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Festina lente

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Nov
20th
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Classici 2.0

2.0 en el aula de Clásicas

Copyright Carlos Cabanillas.

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Un’occasione, anche, per citare l’ottimo sito http://philolog.us di Jeremy March (un modo intelligente per sfruttare i lessici 2.0 di Perseus)

Nov
17th
Tue
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Servi sciocchi e scrocconi - un controcanto comico

Recentementissimamente il poeta-ministro Bondi ha riesumato, sul Foglio, a scorno degli artisti nostrani, una pseudo-sentenza menandrea:

“Liberamente servi e non sarai servo”

Menandro - frammento 857 Kock
tratto dalla Comparatio Menandri et Philistionis

[è bene ricordare che gli editori moderni - cfr. la prefazione di Koerte all’opera menandrea (Menandri Quae Supersunt. Pars Altera: Reliquiae apud Veteres Scriptores Servatae, edidit Alfredus Koerte, opus postumum retractavit, addenda ad utramque partem adiecit Andreas Thierfelder, Leipzig, B. G. Teubner, 1953, pag. VII seg.) - tendono ad escludere completamente la Comparatio, compilazione tarda, dalle proprie sillogi menandree]

Ecco la salace risposta, sull’Unità di oggi, del poeta Lello Voce:

Nov
13th
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Dictum, factum

Il ritorno del Jabberwocky, oggi, al Fatto Quotidiano (eh, il vecchio caro QuarkXPress): deceptiones berlusconianae [a chi chiedeva: “no, non ha senso”, vedi alla voce lorem ipsum]…

Nov
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Nov
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Images and texts on the "Artemidorus papyrus"

Franz Steiner Verlag, novità autunno 2009 (gli atti di questo convegno):

Nov
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Sun
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Le riforme di Cesare

No, non quelle del “piccolo Cesare” Berlusconi.

“E quindi si dedicò a riformare lo Stato”. Svetonio conclude così la narrazione delle vicende che portano Cesare al dominio assoluto in Roma e aprono un’intensa stagione di riforme interrotta in pochi anni dalla morte. Promuove importanti programmi di opere pubbliche, vara provvedimenti legislativi, interviene sulle finanze pubbliche, in tutto questo, in fondo, non diversamente da altri leader prima e dopo di lui.

Alessandro Schiesaro sul Sole 24 ore di ieri  così tratteggia le “iniziative eccezionali” sul piano culturale  di Giulio Cesare (il convegno cesariano cui si riferisce è quello della Fondazione Canussio, Cesare: precursore o visionario?,  - di cui è stato uno dei relatori -; il companion oxoniense è quello, Wiley-Blackwell, curato da Miriam Griffin):

Nov
6th
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Nov
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Exemplar vitae humanae

Vite parallele, Ceronetti sulla Stampa (Claude Lévi-Strauss, in memoriam)

Oct
21st
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Stati Uniti "quarta Roma"?

Il titolo nasce da una forzatura delle tesi di Edward Luttwak (ben noto - anche in Italia non fosse altro che per le sue comparse a Porta a Porta- stratega militare statunitense, senior associate presso il Center for Strategic and International Studies: qui un bel profilo della sua “doppia vita”, visto che Luttwak, anche tra l’altro in rapporto con i servizi di sicurezza italiani, ”performs … quasi paramilitary operations — under the vague title of “consultant” — while maintaining a public image as a military historian, thinker and writer, if a frequently (and deliberately) controversial one”), di cui è in uscita La grande strategia dell’impero bizantino, per Rizzoli, nel novembre 2009 (com’è noto, è già stato contorverso autore del “gemello” La grande strategia dell’impero romano, qui presentato in una rivista del SISDE…).

Ecco un estratto del volume di prossima uscita (qui sotto, dall’ediz. orig. inglese), e, di seguito, la traduzione di un recente articolo in cui L. sintetizza le lezioni che l’ “impero” USA dovrebbe apprendere dal predecessore bizantino per mantenere la Pax americana:

Il Sole 24 ore, 21 ottobre 2009

STRATEGIE GLOBALI / Sette Lezioni del passato

Bizantini? Magari lo fossimo

Edward Luttwak *

 Per rimanere una grande potenza, gli Stati Uniti devono imitare l’Impero romano d’oriente, sopravvissuto per quasi un millennio a quello d’occidente

Crisi economica, debito nazionale crescente, impegni eccessivi all’estero, non è questo il modo di gestire un impero. L’America ha bisogno di una consulenza strategica seria. E presto. Non è mai stata Roma, e adottarne le strategie – l’espansione spietata, la dominazione dei popoli stranieri, il modello spacca-ossa di guerra totale – servirebbe solo ad affrettare il suo declino. Meglio guardare all’incarnazione orientale dell’impero: Bisanzio, che per durata ha superato di otto secoli il predecessore romano. Ciò che l’America deve riscoprire oggi sono le lezioni della sua strategia globale.

Per fortuna è molto più facile imparare dai bizantini che dai romani, che non hanno lasciato quasi nessuna traccia scritta di strategia e di tattiche, ma soltanto frammenti di testi e una compilazione di seconda mano fatta da Vegezio, che di guerra e di arte del governo sapeva poco. I bizantini invece hanno scritto tutto - tecniche di persuasione, raccolta d’informazione, pensiero strategico, dottrine tattiche e metodi operativi – e chiaramente in una serie di manuali militari giunti fino a noi e in un’importante guida all’arte di governare.

Ho passato gli ultimi vent’anni a studiare questi testi per preparare un saggio sulla strategia globale di Bisanzio, e se gli Stati Uniti desiderano rimanere una grande potenza, farebbero bene a seguire queste sette lezioni.

  • 1. Evitare la guerra con ogni mezzo e in ogni circostanza, ma agire sempre come se potesse iniziare in qualsiasi momento. Allenarsi intensivamente ed essere sempre pronti a dare battaglia, ma senza bramarla. Essere pronti a combattere ha per scopo primario quello di ridurre la probabilità di doverlo fare.
  • 2. Raccogliere informazioni sul nemico e la sua mentalità, e sorvegliarne l’agire incessantemente. Gli sforzi per riuscirci in qualunque modo possono anche risultare poco produttivi, ma sono raramente sprecati.
  • 3. Fare campagna con vigore, sia in offesa che in difesa, ma evitare le battaglie, soprattutto quelle su vasta scala, se non in circostanze molto favorevoli. Non pensare come i romani, per i quali la persuasione era soltanto un corollario della forza. Usare invece la minima dose possibile di forza contribuisce a persuadere chi può esserlo e danneggia chi non è ancora arrivato a tal punto.
  • 4. Sostituire la battaglia di attrito e l’occupazione dei paesi altrui con la guerra di manovra – attacchi fulminei e raid offensivi contro il nemico, seguiti da veloci ritirate. Non mirare a distruggere i nemici, i quali possono diventare gli alleati di domani. Molteplici nemici possono essere meno pericolosi di uno solo, finché è possibile convincerli ad aggredirsi l’un l’altro.
  • 5. Riuscire a porre fine alle guerre reclutando alleati per cambiare l’equilibrio del potere. La diplomazia è ancora più importante in tempo di guerra che in tempo di pace. Ignorare, sull’esempio dei bizantini, lo stupido aforisma secondo cui quando i cannoni parlano, i diplomatici tacciono. Gli alleati più utili sono quelli più prossimi al nemico, perché sanno meglio come combatterne le forze.
  • 6. Fra le vie che portano alla vittoria, la sovversione è la meno costosa, al punto che paragonata ai costi e ai rischi della battaglia, va sempre tentata, anche con i nemici all’apparenza meno riconciliabili. Ricordare che persino i fanatici religiosi possono essere comprati, come i bizantini scoprirono per primi, poiché gli zeloti dimostrano una notevole creatività nell’inventare giustificazioni religiose al tradimento della propria causa («essendo comunque inevitabile la vittoria definitiva dell’Islam…»)
  • 7. Quando diplomazia e sovversione non bastano e la lotta diventa inevitabile, usare metodi e tattiche che sfruttano le debolezze del nemico, evitare di logorare le forze combattenti, ed erodere con pazienza la forza del nemico. Questo può richiedere molto tempo. Ma non c’è fretta, perché appena un nemico cesserà di esistere, un altro ne prenderà sicuramente il posto. Tutto cambia continuamente, l’ascesa di governanti e nazioni è seguita dalla loro caduta. Solo l’impero è eterno – a condizione di non sfinirsi da sé.

    * Center for Strategic Studies Washington
    (Traduzione di Sylvie Coyaud) 
     
Oct
19th
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Papiro di Artemidoro: dove esporlo?

UPDATE 20/10/2009:

 

 

Corriere della Sera 19 ottobre 2009
Il controverso reperto è nel caveau della Compagnia di San Paolo di Torino. Forse finirà all’Archeologico
Artemidoro in cerca di un museo
L’Egizio avrebbe respinto il «papiro sospetto»: non si può esporre

Pierluigi Panza

Una ipotesi può essere quella di destinare il papiro alle collezioni delle antichità della città sabauda - Restituzioni / Una norma dello Stato egiziano prevede la restituzione delle opere uscite dal Paese dopo gli anni Settanta

A cinque anni esatti dall’ac­quisto, il cosiddetto Papi­ro di Artemidoro non ha ancora trovato né pace né casa. La Fondazione per l’Arte della Com­pagnia di San Paolo di Torino lo acquistò nell’ottobre del 2004 co­me frammento del I secolo a.C. della «Geografia» di Artemidoro e lo espose in mostra nella primave­ra del 2006. Ma progressivamente sull’autenticità del reperto si sono addensate ombre, sino alla presen­tazione di prove della sua inauten­ticità esposte in più convegni e ar­ticoli dall’antichista Luciano Can­fora, secondo il quale il papiro si deve all’abilissimo falsario greco dell’Ottocento Costantino Simoni­dis.


Il reperto che, come scrisse Maurizio Calvesi, resta al minimo «un documento affascinante del XIX secolo di non trascurabile inte­resse culturale», sembrava potes­se uscire dal caveau dalla Compa­gnia di San Paolo di Torino, dove è custodito, per trovare casa nel rinnovato Museo Egizio. Ma come ogni buon giallo di egittologia che si rispetti, anche qui sarebbe fini­to al centro di discussioni che avrebbero portato il consiglio di amministrazione della Fondazio­ne del museo a «non accoglierlo».

La decisione sarebbe stata assunta in un blindato Consiglio di ammi­nistrazione della scorsa settimana e solo nei prossimi giorni si po­tranno avere ulteriori conferme e conoscere meglio i dettagli. Il con­siglio, del quale fanno parte, oltre al presidente Alain Elkann nume­rosi rappresentanti delle istituzio­ni locali, avrebbe deliberato di non accoglierlo anche sulla base del parere del Consiglio scientifi­co presieduto da Alessandro Roc­cati (uno dei nostri maggiori egit­tologi) che avrebbe definito «so­spetto » il papiro. Una barriera scientifica all’accoglimento sareb­be venuta anche dalla direttrice del museo, Elena Vassilika, in con­trasto per altri reperti con il «mer­cante » armeno al quale andrebbe ascritta la scoperta del papiro.


Lo scenario che si apre ora, oblio a parte, è la ricerca di una di­versa collocazione, che potrebbe essere quella del Museo di antichi­tà e collezioni archeologiche di To­rino, che conserva il patrimonio delle collezioni sabaude. Ma in re­lazione a questa soluzione potreb­bero sorgere due ulteriori contro­versie. La prima resta quella del­l’autenticità: può essere esposto un reperto al centro di una simile controversia? La seconda una eventuale — se si attestasse per ul­teriori analisi una autenticità a questo punto sorprendente — ri­chiesta di restituzione da parte del­l’Egitto. Una legge stabilisce che tutti i reperti usciti da quel Paese dopo il 1971 devono essere restitui­ti. E la Compagnia di San Paolo ha dichiarato che il reperto era «arri­vato alla conoscenza di una ristret­ta cerchia di esperti e poi sul mer­cato sul finire degli anni ’90 dello scorso secolo». Ma anche sulle modalità di ritrovamento del re­perto ci sarebbero interpretazioni oscure. Con i papiri, del resto, non poteva andare diversamente.