, beninteso, delle varie destre e soprattutto nell’ ottuso reazionarismo diffuso, che non ha sempre una precisa etichetta partitica. Ebreo era Marx, ebrea e polacca Rosa Luxemburg, ebreo Trockij e, con lui, tantissimi dello “stato maggiore” bolscevico. Nella Germania sconfitta nel ’ 18 e incattivita da Versailles, divisa spiritualmente (anziche’ riconciliata) dalla Costituzione weimariana, quel binomio negativo divenne deleterio senso comune ed ebbe gli sbocchi che tutti conosciamo. L’ antisemitismo tedesco aveva remote origini: e fu terreno fertile per chi intendeva alimentare e rinfocolare l’ odio antiebraico quando l’ impero crollo’ . E fu inventata la “leggenda della pugnalata alle spalle” (Dolchstosslegende) e si addebito’ al radicalismo di sinistra sfociato nella rivoluzione, prima a Pietroburgo poi a Berlino, la vera causa della sconfitta. Se i capi di quelle rivoluzioni erano ebrei, tutto quadrava. E quel binomio diventava, in modo formulare, il bersaglio prediletto. Razzismo e odio politico e di classe si intrecciavano.

Un precedente di questa storia che ha occupato tanta parte del nostro secolo e’ nell’ atteggiamento dell’ impero romano verso la piccola ma irriducibile realta’ ebraica, inglobata nell’ impero quando Pompeo, il “costruttore dell’ impero”, occupo’ la Siria e la Palestina ponendo fine all’ antico regno seleucide (67 / 66 a.C.). Nei secoli lungo i quali si sviluppa la conflittuale storia dei rapporti tra Roma e gli Ebrei, la violenza dei dominatori si abbatte ripetutamente sulla piccola comunita’ . Questa ricorre ripetutamente alla insurrezione armata, ogni volta conclusa in un bagno di sangue. Al tempo di Tito “delizia del genere umano” (cosi’ definito dall’ adulazione servile) e violatore del Tempio e massacratore dei ribelli. Al tempo di Adriano, peraltro fine e molle letterato. Come, del resto, si sa si e’ organizzato scientificamente l’ olocausto anche da parte di gente che apprezzava Bach. Anche nel caso dell’ impero romano, fastidio, o meglio repugnanza “razzistica” e irritazione politica per quella minoranza non assimilabile si sono alimentati a vicenda. Ne e’ prova il diffuso tono di scherno e disprezzo verso gli Ebrei in autori latini eminenti, da Marziale a Giovenale a Tacito, per non parlare di Orazio e dello stesso Cicerone nell’ orazione Pro Flacco.

Questo atteggiamento si e’ rinsaldato enormemente con la cristianizzazione dell’ impero. Basti pensare che gia’ all’ indomani dell’ editto di tolleranza di Costantino incominciano i provvedimenti anti - ebraici; e che, per reazione, un imperatore come Giuliano “l’ apostata”, che cerca di disfare l’ opera pro - cristiana della dinastia costantiniana, muta, conseguentemente, atteggiamento (al di la’ delle sue personali idiosincrasie) verso gli Ebrei. E’ ben vero che il cristianesimo organizzato in chiesa ha dato un potente impulso alla “giudeofobia” (per usare il termine che fa da titolo al recente saggio di Peter Schafer). Ma e’ altrettanto vero che, come in altri campi, anche in questo il cristianesimo divenuto chiesa (e dunque Stato nello Stato) ha ereditato molto dei comportamenti e degli atteggiamenti dell’ Impero col quale stava via via identificandosi e mescolandosi inestricabilmente.

La storia degli Ebrei sotto la dominazione romana  e’ stata variamente raccontata. Prima della prima guerra mondiale l’ editore Bocca pubblico’ un grosso libro di Morrison, recante appunto quel titolo: nelle pagine finali, l’ autore - che ha il merito di un’ accurata raccolta di dati - non esita ad accusare gli Ebrei di razzismo ed isolazionismo, e scioglie un inno all’ universalismo cristiano. 

E’ il tono di tanta pubblicistica di cui conosciamo gli effetti nefasti. Negli anni Settanta di questo secolo, un grande studioso, Stern, ha pubblicato una eccellente raccolta, a Gerusalemme: Greek and Latin Authors on Jews and Judaism. E’ questa la base documentaria per ogni indagine sulla “giudeofobia” nel mondo ellenistico - romano. Anche Schafer, in questo recentissimo saggio, non puo’ che far capo ai dati raccolti da Stern. Vent’ anni prima di Stern, Poliakov aveva intrapreso a Parigi la sua Histoire de l’ antisemitisme (volume I: Du Christ aux Juifs de cour). Non a caso Poliakov incominciava dal cristianesimo delle origini: quella scansione era anche una diagnosi. Significava che di antisemitismo poteva cominciare a parlarsi essenzialmente a partire da quel momento. Un motivo che ritorna nell’ Odio antico di Cesare Mannucci (Mondadori 1993).

Una tale periodizzazione finiva col lasciare in ombra un altro momento significativo: quello della ellenizzazione forzata degli Ebrei sotto Antioco IV Epifane (175 - 164 a.C.). I libri anticotestamentari dei Maccabei narrano appunto di quella aspra vicenda. La retrodatazione del fenomeno dunque si impone. Ma quanto indietro si dovra’ risalire? Ed e’ sempre un medesimo fenomeno quello che viene alla luce o si tratta di tensioni che hanno differenti origini? Il libro di Schafer tende a retrodatare di molto la “giudeofobia”. Cio’ si avverte sia nel capitolo intitolato Elefantina riguardante lo scoppio anti - ebraico in quella localita’ dell’ Egitto meridionale (410 a.C.), sia nel capitolo successivo intitolato Alessandria. Non a caso Schafer si pone sotto il segno della frase di Mommsen: “L’ ostilita’ e la persecuzione nei confronti degli Ebrei sono antiche come la diaspora stessa” (nel quinto volume della Storia di Roma, scritto pochi anni dopo lo “scontro sull’ antisemitismo” che aveva visto Mommsen contrapporsi all’ antigiudaismo del collega berlinese Von Treitschke). Credo pero’ che la ricostruzione di Schafer risulti, in questo disegno che la sorregge, troppo unilineare. Interpreta troppo alla lettera la frase di Mommsen. Cosi’ ad esempio il secolo di buon vicinato che precede, ad Elefantina, l’ esplosione del 410, svanisce quasi nel nulla. E cosi’ anche le notizie di Giuseppe Flavio, nell’ opuscolo polemico Contro Apione, relative alla protezione che Alessandro Magno accordo’ agli Ebrei, installandoli nel quartiere immediatamente adiacente al palazzo reale, vengono a torto presentate in forma dubbiosa. In questo modo si perde nozione della diversita’ tra i comportamenti e gli atteggiamenti, molto vari e differenziati, vigenti, nei confronti degli Ebrei, in area ellenistica e il ben diverso atteggiamento compattamente ostile (fatta eccezione per Giulio Cesare) vigente nel mondo romano, e poi cristiano. Da questo punto di vista e’ preferibile far capo, se si cerca di capire il rapporto tra Greci ed Ebrei, al saggio di Momigliano intitolato Ebrei e Greci, posto al principio della raccolta Pagine ebraiche (Einaudi 1987). Si e’ detto prima dell’ “eccezione” rappresentata da Cesare. E’ sintomatico come l’ apporto decisivo del contingente ebraico comandato da Antipatro e Ircano, nel 47 a.C., alla salvezza di Cesare, assediato nel palazzo reale di Alessandria, sia occultato da una fonte vicina a Cesare (il cosiddetto Bellum Alexandrinum). Quel che sappiamo su quella vicenda lo sappiamo da Giuseppe Flavio, il quale pubblica in proposito una massa di documenti. E lo ricaviamo anche dalla vita di Cesare di Svetonio, dove si racconta del compianto schietto per Cesare ucciso, manifestato per giorni e giorni dalla comunita’ ebraica di Roma. Sapevano di aver perso un amico grandissimo.

Sep
28th
Mon
permalink

Ancora su Berlusconi "Augustolo"

Berlusconismo sous rature /2 (topos: “Berlusconi-Augusto”): Siegmund Ginzberg “Quando la maldicenza trattava Augusto come un Papi qualsiasi”, Il Foglio, 5 settembre 2009 (d’après Svetonio, per il Festivaletteratura di Mantova)

Sep
25th
Fri
permalink

Il comico, l’umorista sagace, è imprevedibile fin dall’antichità: «Aristofane attaccava pesantemente i politici con i meccanismi della comicità, immaginava addirittura le donne al potere» assicura Margherita Rubino, docente universitaria di tradizioni del teatro greco e latino che trova nei comici contemporanei la risposta a quella che definisce «una vacanza di movimento civile intervenuta tra il 2000 e il 2004. Solo Dario Fo poteva ridicolizzare con la satira Silvio Berlusconi e mettere in scena “Anomalo bicefalo”. Ci hanno salvato le battute di Paolo Rossi, Paolo Hendel, Sabina Guzzanti e Daniele Luzzati».

Del resto la Rubino, insieme a Luca Borzani e alla Fondazione di Palazzo Ducale, al sindaco Marta Vincenzi e con l’aiuto di Oliviero Ponte di Pino, Giorgio Gallione, Carlo Repetti, Savina Scerni e Maria De Barbieri ha ideato “Le forme del pensiero che ride”, festival del comico nel suo significato più ampio che si terrà per la prima volta a Genova nel maggio del 2010. La sede principale sarà Palazzo Ducale, con dislocazione di eventi e di animazione varia tra centro storico e Strada Nuova.
(…) Intorno al festival si è creata attenzione: «Fo è un amico, con Franca Rame pensa di aprire il Festival con una lezione sul riso. Da un confronto con Ovadia, invece è nato il titolo del festival al quale hanno già aderito tra gli altri Paolo Villaggio, Alessandro Bergonzoni, Giole Dix, Flavio Oreglio, e altri ne stiamo contattando». Ci sarà anche un convegno di due giorni aperto dall’intervento di Edoardo Sanguineti che darà il via ai lavori con teorici come Luciano Canfora, Luigi Allegri e Guido Paduano, autore per il Mulino di un saggio sul comico. Nei pomeriggi successivi, tra presentazioni di libri ed eventi collaterali, ci saranno lezioni sulla storia del comico, come quelle ideate da Tullio Solenghi dal titolo “Da Plauto ai giorni nostri”.

Fonte: Il Secolo XIX - 15 settembre 2009, R.Olcese

Prender nota: annuncio di “Le forme del pensiero che ride”, Genova maggio 2010 (festival del comico con annesso convegno)

Sep
22nd
Tue
permalink
Sep
15th
Tue
permalink

Il pulp? Lo si capisce con Aristotele (Mendelsohn dixit)

Siamo a cavallo dell’11 settembre. Cosa pensa dei romanzi che ne hanno parlato, da «Follie di Brooklyn» di Auster a «Molto forte incredibilmente vicino» di Safran Foer a «L’uomo che cade» di DeLillo? Cinque, sei, sette anni sono abbastanza per fare narrazione di questa tragedia?
«Eschilo ha scritto I persiani 8 anni dopo la sconfitta greca [NdR: ovviamente, vittoria, a Salamina]. Come spiego nelle pagine che dedico ai due film, United 93 di Greengrass e World Trade Center di Stone, ho visto coi miei occhi gli avvenimenti di quella mattina. Proprio scrivendo questo saggio mi sono reso conto che non sono pronto ad affrontare l’arte che se ne occupa. I sentimenti non me lo permettono. Ho scritto su quei due film perché lo ritenevo importante politicamente. Se tutto quello che questi cineasti sanno raccontarci è l’eroismo di cittadini e vigili del fuoco, non hanno capito niente. La domanda è: perché ci odiano tanto? Una questione di punto di vista, come Eschilo insegna.

Daniel Mendelsohn, L’Unità 13 settembre 2009

Tag Cloud